sabato 22 agosto 2015
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Non c’è solo il rebus della crisi economica in Grecia nel programma del festival “Ventimilarighesottoimari in Giallo”, che si svolge a Senigallia, in provincia di Ancona, fino al 25 agosto. Questa sera alle 21,30, per esempio, nel cortile di Rocca Roveresca Stefano Benni (nella foto) dialogherà con Paolo Mirti a proposito del suo Cari mostri (Feltrinelli), mentre domani alla stessa ora e nello stesso luogo Alessandro Robecchi racconterà la Milano controcorrente del suo Dove sei stanotte (Sellerio), best seller diviso tra Expo e periferia. Spazio anche ai misteri irrisolti della storia, recentissimi come la morte di Marco Pantani (ne parlano questa sera alle 21,30 Andrea Rossini e Francesco Ceniti presso la Rotonda a Mare) e più remoti come il mancato bombardamento di Auschwitz durante la Seconda guerra mondiale (oggi alle 18,45 Arcangelo Ferri ne discuterà all’Angolo Giallo di via Fratelli Bandiera 33). Da non perdere infine la mostra sull’indagatore dell’incubo Dylan Dog (la si può visitare fino al 1° novembre al Palazzo del Duca). Info: www.comune.senigallia.an.it/ventimilarighesottoimari.    Inutile interrogare Petros Markaris sui suoi studi di economia. «È stato un incidente – taglia corto –, ho preso quella laurea solo perché così voleva mio padre. Io, per conto mio, ho sempre desiderato fare lo scrittore». Ci è riuscito benissimo, come dimostra il successo internazionale dei suoi noir di ambientazione ateniese (tutti editi in Italia da Bompiani), che vedono il commissario Kostas Charitos indagare sugli inesauribili intrecci fra politica, finanza e poteri mediatici, con un’attenzione tutta particolare al contesto balcanico da cui la Grecia è circondata. Molto amato anche nel nostro Paese, in questi giorni Markaris – nato nel 1937 a Istanbul in una famiglia greco-armena – è a Senigallia, dove ieri sera ha partecipato insieme con il regista Alberto Sironi al festival “Ventimilarighesottoimari in giallo”. Tra un paio di settimane, il 12 e 13 settembre, sarà a Mantova per il Festivaletteratura. Laurea in economia a parte, i suoi libri – compreso il recente Titoli di coda  – possono essere letti come avvincenti reportage sempre capaci di giocare d’anticipo sulla cronaca. «Quando, in Si è suicidato il Che, ho raccontato come sarebbe andata a finire con le Olimpiadi del 2004, molti sono rimasti sorpresi – dice –. Si domandavano come avessi fatto a indovinare, ma a me sembrava tutto semplicissimo, tutto prevedibile». Anche le dimissioni di Tsipras erano prevedibili? E l’appoggio del tedesco Schäuble al salvataggio della Grecia? «No, da romanziere devo ammettere che sono stati due bei colpi di scena, ciascuno dei quali però può essere spiegato. Nella sua qualità di ministro delle Finanze del più ricco Paese europeo, Wolfgang Schäuble ha fatto di tutto per imporre una difesa a oltranza della cosiddetta Eurozona, ma alla fine si è reso conto che il prevalere di questa sua strategia avrebbe portato alla disgregazione dell’Unione. Anche questo l’avevo previsto in un romanzo, sa? In Resa dei conti, del 2012, immaginavo che la Grecia, in compagnia di Spagna e Italia, rinunciasse all’euro. Si tornava alle vecchie monete nazionali, ad Atene circolavano solo dracme». Non era il piano del premier Tsipras? «Il suo obiettivo è sempre stato solo quello di rafforzare se stesso, per ottenere più potere in patria e più prestigio a livello internazionale. A questo doveva servire il famoso referendum, che non ha tardato a rivelare tutta la sua inutilità. Adesso, dopo essere stato sconfitto in sede europea, Alexis Tsipras pretende di risolvere le grane interne del suo partito, Syriza, ricorrendo alla elezioni anticipate. Ancora non riesce a capire che i greci non ne possono più. C’è un Paese che sta andando a pezzi e i politici insistono con i loro mostruosi trucchetti, con le loro assurde perdite di tempo». Di che cosa avrebbe bisogno ora la Grecia? «Mi viene in mente lo slogan che i giovani contestatori scandivano contro la dittatura dei colonnelli negli anni Sessanta. “Pane, scuola e libertà”, chiedevano. La mia impressione è che, in questo momento, a fare davvero difetto nel mio Paese sia la scuola, e cioè la cultura. La Grecia di mezzo secolo fa era ancora più povera di quella di oggi, ma in media l’istruzione era molto più alta di oggi. Sa che cosa mi impressiona? Che tanti miei concittadini ancora si illudano di tornare alla dolce vita degli anni Novanta, quando pareva che anche in Grecia i soldi scorressero a fiumi. Ma il disastro che stiamo vivendo è cominciato proprio allora, quando ci si è voluti persuadere che rinunciare alla cultura in cambio di una ricchezza facile fosse un buon affare per tutti». La Grecia, però, è stata la culla della cultura europea… «Sì, e Thomas Edison ha inventato la lampadina. Ma quanti si ricordano il suo nome nel momento in cui navigano su internet? Non voglio dire che il passato, specie se glorioso, non sia importante, ma non può diventare un alibi per evitare di affrontare i problemi del presente. Chi ci governa oggi non se la può cavare citando Pericle a tutto spiano, così non si risolverà mai niente. E i greci, lo ripeto, sono esasperati. Forse all’estero non è chiaro, ma ad Atene si è sfiorata più volte la guerra civile». Quindi gli intellettuali non sono di nessun aiuto? «Al contrario, sono necessari per comprendere la contraddizione che sta al cuore dell’esperienza greca moderna. Da un lato c’è il legittimo orgoglio di essere gli eredi di una tradizione millenaria, che è appunto la tradizione su cui si fonda l’Europa. Dall’altra parte, però, c’è la consapevolezza di trovarsi in una posizione minoritaria all’interno dell’Europa stessa, con tutti i limiti e addirittura le umiliazioni che questo comporta. Se si legge con attenzione la poesia greca del Novecento, non si può fare a meno di notare come questo dissidio sia stato il tema centrale di autori come Kavafis, Seferis, Elytis. Sono stati loro i primi a interpretare il nostro malessere, raccontando quello che la Grecia stava diventando». E poi arrivato il commissario Charitos. «A dire il vero è arrivata la famiglia intera: Kostas, sua moglie Adriana, la figlia Caterina. Mi si sono presentati tutti assieme e questa è stata la mia fortuna. A differenza di quanto accade nell’Europa settentrionale, dove domina l’individualismo, nell’ambito mediterraneo, così come in quello latinoamericano, la dimensione prevalente è proprio quella della famiglia. Il commissario conta, non si discute, ma molte lettrici mi confessano di avere più a cuore il personaggio di Adriana». Ha mai pensato di scrivere qualcosa di diverso da un noir? «No, perché sono convinto che nel contesto attuale il poliziesco svolga la stessa funzione che nell’Ottocento era assolta dal romanzo borghese. Anzi, se si prova ad andare più in profondità, ci si accorge che molti capolavori del XIX secolo, da Delitto e castigo di Dostoevskij ai  Miserabili di Victor Hugo, ruotano intorno a un crimine. Per non parlare di Dickens: il suo ultimo romanzo, Il mistero di Edwin Drood, è un poliziesco in piena regola, e ha anche il vantaggio di essere rimasto incompiuto». 
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