mercoledì 7 agosto 2019
Curata da Gianotto e Nicolotti, l’edizione critica dello scritto del II secolo, rigettato dai Padri della Chiesa, rinnova l’interesse per l'ambito culturale nel quale furono redatti i testi canonici
L’apostolo Giovanni e Marcione di Sinope in una miniatura dell’XI secolo (Wikicommons)

L’apostolo Giovanni e Marcione di Sinope in una miniatura dell’XI secolo (Wikicommons)

COMMENTA E CONDIVIDI

«Noi leggiamo il Nuovo Testamento ancora troppo poco a partire dall’Antico ». Così scriveva il 30 aprile 1944 Dietrich Bonhoeffer all’amico Eberhardh Bethge, in uno dei testi più profetici del secolo XX. Nella ricerca spirituale di Bonhoeffer la Bibbia fu un elemento decisivo. La lettura sistematica e quotidiana della Bibbia generò nei due anni di carcere una autentica rivoluzione teologica ed etica. Di tutta la Bibbia, con un peso speciale attribuito ai profeti e agli autori sapienziali, compreso Giobbe «che amo in modo particolare».

Bonhoeffer era stato allievo di Adolf von Harnach, autore di uno dei saggi più importanti su Marcione, l’“eretico” cristiano del II secolo, il più importante sostenitore della necessità di non includere l’Antico Testamento tra i testi fondanti del cristianesimo, cui bastava il Nuovo Testamento – forse fu lo stesso Marcione a introdurre l’espressione “Nuovo Testamento”. Se la Chiesa primitiva avesse seguito Marcione non avremmo avuto Bonhoeffer, e molte altre cose, inclusa l’immensa arte e letteratura cristiane ispirate all’Antico Testamento.

In realtà, anche se furono i detrattori di Marcione a vincere la battaglia teologica, molti cattolici di oggi sono marcioniani senza saperlo, quando pensano che il Dio dell’Antico Testamento è diverso da quello del Nuovo, o che “basta il Vangelo” per la fede cristiana. La recente pubblicazione (in italiano e in greco), per i tipi di Einaudi, del Vangelo di Marcione ( pagine 360, euro 30,00) grazie al grande e ottimo lavoro dei curatori Claudio Gianotto e Andrea Nicolotti, ci consente di entrare dentro questioni importanti per la storia della Chiesa e della teologia, nonché per tornare sul processo di formazione dei vangeli e del canone cristiano nei primi secoli. Un libro piacevole da leggere, piacevolissimo da recensire per la sua qualità e rilevanza. Una pubblicazione particolarmente preziosa e intrigante, perché, come scrivono i curatori nell’ampia e preziosa introduzione, «non ci è pervenuto nessun manoscritto contenente il testo del cosiddetto Vangelo di Marcione».

Chi era Marcione? Era originario del Ponto, di professione faceva l’armatore, forse figlio di un vescovo cristiano. Giunse a Roma attorno al 140 d.C., dove entrò a far parte di quella comunità cristiana. Presto Marcione entrò in conflitto dottrinale con i capi dei cristiani romani, e fu costretto ad abbandonare la città nel 144. Raggiunse il suo massimo successo attorno al 160, dando vita ad una vera e propria comunità di seguaci, poi definita scismatica.

Marcione fu oggetto di importanti opere polemiche da parte di autentici fuoriclasse. I più importanti furono Ireneo di Lione ( Contro le eresie, fine II secolo), Tertulliano ( Contro Marcione, inizio III secolo), Epifanio di Salamina ( Panarion, seconda parte IV secolo). La battaglia contro le tesi marcioniane fu infatti molto vasta e potente, il che dice l’importanza del personaggio. Fu talmente importante e vasta che il testo che oggi conosciamo come Vangelo di Marcione è stato ricostruito sulla base delle citazioni di questo vangelo perduto riportate dai critici nelle loro opere scritte per confutare le dottrina di Marcione – avere buoni avversari intellettuali è spesso una provvidenza.

Sono due le principali opere di Marcione, l’Euaggelium e l’Apostolikon. Il primo sarebbe propriamente il Vangelo di Marcione, il secondo una collezione di lettere di Paolo (quelle che conosciamo anche noi, tranne le due a Timoteo e quella a Tito, ma con incluse anche quelle che oggi gli studiosi non considerano paoline). L’Euaggelium, il Vangelo (forse Marcione è stato il primo ad usare questa parola per dire il testo scritto contenente le opere e le parole di Gesù), è l’oggetto del lavoro di Gianotto e Nicolotti, che però nell’introduzione discutono anche l’Apostolikon, essendo i due testi profondamente legati tra di essi. L’interpretazione delle lettere di Paolo è infatti l’elemento chiave della teologia di Marcione. Il suo pensiero può essere infatti definito una teologia paolina radicale.

Dagli Atti degli apostoli e da alcune lettere di Paolo sappiamo che l’interpretazione che Paolo diede dell’evento Cristo e della sua novità rispetto alla Legge di Mosè e alla religione ebraica trovò forti resistenze tra gli apostoli, soprattutto in Giacomo, il fratello del Signore, e nelle comunità giudeo-cristiane che a lui facevano riferimento.

Nella lettera ai Galati (che non a caso è la prima lettera nella raccolta di Marcione) Paolo esprime chiaramente la sua posizione (l’opposizione tra Legge e Vangelo), che poi riprenderà e svilupperà nella lettera ai Romani – la comunità romana, infatti, quella dove operava Marcione, aveva origini e natura giudeo-cristiane.

Va ricordato che la linea paolina, sebbene ebbe importanti esponenti all’inizio del II secolo (Ignazio di Antiochia, gli autori della lettera di Barnaba o di quella a Diogneto), non era quella dominante. Infatti, «la linea maggioritaria del cristianesimo nascente aveva imboccato la strada dell’accettazione e della valorizzazione delle radici giudaiche, e attraverso la tecnica dell’interpretazione allegorica stava costruendo la propria cristologia a partire dalle prefigurazioni e anticipazioni di diversi aspetti della vicenda di Gesù contenute nelle Scritture ebraiche, in particolare le profezie» (introduzione).

Marcione si oppose fortemente a questa tendenza conciliatoria, e questa opposizione fu alla base del suo allontanamento da Roma. Marcione meditò le lettere di Paolo, e arrivò a conclusione estreme sul rapporto tra Antico e Nuovo Testamento: accogliere la novità del Cristo comportava per lui il distacco dalla Legge e dalle tradizione giudaiche, perché il Dio di Gesù non era Ywhw della Bibbia ebraica, ma un Dio tutto nuovo e diverso. Da qui il suo Nuovo Testamento: il suo Vangelo e le dieci lettere di Paolo. Altri autori dei primi secoli (Eusebio, Celso, Giustino…) posero l’accento sul rapporto tra cristianesimo e giudaismo.

Marcione creò la grande occasione per molti Padri della Chiesa per andare a fondo su questa questione centrale, e arrivare ad una conclusione che confinò Marcione tra gli eretici.

Ma come era il Vangelo di Marcione? Gli studiosi hanno idee diverse. La tesi dei detrattori antichi di Marcione era molto semplice: Marcione avrebbe preso il Vangelo di Luca e lo avrebbe emendato nelle parti non coerenti con la sua (di Marcione) teologia, in particolare avrebbe cassato tutti quei passaggi che sottolineavano la continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Il Vangelo di Marcione sarebbe dunque successivo a quello di Luca e ideologicamente emendato. Questa tesi è quella arrivata quasi incontrastata fino a tempi recenti, grazie in particolare al lavoro di Harnach (1921), il maestro di Bonhoeffer.

Noi oggi sappiamo, anche grazie a questo nuovo libro, che la storia probabilmente fu molto più complessa. Ecco un elenco (parziale) delle questioni controverse. Innanzitutto, le forti somiglianze tra quello che oggi noi conosciamo come Vangelo di Luca e quello di Marcione, portano alcuni studiosi della cosiddetta “terza ricerca” sull’origine dei vangeli a sostenere una tesi opposta a quella di Tertulliano considerata ufficiale e definitiva: è quello arrivato a noi come Vangelo di Luca ad essere uno sviluppo del Vangelo di Marcione che sarebbe dunque più antico. Alcuni arrivano a sostenere «che il Vangelo di Marcione potrebbe essere il vangelo primitivo che ha innescato il processo di formazione del “vangelo tetramorfo” [i quattro vangeli canonici]». Non sarebbe stato dunque «Marcione ad eliminare del materiale canonico di Luca, ma piuttosto quest’ultimo ad aggiungere materiale narrativo all’originale Vangelo di Marcione».

Per altri (Knox, Tyson) «sia il Vangelo di Marcione sia il Vangelo di Luca sarebbero il risultato di una rielaborazione, da parte dei rispettivi autori, di un testo più antico, già contenente materiali provenienti da Marco e dalla fonte Q». Nel Vangelo di Marcione, ad esempio, non sono presenti i primi due capitoli di Luca sull’infanzia di Gesù. Alcuni ritengono che «i primi capitoli del Vangelo di Luca siano secondari e rappresentino una intenzionale revisione del testo del vangelo di Marcione» – è infatti noto che i capitoli dell’infanzia sono scritti sulla falsariga di episodi dell’Antico Testamento (Magnificat, fuga in Egitto …). Su questo aspetto centrale del Vangelo di Marcione, i curatori del libro sostengono la tesi di «una rielaborazione da parte degli autori di entrambi i vangeli, Marcione e Luca, di un protovangelo comune».

Torna il grande tema del possibile protovangelo, di cui forse già parlava Papia di Hierapolis, magari scritto in aramaico, alla base dei quattro vangeli e di alcuni apocrifi, che ogni archeologo del primo cristianesimo spera di trovare in una futura Qumran. Marcione, allora, avrebbe scritto (o, più probabilmente, utilizzato un testo che si era portato dall’Asia Minore) un testo che fu la base di tutti gli altri vangeli. In particolare Klinghardt (2015), arriva a sostenere la forte tesi della «dipendenza del Vangelo secondo Luca dal Vangelo di Marcione… Quindi cerca di dimostrare la dipendenza del Vangelo secondo Marco dal Vangelo di Marcione; in seguito, discute la possibilità di considerare il Vangelo di Matteo una compilazione a partire dai vangeli di Marcione e di Marco».

Per Gramaglia (2017), invece, «il vangelo di Luca avrebbe avuto una duplice edizione: la prima si sarebbe diffusa verso gli anni ottanta-novanta del I secolo… Sarebbe questo il vangelo conosciuto e usato da Marcione. Lo stesso autore di questa prima edizione (si chiamasse o no Luca) nei decenni successivi avrebbe realizzato una seconda edizione del suo testo, rivedendolo e accrescendolo. Tale nuova edizione di Luca non sarebbe stata conosciuta o accettata da Marcione». Non l’avrebbe accettata, forse, perché la seconda edizione di Luca sarebbe stata già contaminata dagli influssi giudeo-cristiani, che per Marcione ne avrebbero distorto il messaggio “paolino” centrale e l’unico vero.

Un dibattito vivissimo che mostra almeno due cose. Che la redazione dei vangeli fu un processo più lungo di quanto pensassimo solo alcuni decenni fa, perché «la fluidità dei processi di trasmissione, la necessità di adattare i testi alle multiforme esigenze degli ambienti all’interno dei quali transitavano… inducono a presupporre un periodo più lungo per la fissazione dei testi in una forma “canonica”… Il terminus ad quem per questa forma “canonica” non possa essere la fine del I secolo ma la metà del II secolo». E quindi i curatori concludono: «Il dibattito è aperto, ed è solo agli inizi ». E noi viene una voglia matta di seguirne gli sviluppi.

L’errore di Marcione, se errore vi fu, è stato forse di voler ridurre i molti vangeli ad uno solo vangelo (il suo), mentre la forza straordinaria dei vangeli sta nella loro pluralità, nelle varianti, nelle discordanze, che ci impediscono di intrappolare nelle nostre teologie la “sottile voce di silenzio”. Nell’introduzione dei curatori, nel testo di Marcione e nelle lunghe e dettagliate note al testo si incontrano altre questioni aperte: anche le lettere di Paolo hanno subito lo stesso processo dei vangeli? Il lavoro fatto per Marcione non dovrebbe essere esteso anche ad altri testi apocrifi antichi, come il Vangelo di Pietro, il Vangelo secondo Tommaso, ed altri? E molte altre ancora.

Lo scopo primo del grande e prezioso lavoro di Gianotto e Nicolotti è comunque consegnarci questo nuovo vangelo. Ho apprezzato la scelta dei curatori di offrirci un vangelo completo, dove nelle parti mancanti di Marcione i curatori hanno utilizzato il manoscritto Codez Bezae Cantabrigensis, una scelta ben argomentata e che ci consente di leggere e meditare un vangelo, simile e a tratti diverso a quelli conosciuti. La bella notizia è che oggi abbiamo un vangelo in più in italiano; un vangelo donato, che per il credente non ha lo statuto dei canonici. Ma il dono resta, ed è vero, per i credenti e per tutti. Leggerlo è una esperienza particolarmente emozionante: si ha la forte impressione di toccare e sentire parole antiche e diverse, che non lasciano indenni: «E avvenne, mentre egli stava in un luogo pregando: e come cessò, uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare…”. Allora egli disse: “Quando pregate dite: Padre, venga il tuo spirito santo su di noi, e ci purifichi; venga il tuo regno; dacci ogni giorno il tuo pane necessario e rimetti a noi i nostri peccati, infatti anche noi stessi li rimettiamo a chiunque ci è debitore; e non farci entrare in una prova”».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: