giovedì 6 aprile 2017
Giannini jr è il protagonista di «Il coraggio di vincere». «Il segreto? Fatica e gavetta»
L'attore Adriano Giannini (LaPresse)

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Dopo Boris Giuliano - Un poliziotto a Palermo, Adriano Giannini è ancora una volta il protagonista di una storia che ha alla base un forte tema sociale. Stavolta, con Il coraggio di vincere (venerdì 7 aprile, in prima serata, su Raiuno), si parla di immigrazione. E non solo: «Parliamo anche di sport e di amicizia ma il tema di fondo è il riscatto sociale. Rocco è un personaggio che, inizialmente, ha poche speranze» afferma l’attore. E spiega: «A causa di una delusione lui si è rinchiuso in una solitudine triste e senza aspettative che condivide con Marcello, l’uomo che per lui è una sorta di padre putativo. Sarà l’incontro con Ben, giovane immigrato senegalese, a cambiargli la vita quando meno se lo aspetta. Ed a offrirgli una seconda possibilità».

Un immigrato irregolare che, seppure inconsapevolmente, offre a un italiano una nuova occasione è un messaggio abbastanza chiaro…

«Non so se sia un messaggio chiaro, certo è che la fiction deve affrontare anche questi argomenti. Penso, ad esempio, al film su Boris Giuliano che ho interpretato prima di questo: abbiamo raccontato la storia di un eroe della nostra storia recente che il pubblico nella stragrande maggioranza non conosceva».

Quello dei migranti è un tema estremamente attuale e molto delicato.

«Direi che è “il” tema, qualcosa che sta letteralmente sconvolgendo i nostri tempi. Anche se, poi, noi italiani siamo un popolo con una grande capacità di accogliere: come dimostra la storia, a causa della nostra conformazione geografica l’Italia è un Paese che è sempre stato invaso e attraversato da popoli diversi. Questo, insieme forse alla religione, ci ha resi “accoglienti”. Poi, certo, l’integrazione è complicata. In questo ci sono Paesi europei che hanno iniziato molto prima di noi e sono molto più avanti».

Ne Il sogno di Roccolei interpreta un ex campione di pugilato: la boxe è uno sport che le piace?

«Non solo mi piace, l’ho anche praticato. Ho iniziato ad allenarmi in una palestra quando avevo quattordici-quindici anni. Poi, dopo una pausa, ho ripreso per un paio di anni quando avevo già iniziato a lavorare come operatore».

Operatore?

«È stato il mio primo lavoro, facevo l’operatore nel cinema. Ho iniziato nel 1989, subito dopo la scuola, quando il mondo del cinema era molto più duro di adesso e per me lo era ancora di più perché ero figlio di un attore».

Vuol dire che essere figlio di un grande attore come Giancarlo Giannini non l’ha aiutata?

«Mi ha aiutato nel senso che è stato uno stimolo a far bene. Come “figlio di” dovevo dimostrare più di altri di essere bravo».

Ci è riuscito?

«Penso di sì. Ho avuto anche la fortuna di lavorare su set importanti e con grandi direttori della fotografia e ho vissuto la scia del grande cinema che finiva. Diciamo che ho avuto una buona formazione».

E poi che è successo? Come mai ha deciso di passare dall’altra parte della telecamera?

«Quello dell’operatore è un punto di vista strategico per imparare il lavoro di tutti su un set. All’improvviso, però, quell’esperienza mi è sembrata esaurita. E ho avvertito la curiosità di capire meglio il rapporto tra regista e attore».

E ha iniziato a recitare?

«Inizialmente l’idea era quella di fare il regista. Poi però, dopo l’ultimo film in cui ho lavorato come operatore, Il talento di mr. Ripley di Anthony Minghella, ho deciso di iscrivermi a una scuola di recitazione. E mi sono ritrovato in una situazione a dir poco surreale».

Perché?

«Perché ero un trentenne con alle spalle una quarantina di film fatti in un mondo di diciottenni con nessuna esperienza e tante speranze. A un certo punto ho anche pensato di mollare. Invece sono rimasto e, nel 2001 ho fatto il primo film come attore: Alla rivoluzione sulla due cavalli di Maurizio Sciarra».

Il prossimo film in cui la vedremo nella sale, invece, è Emma di Silvio Soldini.

«È una storia sentimentale un po’ amara, alla Soldini diciamo. Io sono un mezzo farabutto che si innamora di una ragazza. Con me c’è Valeria Golino».

Torniamo a Il coraggio di vincere: nel film, in un piccolo ruolo, c’è Patrizio Oliva, uno dei maggiori campioni del pugilato italiano.

«Interpreta il ruolo di un organizzatore di incontri di boxe. Averlo sul set e recitare insieme a lui è stata una grande emozione. Quando io ero un ragazzo che giocava con la boxe lui era un mito: c’erano lui e Marvin Hagler. I suggerimenti di Patrizio, che tra l’altro è simpaticissimo, sono stati fondamentali e la sua presenza ha contribuito a rendere la nostra storia credibile e autentica».

La fiction

UN EX PUGILE ALLENA UN SENEGALESE. Prodotto da Mario Rossini per Red Film e Rai Fiction e diretto da Marco Pontecorvo, Il coraggio di vincere racconta una storia di sport, amicizia e riscatto sociale. Ne sono protagonisti Rocco (Adriano Giannini), ex promessa del pugilato deluso da vita e professione e proprietario di una piccola palestra alle porte di Roma, Marcello (Nino Frassica), il suo ex allenatore; e Ben (Yann Gael), giovane immigrato irregolare senegalese che si arrangia per sopravvivere con lavoretti saltuari. L’incontro tra i due offrirà a entrambi la possibilità di riscatto: perché Rocco intravede in Ben il talento che lui ha avuto e, se ha perso l’occasione di diventare un campione, può ora offrirla al giovane. A dargli una mano in una strada che si rivela molto più difficile del previsto c’è Monica (Serena Rossi), una giovane imprenditrice sportiva che ha fiducia in Rocco ed è disposta a dargli una nuova chance.

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