lunedì 16 luglio 2012
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​L’avventura dei Madredeus sembrava destinata a chiudersi con l’addio nel 2007 di Teresa Salgueiro e la scelta del gruppo di mutare stile per esibirsi col grande organico della Banda Cósmica. Poi però, come ci racconta il chitarrista, autore, fondatore e produttore Pedro Ayres Magalhães, «Ho capito che i Madredeus erano andati oltre la loro musica. Avevamo visto che, dicendo delle domande dell’uomo e della cultura cristiana, argomenti lontani dalle richieste delle radio, venivamo compresi ovunque: pur cantando in portoghese. Però non immaginavamo ci fosse tanta esigenza di sentirci proporre ancora le nostre riflessioni in musica». Così l’artista, col collega Trindade (tastiere), si è fatto affiancare da due violini e un violoncello, ha scelto nella giovane Beatriz Nunes l’erede della Salgueiro e i Madredeus sono ripartiti. Festeggiando ora 25 anni di carriera con un’antologia di brani riletti in chiave classico-acustica (Essência) e un tour che toccherà l’Italia il 19 luglio a Roma e il 20 a Lecco. Nonché un obiettivo confermato, oggi sempre più una sfida: «Parlare dell’uomo e dell’oltre con le canzoni».Perché avete scelto di ripartire dai primissimi pezzi e con suoni scarni, nonché brani solo intimisti?Perché oggi siamo un progetto mirato, ma anche, necessariamente, a basso costo. Nessuno ci aiuterebbe a produrre la nostra musica com’è o come nacque. Con la Banda Cósmica abbiamo fatto tre cd in diciotto mesi, aprendo un altro percorso artistico, e non si pensava poi di ripartire coi Madredeus. Ma alla fine di quel percorso, con stupore, abbiamo scoperto che tre musicisti del gruppo volevano continuare: ed arrangiare per archi le nostre canzoni del passato. È da questo loro amore per noi che siamo ripartiti, producendoci da soli, in essenzialità e finendo col ricordare – grazie alle loro scelte – brani dei dischi degli esordi. Che peraltro nessuno oggi ci ristampa.Però non regalate ai fan neppure un inedito…Questi brani suoneranno nuovi per tanti: e dal vivo restano i più amati. O Paraíso, Coisas pequenas, A estrada da montanha sono proprio l’essenza della nostra proposta, più da palco che da radio.Come avete scelto Beatriz Nunes?Cercavamo ragazze che sapessero leggere la musica, però trovavamo solo cantanti liriche, impostate. I Madredeus invece propongono musica "scritta", sì, ma popolare, che possa essere pure fischiettata. Allora abbiamo ricominciato da capo: Beatriz fu la prima della seconda ondata di audizioni. Sa modulare, ha studiato canto classico ma anche jazz, sa usare le potenzialità del microfono. Inoltre conosceva i pezzi: insomma, era già pronta per fare un cd.Nel quale alla fine spiccano testi di spiritualità.Noi siamo completamente mirati a quella direzione. La nostra musica ritrae l’uomo che guarda il cielo e chiede «chi sono?», «cosa c’è dopo?», «posso lasciare una traccia?». Aspirazioni, ideali, fede: tentativi di musica oltre la futilità. La musica può dare ansietà o comunicare violenza, noi proviamo a cercarvi la bellezza, a indurre con essa a pensare.Come band "a basso costo" quanto è dura, oggi?Tantissimo. Oggi si investe solo su musica massiva e sostanzialmente anglofona. Però il nostro "brand", come dicono quelli che fanno marketing, resta suonare: ovunque. E la spiritualità, le riflessioni, anche la fragilità umana, se le mette sul palco arrivano alla gente. Checché ne dica l’industria.Di questi 25 anni qual è il suo orgoglio maggiore?Sa, io volevo suonare la chitarra, comporre, rinnovare la musica portoghese, girare il mondo. L’ho fatto mille volte. Tanto che quando Teresa se ne andò mi sembrò naturale, chiudere la pagina dei Madredeus. Poi ho capito che avevo anche un’altra necessità: incontrare la gente. Per questo reinvesto fama e soldi per proseguire a pensare all’uomo. Insieme a chi mi ha chiesto di continuare a farlo.
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