domenica 4 febbraio 2018
Il cantautore all'Ariston con “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”. «Il mio cd “Alchemaya” è un concept in cui ho inserito storia, mito e una ricerca spirituale che va avanti da sempre»
Max Gazzè: verso Sanremo cantando anche l'anima

Parli un’ora con Max Gazzè e finisci come Cristalda, negli abissi, trascinato dalle sirene gelose del suo amato Pizzomunno. Ma questo è un dolce naufragare, nell’esoterismo del cantautore più “favoloso”, il migliore – quanto a “contafole” e spirito narrativo – che abbiamo incontrato nell’intronata routine del cantar leggero (per dirla alla Lucio Battisti). Il cinquantenne cantastorie, mai triste, è pronto con disincanto al suo quinto Festival di Sanremo, il quarto da big dopo il debutto nella categoria giovani con Cara Valentina (1997). Da allora Gazzè è una certezza nel nostro panorama musicale e lo conferma con la sua ultima produzione sinfonica. «Pardon, sintonica – corregge – Ai 60 elementi della Bohemian Simphony Orchestra di Praga ho aggiunto sintetizzatori», spiega da maestro anche di fonica. Con perizia ingegneristica discetta di «onde sinusoidali, quadre e a dente di sega, che creano un’amplificazione armonica degli strumenti. Per intenderci: un suono dieci volte superiore rispetto alla reale sezione dei violini dell’orchestra di Praga».

Una sperimentazione riuscita che si ritrova in Alchemaya, opera sintonica dunque, che con la buona stagione si ascolterà nei vari templi operistici nazionali, da Caracalla, allo Sferisterio di Macerata fino all’Arena di Verona. Insomma, qui siamo bel oltre il cantar leggero...

«Ho semplicemente avuto la giusta percezione con quella cosa sublime che è la musica ed è uscito questo concept album diviso in due atti. Nel primo si trovano leggende come La leggenda di Cristalda e Pizzomunno( scritta, come gli altri inediti con mio fratello Francesco). Parto da una narrazione storica, mitologica, come l’origine del mondo, per arrivare a una dimensione alchemica, un viaggio interiore alla Jules Verne, alla scoperta dell’anima, del senso ultimo delle cose e dell’esistenza».

Ogni “pensiero debole” sparisce tra i flutti di quello fortissimo dell’ultimo Gazzè.

«La mia non è una posa ma una ricerca spirituale che porto avanti da sempre. Ho avuto la fortuna di crescere confrontandomi sulla storia delle religioni con mio padre, appassionato di teologia, teneva convegni di sindonologia. Da ragazzino per certi versi precoce, ero affascinato dai testi sacri, dai misteri esseni, dai mano-scritti di Qumran...».

Un “ginnasio” degno di Battiato, per poi prendere la strada del cantautorato, battendo però i sentieri dell’ironia tagliente, “onirica”, alla Rino Gaetano, mettendoci in più tutta la sua originalità fiabesca.

«Ma prima di quella che definisco la mia svolta “pulcinellosa” (storie ironiche, evitando di puntare il dito contro qualcuno o qualcosa), a vent’anni quando ancora vivevo a Bruxelles suonavo tutta un’altra musica con la mia band, i 4 Play 4. Ero l’unico musicista italiano del gruppo, repertorio: soul del nord e sconfinamento nell’acid jazz. Andavamo forte a Londra, suonavamo in tutta Europa. Avevamo bello e pronto un album, ma la casa discografica che ce lo propose ebbe un crac finanziario e subito dopo la band si sciolse. È uno dei pochi rimpianti che ho, quell’album sono sicuro che avrebbe fatto rumore».

E invece cosa accadde poi?

«Che tornai alle miei radici italiane, peraltro mai abbandonate e sventolate con orgoglio, a Bruxelles e a Londra, ascoltando sempre la musica dei nostri cantautori. A Roma ho ricominciato da zero: bassista nei locali, turnista per due anni con Wess. Componevo world music e il mio sogno era incidere con la Bmg. Il discografico Riccardo Clary sente un mio promo e mi chiama a casa. Alla segreteria telefonica - la cambiavo tutti i giorni - lascia detto: “Caro Gazzè, vorrei capire meglio questa sua musica”. Da lì a sei mesi Clary passò alla Virgin e con l’album Contro un’onda del maresono stato il primo artista messo sotto contratto da quella storica etichetta».

Poi l’incontro con i suoi “fratelli” artistici, Daniele Silvestri e Niccolò Fabi.

«Con Daniele ho in pratica “cooprodotto” il suo album Il dado, con Niccolò salimmo agli onori delle classifiche con Vento d’estate. Ritrovarsi ancora tutti e tre in tour e registrare un disco come Il padrone della festa (2014), beh sono momenti di complicità unici e irripetibili. Con Silvestri è accaduto anche lo scorso Natale quando ci siamo esibiti in trio con Carmen Consoli. Fantastico, come memorabile per me rimane la serata dei duetti a Sanremo (2008) quando con Paola Turci e Marina Rei abbiamo cantatoIl solito sesso ».

Canzone difficilotta quella per il pubblico sanremese, al quale ora propone l’altrettanto sofisticata La leggenda di Cristalda e Pizzomunno.

«Era necessario voltare pagina, specie dopo gli ultimi “zumpa-zumpa” de La vita com’è e Ti sembra normale... Ora c’èAlchemaya che è la piena fusione di spirito, corpo e anima».

Eppure nel suo necessario e fisiologico volare alto, lo sa che con Caparezza lei è il cantautore più amato dai bambini?

«Ne sono orgoglioso, anche da papà di cinque figli. Credo che l’empatia con i più piccoli nasca dal ritmo della filastrocca che ritrovano in certe mie canzoni. L’alchimia che si crea viene dal suono che i bambini traducono in parola familiare. Nel mio linguaggio simbolico ritrovano qualcosa di facilmente riconoscibile. Solo così me lo spiego quando mi capita di ascoltare un bambino di cinque anni che canta a memoria Sotto casa ».

Piccoli uomini crescono con la profonda leggerezza dei suoi brani e al tempo stesso con l’imbarazzante superficialità di questa nostra era social...

«Ma io sono fiducioso della coesistenza di mondi diversi e credo nell’umanità che tiene conto del progresso ma possiede ancora la capacità di tornare indietro e di ricercare il senso più profondo della vita. Quindi più il mondo diventerà superficiale e maggiore sarà la ricerca da parte dell’uomo di andare a ritroso per avvicinarsi al divino. Più l’uomo si allontanerà dalla terra e più questa farà in modo che si riavvicini».

Lei si era già avvicinato, in anticipo rispetto ai fatti recenti, alla tematica delle violenze e della molestie sessuali compiute sulle donne, con il brano Atto di forza.

«Giusto scovare gli scheletri nell’armadio dello showbusiness ma non dimentichiamoci che le violenze di cui sono vittime tante donne spesso iniziano tra le mure domestiche. Credo che sia una delle azioni più abominevoli di cui un uomo si possa macchiare e io l’ho denunciata con quella canzone che ottenne il Premio Amnesty Intenational 2014. Grazie ad Amnesty, alla scuola e alle associazioni, oggi il problema viene trattato con maggiore attenzione. E io ne sono felice, anche perché la mia sensibilità musicale è molto “femminile”, come dimostrano tante collaborazioni avute con le nostre cantanti».

Nella serata dei duetti sanremesi si esibirà con una donna del jazz, Rita Marcotulli, e Roberto Gatto. E se questo fosse il Festival di Gazzè...

«Non creiamoci troppe aspettative – sorride sornione –. Aver convinto tutti, dal direttore artistico Claudio Baglioni alla stampa, con La leggenda di Cristalda e Pizzomunno per me è già una vittoria. Se poi, dopo averla cantata sul palco dell’Ariston dall’orchestra di Sanremo riceverò lo stesso consenso ottenuto in prova (applauso a scena aperta e bacchette battenti sui leggii dei violinisti, ndr), be’ allora personalmente lo vivrò come un trionfo».

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