sabato 11 marzo 2023
La monaca e iconografa calabrese racconta in un libro il suo viaggio fuori e dentro la fede: gli anni alla Sorbona, la riscoperta delle origini, Bartolomeo I, Il dialogo con l'Oriente cristiano
Madre Mirella Muià mentre illustra il significato dell’icona di “Cristo sposo”

Madre Mirella Muià mentre illustra il significato dell’icona di “Cristo sposo”

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Una sorta di viaggio circolare, questo che ci viene proposto dalla madre Mirella Muià nel suo ultimo libro. Il viaggio della sua vita. Dal profondo Sud tradizionalista alla Francia dei Lumi con ritorno. Dalla Calabria alla Sorbona di Parigi, passando per Genova, l’Austria, la Germania e poi nuovamente (definitivamente) la Calabria, col suo radicamento nel cristianesimo orientale. Un viaggio del cuore: dalla sua presenza, a volte invadente, quasi sempre incompresa, alla sua assenza, quasi totale, nel gelido ardore del pensiero razionalista. E poi l’abisso della malattia, del corpo e dell’anima. Abisso in cui ricomincia la vita vera: il lento e inesorabile riemergere di Dio, la riscoperta, questa volta cosciente, dell’importanza del cuore e della strada di casa.

Mirella Muià oggi è eremita a Gerace, in Calabria. Abita l’Eremo dell’Unità, presso il santuario della Madonna di Montserrat. Una “casa” affidatale nel 2002, che era quasi un rudere, dall’allora vescovo di Locri-Gerace Giancarlo Bregantini. È in questo luogo che, nel libro La porta aperta dell’orizzonte (Bit Culturali, pagine 158, euro 15,00), colloca la conclusione della sua Storia di un lungo viaggio, come spiega il sottotitolo. Da qui, negli anni ha incrociato la propria vita con quella degli eremiti che nei secoli l’avevano preceduta. L’Eremo dell’Unità, infatti, era sede di una Laura, cioè del punto di incontro per le celebrazioni domenicali, degli anacoreti che in quella zona vivevano fin dai primi secoli dell’era cristiana: giunti in fuga dal decadimento sociale e morale del Nord Africa imperiale e poi ancora dalle invasioni barbarica e islamica. L’eredità e lo stile più che millenari di quegli uomini e donne di preghiera sono come rinati in lei, che li ha assunti quale compimento della sua vita nuova.

Originaria di Siderno, Mirella Muià è emigrata giovanissima a Genova, con la famiglia. Qui ha frequentato le superiori e l’Università, con parentesi in Austria e Germania. In Francia, a partire dal 1971, ha insegnato in vari licei e ha iniziato la carriera di ricercatrice alla Sorbona. Ha avuto una figlia e presto si è ritrovata a crescerla da sola. Nel frattempo l’allontanamento dalla fede, cominciato all’università, si era trasformato in un razionale rifiuto di Dio, accompagnato dal continuo mettere a tacere di ispirazioni, segni e richiami interiori alla vita spirituale, presenti già all’epoca del liceo. Poi il baratro della malattia in cui, giunta al fondo, sperimenta il misterioso sostegno di Dio. La rinascita è progressiva, quasi inesorabile. Sempre in Francia, per due anni, frequenta un corso di iconografia durante il quale non solo impara quell’arte, ma anche scopre un’irresistibile attrazione verso la spiritualità ortodossa, che vive come una chiamata al ritorno a casa, in quella Calabria che da secoli è ponte (misconosciuto e incompreso) fra Oriente e Occidente cristiano.

Prende contatto con l'Università di Cosenza, dove trova un incarico di lettrice e con la figlia lascia definitivamente Parigi nell'89. In Calabria succede che ogni cosa la conduce per mano verso una scelta di vita religiosa. Conosce Bregantini e varie comunità religiose. L'iconografia prende sempre più spazio e con essa la chiamata al dialogo cattolico-ortodosso. La svolta arriva con la visita in Calabria del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I col quale, grazie a Bregantini, instaura un inatteso rapporto confidenziale da cui emerge la conferma che la strada monacale ispirata a quei primi eremiti, simbolo in Calabria della cristianità unita, era quella giusta. Nel frattempo la figlia, laureatasi, aveva deciso di dedicarsi alla missione fra gli indios dell'Amazzonia.

"Ritorna al primo amore" è il comando rivolto alla Chiesa di Efeso nell'Apocalisse. Un viaggio che per Mirella Muià è durato decenni: un po' come per Ulisse nel suo ritorno a Itaca, a Penelope, dopo che da avventuriero era partito per una guerra lontana. E il suo libro, in fondo, è un po' Iliade e un po’ Odissea senza avere alcuna pretesa di esserlo. Anzi, è narrato con una tale semplicità e spontaneità di parole da risultare efficace e immediato, ma fuori da ogni forma di costruzione letteraria. Un po’ Iliade nella necessità che è di ogni persona di affrontare le battaglie e le malintese infatuazioni della vita. Un po’ Odissea nell’urgenza, per ognuno, di rimettersi sulla strada per ritrovare quel che conta della verità e dell’amore. Perché ogni vita si compie davvero nel ritorno alle origini, a quel soffio dello Spirito che ci rende unici e diversi da ogni altra vita. Non quindi un viaggio iniziatico in senso letterario, quello della madre Mirella, perché si tratta di vita concreta, quasi come in presa diretta. Raccontata più a partire dai sentimenti che dagli episodi e dalle date. Vita fatta dei travagli, delle delusioni e delle piccole e grandi gioie in cui tutti noi siamo quotidianamente immersi. Vita di speranze smarrite, di vocazioni messe a tacere, di lampi di luce oscurati, di profumi spirituali trascurati e persino denigrati. Di porte mai definitivamente chiuse che, di tanto in tanto, si aprono su un orizzonte che chiama al viaggio che conta davvero e per noi, come è stato per lei, arriva il momento di cogliere l’attimo.

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