domenica 7 gennaio 2018
Dopo l’ennesimo trionfo con l'opera alla Scala, il regista napoletano ritrova Eduardo con “Il sindaco del Rione Sanità” al Piccolo di Milano: «Rinnovo De Filippo secondo l’attualità, tra bene e male»
Martone: dalla lirica al teatro con al centro l'uomo

«Come diceva Raffaele La Capria, uno scrittore napoletano è condannato a essere per sempre “uno scrittore napoletano”. Lo stesso vale per i registi, ma io ne sono estremamente lieto e fiero». Mario Martone sorride nell’inverno milanese dove si sta godendo ancora il trionfo dell’Andrea Chénier scaligero, mentre è pronto a conquistare dal 9 gennaio anche il Piccolo Teatro Grassi di Milano con Il sindaco del Rione Sanità, il suo primo innovativo Eduardo prodotto da Elledieffe, Stabile di Torino e Nest. Protagonista, oltre a Massimiliano Gallo, un cast giovane capitanato da Francesco di Leva co-fondatore di Napoli Est Teatro, importante realtà culturale che ha fatto della difficile periferia di San Giovanni a Teduccio il suo quartier generale.

Senta Martone, se l’aspettava il successo alla Scala e in tv della sua regia dell’Andrea Chénier diretto da Chailly?

«Chénier è stata una grande avventura, al di là delle mie aspettative. Anche se era la mia quinta opera alla Scala, sapevo che Sant’Ambrogio era diverso. L’impatto, l’atmosfera, la tensione, la grandezza e l’attesa di questo evento sono state molto forti. Anche la trasmissione su Rai 1 ha avuto un esito straordinario, come se la forza che si respirava in sala si fosse trasferita come un’onda in tutto il Paese. È divertente, mi sembra di aver fatto X Factor. Mi fermavano le persone per strada, i negozianti mi dicevano: “Lo sa che ho visto Andrea Chénier?”. In questo entusiasmo si sente qualcosa di autentico».

Sintomo che anche il grande pubblico ha fame di qualità in tv?

«Io l’ho sempre sostenuto. Sono un discepolo di Rossellini, il primo ad avere intuito l’importanza dello strumento televisivo. Le controprove arrivano. Il mio film su Leopardi, Il giovane favoloso, su Rai 3 ha ottenuto un ascolto enorme, un milione 300mila spettatori. E oggi che il cinema si è espanso nelle serie tv, la profezia di Rossellini si sta avverando ».

E cosa c’è di più popolare del melodramma?

«Debbo tutto a Mozart. Dopo aver detto tante volte no alle regie liriche, davanti all’offerta del Così fan tutte nel 2000 mi son detto: devo provare. Da lì ne è nato uno spettacolo di grande fortuna, diretto da Claudio Abbado, che mi ha aperto un mondo. Il teatro musicale è un campo estremamente libero, la compresenza di testo scritto e musicale moltiplica i piani di messa in scena. Sono molto contento di riaffrontare a marzo Falstaff di Verdi, opera che feci nel 2008 e 2010 con Daniele Gatti, e che ora presenterò in un nuovo allestimento con la direzione di Daniel Barenboim alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino».

È vero che fra i prossimi progetti c’è una serie tv su Eduardo?

«Si tratta di una serie sulla sua vita, ma il progetto è stato arrestato perché ce n’era anche un altro su Eduardo. Ora sto montando il nuovo film Capri- Batterie, ambiento nel 1914, che prende spunto dalla vita di una comunità di artisti. A Capri prima della Grande Guerra soggiornarono grandi intellettuali russi come Maxsim Gor’kij e svedesi come il medico e scrittore Axel Munthe. Protagonista Marianna Fontana insieme a un cast molto giovane».

A proposito di giovani, i ragazzi della periferia napoletana sono i veri protagonisti del Sindaco del Rione Sanità.

«Il Nest opera a San Giovanni a Teduccio, periferia difficilissima, in una ex palestra abbandonata diventata teatro: un riferimento di grande importanza sociale, ma anche artistica. A me piace molto perché è un vero gruppo. Io sono nato formando gruppi, negli anni ’70, quando avevano importanza. La dimensione del gruppo è sempre im- portante nel mio lavoro, il punto essenziale sono le energie che si devono mettere in moto tra le persone ».

Con questi ragazzi ha sfidato il monumento Eduardo rinnovandolo.

«Per me è interessante questa proposta di Francesco di Leva di fare del protagonista Antonio Barracano un giovane boss della camorra. Ho accolto la sfida radicale di abbassare l’età di tutto il cast. Di Leva e i suoi ragazzi vivono in un contesto dove le sopraffazioni violente sono il pane quotidiano: questa scelta porta a proporre delle battute non secondo la scuola di Eduardo, ma con un linguaggio contemporaneo, cattivo, più sporco. Eduardo era uno scrittore profondamente realista, ma trasformava la realtà, da genio qual era, in una dimensione altra. Riportare la sua opera alla realtà di oggi, porta a scoprire un testo diverso. Il bene e il male sono presenti in ciascun personaggio, non c’è uno schematismo moralista».

Soprattutto i mali di Napoli sono molto presenti nelle fiction oggi. Ma come viene rappresentata la sua realtà, secondo lei?

«Napoli è un prisma e contiene tutti gli aspetti, come il mondo. È un palcoscenico shakespeariano, dove ci sono la tragedia, il dramma, la malinconia, l’allegria. Napoli è una città profondamente disincantata e per questo è la città della recita. Si muove in tutte le direzioni possibili. C’è il fondersi di una città verso l’altra: la Napoli della periferia produce un fenomeno come Gomorra, altre forme di dinamismo producono cultura e riscatto».

La sua formazione è anche molto milanese.

«Milano è una città che amo ed è stata un riferimento importantissimo per il mio lavoro negli anni ’70. In questo momento è una città molto avanti in Italia, ha saputo fare un grande salto, si respira forza e energia».

Nel suo cinema, da Noi credevamo al Giovane favoloso, lei ha affrontato anche l’epica dell’Italia unita. Come vede oggi il nostro Paese?

«Nonostante io mi occupi del passato, sono un artista contemporaneo, le mie forme sono sempre del presente. L’Italia di oggi è un Paese molto sofferto, che ha subito troppe ferite, un Paese la cui fragilità lo ha esposto maggiormente a subire i contraccolpi della grande caduta di forza e di valori dell’Occidente. L’Italia che avrebbe potuto diventare nel dopoguerra un corpo più forte, per una serie di mali endemici oggi si ritrova in balìa di populismi e in crisi economica. A volte sembra un pugile suonato. Ma è inutile puntare il dito. Siamo noi a dovere reagire».

E lei da ragazzo lo ha fatto col teatro?

«I miei erano artigiani, papà aveva una pellicceria e mamma una sartoria. Mia madre mi ha trasmesso la sua passione per la cultura e mio padre una certa giocosità, ma insieme anche concretezza. Ero un bambino abbastanza chiuso, ma a 16 anni ho trovato la mia strada nella scuola. Fra il 1975 e il 1976 c’era un grande fermento, c’era la politica, il cinema, l’arte, la musica. Si fondavano gruppi teatrali, così è nata a 17 anni la mia amicizia con Toni Servillo con cui poi fondai Teatri Uniti. Si prendeva al volo un treno di notte per andare a vedere gli spettacoli di teatro a Roma e poi tornare indietro. Insomma, noi credevamo».

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