mercoledì 3 marzo 2021
La rockband romana più forte di tutto, anche del virus che si insinua all’Ariston (caso Irama). Sulla loro originale scia anche la rapper Madame e l’ironico Willie Peyote, paladini della cultura
I Måneskin sul palco dell'Ariston nella prima serata del Festival

I Måneskin sul palco dell'Ariston nella prima serata del Festival - La Presse

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Sanremo città “invisibile”, degna di un capitolo postumo del suo genius loci Italo Calvino che della sua città denunciava La speculazione edilizia (romanzo del 1963), quando non si immaginava neppure che cosa fosse lo spettro del Covid-19. Festival che non fa rumore per le strade lastricate dalle pietre celebrative dei vincitori, da Modugno a Diodato (l’ultima posta al civico 69 di Corso Matteotti) dove telecamere inseguono i fantasmi dell’Ariston. Alle transenne davanti al teatro i grandi assenti sono i gruppi dei piccoli e grandi fan. C’è qualche presenza mascherata, anche perché il virus non è un gioco virtuale da play-station. Fifa, qui è sinonimo di paura, della pandemia dilagante. Tra i 120 positivi al giorno segnalato uno anche nello staff di Irama che, da regolamento, ha così dovuto dare forfait. Al suo posto nella prima serata ha cantato Noemi.

Il Covid come il libeccio ha spazzato via quasi tutto. In questa edizione marziana (non a caso è un’astronave la scenografia di Gaetano Castelli) manca soprattutto quella massa vociante, rappresentata da uno sparuta presenza di millennials, i 'sopravvissuti' al tempo della pandemia. Quei pochi, sono qui per gridare amore eterno ai Måneskin. Con loro in questo Festival intimissimo, al limite della metafisica aristotelica, la musica ribelle è tornata al potere. Come sostiene il direttore di Rai 1 Stefano Coletta nei suoi sermoni filologici (Contini e Isella apprezzerebbero) in stile Renato Zero, questo è un Sanremo in cui si privilegia «l’aspetto qualitativo».

E allora, a prescindere dal verdetto delle giurie, la qualità della rockband romana è sicuramente la più alta, per sonorità e impatto scenico. «Spaccano», dice il millennial X che arriva da troppo lontano per essere nominato, viaggi fuori regione sono ancora vietati. Ma è qui «per annusare la stessa aria sanremese» che respirano loro. Damiano David (voce e aurea da bello e dannato alla Jim Morrison), Thomas Raggi (chitarra, molto introspettiva), Victoria De Angelis (basso etnico, danese come il nome della band che tradotto significa «Chiaro di luna») ed Ethan Torchio (batteria deepurplesca). Questi ragazzi di Monteverde, sono i I ragazzi di vita di Pasolini aggiornati al terzo millennio, e a Sanremo si presentano come i paladini della nuova musica ribelle.

Cantano i loro Vent’anni (loro singolo di successo) e quelli della generazione sdraiata, invitandola a scrollarsi dal divano, a non starsene Zitti e buoni( brano splendido di Sanremo) ma piuttosto a urlarlo in faccia a questa palude adulta che li giudica e che gli sta lasciando in eredità un mondo sempre più malato, difficile da guarire anche con tutti i vaccini del mondo. «Siamo fuori di testa ma diversi da loro...», è i il grido di battaglia di questi ragazzi apparentemente non allegri, ma vitali, come la musica che suonano che è un ponte tra la tradizione dei Led Zeppelin, tutto il meglio del rock anni 70-’80 – che gli è arrivato per trasmissione digitale – e il loro personalissimo, originale percorso artistico, iniziato con il 2° posto al talent 'XFactor' 2017.

In un mercato discografico che piange miseria con il primo album Il ballo della vita, che conteneva la struggente hit Torna a casa, oltre a Marlena hanno riportato alla loro casa discografica (Sony) 14 dischi di platino e cinque d’oro. E il forziere, dopo Sanremo si riempirà ancora: in arrivo il loro nuovo disco manifesto, già nel titolo, Teatro d’ira. La banda Måneskin si porta dietro l’altra voce fuori dal coro di Sanremo 2021, Madame. Voce è la sua proposta al Festival, ed è un altro colpo ben assestato al maschilissimo universo rapper (Eminem insegna dall’altra parte dell’Oceano). È un rap anomalo quello della 19enne vicentina (nata a Creazzo) latinista per diletto, «avevo scelto Spes, speranza, come primo nome d’arte» e che sul comodino della stanza dell’albergo di Sanremo tiene le poesie di Alda Merini e i romanzi di Nabokov.

Ma è tutt’altro che una Lolita la baby-prodigio che si è guadagnata in fretta la stima degli illustri colleghi, i piccoli divi hip-hop di casa nostra: Ghali, Fabri Fibra, Mecna. Ha duettato con tutti questi e anche con l’artistica coppia di fatto Elodie-Marracash. E se Madame usa l’impegno culturale come forma di ribellione, Willie Peyote, debuttante a 35 anni (con 5 album alle spalle), sceglie il vaccino potente della risata che seppellirà, indifferenti e negazionisti. In Mai dire mai (La locura) aveva già messo tutti in guardia sul pericolo pernicioso del virus che si somma al morbo della scarsa memoria: «Questa l’Italia del futuro, un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte», canta il torinese della Barriera. Per ribellarsi, oltre al rock dei Måneskin e le letture colte di Madame, serve il terzo passaggio, quello di Willie Peyote: «Rimettere al centro la cultura che è stata soppiantata dall’intrattenimento». Caro De Gregori, da Sanremo dove latiti, ecco tre esempi di giovani ministri per il tuo Ministero del divertimento o del pensiero più forte dell’annoso contagio adulto e adulterato.

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