giovedì 16 dicembre 2021
L’approccio pedagogico attraverso il pensiero di Maria Zambrano e l’esperienza della psichiatra infantile Margherita Rimi: innovare è riscoprire la «civiltà dell’infanzia»
Una classe di una scuola primaria, anni 2000

Una classe di una scuola primaria, anni 2000 - archivio

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«La vocazione di maestro - scriveva Maria Zambrano in Per l’amore e per la libertà, Marietti, a cura di Annarosa Buttarelli (pagine 193, euro 24) – è tra tutte la più indispensabile, la più prossima a quella dell’autore di una vita, perché la conduce alla sua piena realizzazione ». Poche cose come l’impegno pedagogico tengono insieme la persona e il suo destino, stante che lungo la traiettoria che si disegna nel percorso pedagogico, quella stessa persona non soltanto si definisce, ma si integra, prende rapporto con gli altri, si connette al mondo. «Educare significa risvegliare, o aiutare a risvegliarsi, alla realtà, in modo che la realtà non sommerga l’essere e ciò che gli è proprio», scriveva ancora Zambrano in pagine a oggi di mirabile pregnanza e limpidezza. Educare vuol dire accompagnare il giovane individuo non al mimetismo, piuttosto a un’arte di seguire gli esempi. E contemporaneamente, guidare ciascuno verso la propria vocazione, che a sua volta è configurarsi di un destino, come inserzione della libertà individuale nel tempo, quel particolare tempo della vocazione che realizza la vita unendo essere e realtà, natura e fatti. La preziosa raccolta di saggi 'pedagogici' di Maria Zambrano, ora ripubblicata dopo una prima edizione del 2008, contiene, tra le altre, pagine densissime su cosa sia infanzia e, viceversa, adolescenza. Quest’ultima, «maturità dell’infanzia», è pensata come «età dell’imprecisione», indefinita e inafferrabile per sua essenza, al contrario dell’infanzia cui è invece peculiare una buona dose di leggibilità. Infanzia leggibile come vero e proprio «continente », tutto conformato e ispirato alla sua propria origine, alla nascita. Già, perché condizione dell’infanzia è un continuo ripetere l’inizio, e per ciascun essere umano venire al mondo è «trovarsi nato nella vita e già essendo, così andando verso una rinascita senza fine». Eppure, all’esistenza dell’infanzia, al suo statuto ontologico di generazione, non viene riconosciuta l’autorevolissima legittimità che le pertiene. È tendenzialmente misconosciuto quanto proprio nell’infanzia sia inscritta una grande lezione di libertà e di educazione morale. Spunti sui quali riflette Margherita Rimi ( Il popolo dei bambini. Ripensare la civiltà dell’infanzia, Marietti, pagine 210, euro 15), ponendo l’accento su quale frattura nella società abbia segnato il trascurare quella «civiltà dell’infanzia » riconoscere la quale è stato grande traguardo della storia della cultura del ventesimo secolo. Sono i bambini i veri protagonisti dell’innovazione, maestri di libertà, sovvertitori di schemi desueti; eppure, passato il tempo di Maria Montessori e del suo pensiero straordinariamente rivoluzionario, trascorsa l’eco delle riflessioni di stampo psicoanalitico di Ferenczi, Winnicott, Bion, l’infanzia è oggi età pochissimo considerata e seguita. Andrebbe «ascoltata con grande equilibrio», senza enfasi idealizzante, ma nemmeno con sistematica indifferenza e disattenzione. Perché dai bambini ci giunge una grande lezione, non solo per via della pratica del gioco come forma 'alta' di relazione con gli altri; anche una lezione di autonomia e di libertà. E se gli individui andrebbero coltivati e accompagnati nel loro progressivo incontro con la realtà, come argomentava Maria Zambrano, una società sana, commenta Margherita Rimi, dovrebb’essere quella che una volta riconosciuta la «civiltà dell’infanzia» sia in grado di fare un passo successivo. Mettersi in ascolto dei bambini, ma senza utilizzare i paradigmi adulti. Lasciar parlare e lasciar essere l’infanzia, secondo un criterio di rispetto «generazionale» in grado, idealmente, di sprigionare tanti insegnamenti nuovi: validi per grandi e piccini.

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