sabato 3 giugno 2017
Nella città che sale lo sport di squadra va a picco. Alle debacle di volley e calcio si aggiunge l’Armani stoppata da Trento nella corsa scudetto
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Sale sale sale, Milano. Salgono le torri di Porta Nuova, sale il giardino verticale, giapponesi e americani fanno la fila in piazza Gae Aulenti per fotografare il pinnacolo Unicredit. Salgono gli chef pentastellati, con i loro inaccessibili risottini e le non meno audaci lattughe. S’innalzano, seppur senza dromedari, i palmizi di piazza Duomo. Milano città europea, anzi no: metropoli mondiale. Ma negli sport di squadra no. Milano s’inabissa.

Venerdì sera la mattanza più recente e sorprendente: i pinnacoli dell’Armani Basket, destinati a stravincere sospinti da un budget stellare, sono finiti sommersi dalle schiacciate di Diego Flaccadori, “piccolo” ventunenne bergamasco senza timori reverenziali, al pari dei “mediani” terribili, il gaucho Toto Forray e Aronne Craft. L’Aquila Basket ha fatto fuori l’Olimpia Milano, due milioni di euro di stipendi contro 11 milioni, e addio.

Scende scende scende, Milano. Nel volley la squadra gioca a Monza e nei quarti dei playoff, guarda che coincidenza, viene liquidata dal Trentino Volley per 0-2. Nel calcio, soltanto il Milan acciuffa il sesto posto, buono soltanto per i preliminari di Europa League. Un premio o una penitenza? Nella volata per il prestigioso sesto posto, sigh, l’Inter si è esibita in un surplace degno dell’indimenticabile milanese (acquisito, era nato nel Veronese) Vanni Pettenella (con Bianchetto, Varese 27 luglio 1968, Campionato italiano di velocità su pista): 93 minuti immobili su due ruote, con Nando Martellini che intanto dava la linea a tutti, dal telegiornale all’intervallo, in attesa che... Pettenella si accasciasse svenuto. Come l’Inter, già.

Povero Milan. Prima partita ufficiale, il preliminare di coppa il 27 luglio, preparazione anticipata, incubo infortuni e crollo invernale (chiedete al Sassuolo), viaggi interminabili, tutto per una coppa che forse darà meno soldi delle amichevoli estive annullate. E povera Inter, che dopo un inverno scintillante è riuscita a perderne anche quattro di fila in primavera, pur di evitare lo stramaledetto sesto posto. Sale e scende, Milano. Il motivo è così banale che parlare di analisi pare eccessivo. Milano vince quando è e fa squadra; perde quando si riduce una somma di individualità ciascuna per conto suo. Nel basket l’evidenza fu solare: i 15-20 giocatori in busta paga, “guidati” da un allenatore gallonato come Jasmin Repesa, pensavano forse che bastasse il conto in banca per spaventare i parvenu trentini. Che invece addentavano i polpaccetti dei milanesi senza rispetto alcuno per il blasone. Una squadra di colleghi e amici, quella di Trento. In cui Forray, a partita vinta, sussurra a coach Buscaglia: facciamo entrare in campo i ragazzini. Ve la immaginate la stessa scena tra Cinciarini e Repesa?

Fare squadra, ossia mettere il talento individuale al servizio di un progetto; pensare al plurale; saper dire "noi" prima, e spesso al posto di, “io”. Non è un segreto, è la formula vincente da sempre, nello sport e nella vita. Eppure Milano se lo dimentica, con le stelle strapagate dell’Inter e dell’Armani. E scompare mestamente, naufragando nella fontana di piazza Gae Aulenti. Dove, per chi non ci fosse mai stato, sguazzano allegri i bambini di 3 anni.

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