mercoledì 12 aprile 2017
Un saggio indaga il ruolo delle Logge nel primo conflitto mondiale: dalla spinta decisa per l’intervento alla forte presenza nelle gerarchie dell’esercito. In contrasto con il “pacifismo” cattolico
Massoneria: i muratori in guerra
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Il 5 maggio 1915, pochi giorni prima dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, Gabriele D’Annunzio tenne – sullo scoglio genovese di Quarto dal quale erano partiti i Mille di Garibaldi – un fiammeggiante discorso di esortazione alla belligeranza. L’orazione del poeta-soldato, rientrato dalla Francia per animare il 'maggio radioso', fu anche una grande manifestazione di unità del 'patriottismo massonico', se è vero, come è vero, che vi assistettero i rappresentanti di ben 400 logge liberomuratorie nazionali, alla testa delle quali vi erano i più alti dignitari.

Ce lo ricorda opportunamente lo storico Marco Cuzzi, autore del primo studio organico sul ruolo della massoneria italiana nel primo conflitto mondiale: Dal Risorgimento al Mondo nuovo (Le Monnier, pagine 416, euro 28,00). Cuzzi si avvale, per la sua ricostruzione, di ampia documentazione inedita, reperita soprattutto negli archivi del Grande Oriente d’Italia (Goi), la 'famiglia' massonica più presente nella Penisola, affiliata al Grande Oriente di Francia, l’obbedienza di orientamento radicale e progressista, le cui vicende si intrecciano con quelle delle varie fasi del nostro Risorgimento.

In particolare, tra le carte studiate dall’autore vi è la corrispondenza del periodo 1916-18 tra il Goi e la 'casa madre' di Parigi. Materiale che ha conosciuto vicissitudini che ben riassumono i drammi del XX secolo: razziati dai nazisti, dopo l’invasione della Francia del 1940, i fascicoli finirono dapprima in Polonia e poi, dopo l’arrivo delle truppe sovietiche nella nazione slava, a Mosca. Soltanto dopo la caduta del comunismo i carteggi sono potuti tornare a Parigi e da ultimo fare rientro nel nostro Paese. Allo scoppio della Prima guerra mondiale in Italia vi erano 440 logge affiliate alla comunione del Goi. Curiosamente, a livello regionale, la più alta concentrazione si registrava in Sicilia, dove si contavano 104 'officine'.

L’infiltrazione della massoneria di stampo francese al vertice del si- stema politico del tempo era imponente: vi aderivano 74 deputati e 8 senatori, ma, soprattutto, 5 ministri (su 12) del primo gabinetto del liberalconservatore Antonio Salandra, in carica al tempo dell’attentato di Sarajevo che diede l’innesco al conflitto. Se è vero, dunque, che il Grande Oriente d’Italia fu tra le forze decisive che premettero per l’intervento a fianco delle potenze dell’Intesa, è altrettanto vero che non tutta la massoneria era fautrice della belligeranza. Operava, infatti, in seno alle logge una corrente minoritaria, ma non del tutto ininfluente, che seguiva la linea neutralista di Giovanni Giolitti.

Tra gli esponenti di quest’ultima tendenza spiccavano alcuni parlamentari lombardi: il deputato radicale Mario Chiaraviglio, adepto dei templi dal 1908, e i senatori Antonio Cefaly e Angelo Pavia, quest’ultimo affiliato alla loggia 'Quinto Curzio' di Cremona (la stessa cui aderì il giovane Roberto Farinacci, futuro ras fascista). Quello che è certo è che la trama della presenza liberomuratoria nella Penisola ebbe un ruolo di grande rilievo nel garantire la tenuta della nostra condotta bellica, contro le ricorrenti tentazioni, serpeggianti agli alti livelli dell’establishment governativo, di abbreviare la strage con un armistizio di compromesso. I 'fratelli', sul fronte interno, agirono come un vero e proprio muro di contenimento delle rivendicazioni pacifiste che, dal Partito socialista alla Chiesa cattolica, invocavano a gran voce lo sganciamento dal conflitto.

Ne deriva che la connotazione principale della 'predicazione' massonica era l’acceso anticlericalismo. Una tendenza, che, nei suoi accenti più radicali ed estremi, condusse addirittura alcuni suoi esponenti ad auspicare l’arresto e la deportazione del Pontefice in un’isola sottoposta al dominio italiano. Le venature anticristiane del 'messianesimo' massonico, che giungeva a prefigurare la liberazione delle nazionalità dal giogo degli imperi europei attraverso il principio dell’autodeterminazione dei popoli, turbarono così profondamente san Massimiliano Kolbe da indurlo a fondare la Milizia dell’Immacolata: una forza di rigenerazione spirituale che mirava alla conversione dei cuori sulla base della devozione alla figura mariana. Elemento di non poco conto fu la forte presenza di 'fratelli' tra le gerarchie dell’esercito.

Il generale Cadorna, comandante in Capo delle armate italiane

Il generale Cadorna, comandante in Capo delle armate italiane


Tra i militari iniziati al Goi si contavano infatti il maggiore Ugo Cavallero, promosso durante la guerra capo dell’Ufficio operazioni del Comando supremo, il colonnello Angelo Gatti, il generale di Brigata Roberto Bencivenga, il maggiore dei bersaglieri e campione olimpionico Sante Ceccherini e, non ultimo, il generale Luigi Capello. Questi, comandante della 2ª armata nonché maestro di 33° grado, fu tra i principali indiziati come responsabile della disfatta di Caporetto che dal 24 ottobre 1917 produsse l’arretramento del nostro fronte, con il rischio concreto della totale caduta degli argini difensivi. Luigi Cadorna, rimosso dalle funzioni di capo di Stato maggiore generale del Regio esercito, fece di Capello il capro espiatorio della sconfitta, contribuendo a salvaguardare la posizione del comandante del 17° Corpo d’armata, Pietro Badoglio, l’autentico colpevole del crollo, che in tal modo riuscì a sfangarla.

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