giovedì 22 febbraio 2018
La rassegna di quest’anno dedicata al grande poeta e premio Nobel. Alla ricerca della trascendenza e del miracolo delle cose: parla lo studioso Costantino Esposito
Eugenio Montale protagonista dei Colloqui Fiorentini

«Non domandarci la formula che mondi possa aprirti», sembra arrendersi Eugenio Montale nei versi riarsi di Ossi di seppia. Tutt’al più può offrire «qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». È in questo gesto di resa che i ricordi scolastici in genere cristallizzano l’immagine del poeta, imprigionato in un fermo immagine tragico e pessimista che ne fa il cantore del vivere impossibile. «Invece per essere veramente compreso Montale va mobilizzato, va letto comprendendo che il senso acuto del disagio e la crisi dell’esistenza sono un percorso sempre in movimento lungo tutta la sua vita e la sua produzione poetica. La memoria scolastica collettiva lo immobilizza, ma se vogliamo conoscere il vero Montale dobbiamo liberarlo da questa stasi artificiosa». Questa mattina sarà Costantino Esposito, ordinario di Storia della Filosofia all’università di Bari, ad aprire i Colloqui Fiorentini, quest’anno dedicati al poeta premio Nobel, e a guidare i 3.500 studenti di scuole superiori oltre gli stereotipi.

Partiamo dal titolo della sua relazione,
Questi silenzi in cui le cose sembrano tradire il loro ultimo segreto, un verso tratto da “I limoni” che già da solo lascia intravvedere uno spiraglio di speranza...
«È vero che nel 1962 Montale scrive che “ogni grande poesia nasce da una crisi individuale, da una insoddisfazione”, e io penso abbia ragione. Ma sempre Montale in “Xenia I”, rivolgendosi alla moglie morta, scrive: “Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi, che il vuoto è il pieno, e il sereno è la più diffusa delle nubi. Così meglio intendo il tuo lungo viaggio”. Per lui, dunque, l’esistenza come la poesia sono un lungo viaggio, un continuo movimento creato dai tanti “fermo- immagine”. Movimento che nell’opera di Eugenio Montale individuo in tre passaggi principali, non successivi uno all’altro ma tutti e tre sempre presenti in ogni sua composizione. Il primo è “la vita come disagio”... ».

Ed è il passaggio più noto, quello che la memoria scolastica ci tramanda cristallizzata...
«Giusto. Montale in “Intervista con se stesso” del 1951 descrive questo suo disagio “fin dalla nascita”, parla di “una totale disarmonia con la realtà che mi circondava”. E di ce che quindi “la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia”, quel suo “inadattamento psicologico e morale” tipico di “tutte le nature poetiche”. In quell’intervista spiega così il fatto che, pur essen- do contrario al fascismo, l’argomento della sua poesia non sia mai stata la lotta politica ma la condizione umana: “Come poeta il combattimento avveniva su un altro fronte. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo, significa solo volontà di non scambiare l’essenziale col transitorio”. A questa fase appartengono i versi più noti e pessimisti, quel “Non chiederci la parola”, o “Meriggiare pallido e assorto”...».

Che fa intravvedere la speranza nelle “scaglie di mare” o nel “tremulo” canto di cicale, ma subito richiude il varco descrivendo la vita come una muraglia «che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia». Non si passa.
«Ma contemporaneamente esiste anche il secondo passaggio, che chiamo “la realtà come miracolo”. Per esempio cito la bellissima cartolina che Montale scrive a Piero Gadda Conti nel 1934, nella quale rivela quali sono i suoi temi poetici e tra gli altri “l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità”, addirittura “il miracolo, diciamo così, laico”. In altre parole, la “maglia rotta nella rete che ci stringe”. Insomma, la condanna alla disarmonia di cui parlavamo nel primo passaggio trova un varco nel rompersi di questa rete, e questo è il miracolo. Attenzione, nella “Intervista immaginaria” del 1946 Montale dichiara che già all’inizio della sua produzione poetica, all’epoca di Ossi di seppia (1920-1925), “il miracolo era per me eviden-te”, già allora gli era chiaro che “immanenza e trascendenza non sono separabili”».

Ancora più esplicita è la poesia “I limoni”, quella che dà il titolo al suo intervento.
«“Le cose sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto...”, per un attimo pare ci svelino la verità, “ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura”, la maglia rotta nel disagio esistenziale...».

A una lettura attenta scopriamo in Ossi di seppia una luce nuova, molto lontana dalle solite interpretazioni...
«Montale si spinge anche oltre: sempre nella “Intervista immaginaria” dice che scrivendo Ossi di seppia sentiva di “essere vicino a qualcosa di essenziale”, al punto che “un velo sottile, un filo appena mi separava dal quiddefinitivo”. Stiamo sfiorando altezze vertiginose, se finalmente quel velo si fosse rotto sarebbe stata la fine dell’inganno... Ma, conclude Montale, questo era un limite irraggiungibile. La stessa vertigine metafisica la troviamo ancora più esplicita in “Forse un mattino andando in un’aria di vetro”: quel giorno, scrive il poeta, “vedrò compirsi il miracolo” e, anche se l’inganno consueto cercherà di imprigionarlo, “sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”».

Veniamo al terzo passaggio.
«“La libertà di fronte all’impossibile”, ovvero la libertà del poeta di aderire al richiamo creato dal miracolo, di seguire l’invito della nuova realtà appena scoperta attraverso la smagliatura nella rete. È la libertà della conoscenza. Montale lo spiega in modo lampante in un’intervista alla “Gazette de Lausanne” del 1965: “Sono un poeta che ha scritto senza cessare di battere alle porte dell’impossibile. Nella mia poesia c’è il desiderio d’interrogare la vita. Agli inizi ero scettico, influenzato da Schopenhauer. Ma nei versi della maturità ho tentato di sperare, di battere al nuovo, di vedere ciò che poteva esserci dall’altra parte della parete, convinto che la vita ha un significato che ci sfugge”. Altro che stasi!».

Ciò che poteva esserci dall’altra parte della parete... C’è un’ansia di trascendenza che è già trascendenza essa stessa. Avrà mai squarciato, anche solo per un istante di fede, quel velo sottile che lo separava dal quid definitivo?
«Non lo so, entrerei in punta di piedi in questo ambito e non darei risposte. Ci ha provato il grande critico Contini, secondo il quale la poesia montaliana scopre sempre la salvezza “nel sospetto d’un altro mondo”, nell’“indizio di grazia”, anche se – continua Gianfranco Contini, rischiando però di cristallizzare il poeta – “l’istante buono” non si potrà mai ripetere e questa impossibilità “prevale sempre sull’indizio di salvezza”. D’altra parte lo stesso Montale scrive che già ai tempi di Ossi di seppia voleva che la sua parola fosse “più aderente”... poi si chiede: “Aderente a che? A qualcosa di essenziale”».

Montale parla una lingua ancora attuale, ha ancora molto da dire ai giovani di oggi, qual è il segreto della sua modernità?
«La sua poesia li aiuta a guardare in faccia il disagio, a capire che la crisi non è mai una sconfitta, non ha nulla del fallimento, ma è l’unica vera possibilità di conquistare l’impossibile. Di sperare che accada un “imprevisto” ».

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