venerdì 18 agosto 2017
Il nuovo libro di Adriano Prosperi dedicato al padre della Riforma individua nell'atto di Wittenberg il discrimine tra uomo medievale e individuo moderno, che scopre il problema della libertà
L'età moderna? Inizia con le 95 Tesi di Lutero il 31 ottobre 1517
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Una pluridecennale esperienza di recensore (e anche di recensito) mi ha insegnato a considerare da parte mia, anzitutto, la recensione come il risultato di un esame di coscienza del recensore: fino a che punto ha le competenze adatte ad assumersene la responsabilità? E fino a che punto ne possiede la necessaria onestà intellettuale? Non escludo che alcune di queste considerazioni siano maturate in me non solo dalla mia condizione di cattolico, ma anche dalla lettura di un libro che ha ormai oltre vent’anni (per quanto sia stato ristampato), Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari di Adriano Prosperi: uscito nel 1996 è senza dubbio uno dei più bei libri di storia che mi sia mai capitato di leggere. Le sue opere più recenti, Delitto e perdono (2013) e La vocazione (2016) mi hanno confermato il giudizio che mi capitò allora di formulare.

Mi sento quindi indotto a derogare dalla prudenza – che molto spesso è una forma d’ingenerosità – con la quale il recensore esita ad affermare che il libro recensito gli è piaciuto, che lo ha coinvolto e magari perfino commosso: come se nel recensito si dovesse individuare per forza di cose un concorrente se non addirittura un avversario; come se l’ammirazione per un collega dovesse in qualche modo implicare un’umiliazione per se stessi. Dico tutto ciò in quanto, senz’ombra di pregiudizio, avevo accolto la biografia che Adriano Prosperi ha dedicato a Lutero. Gli anni della fede e della libertà (Mondadori, pagine 580, euro 28), come un “libro d’occasione” scritto in coincidenza con il cinquecentenario dell’affissione da parte di un oscuro monaco agostiniano delle celebri “95 tesi sulle indulgenze” al portale della chiesa del castello di Wittenberg. Quasi un “atto dovuto”, mi sono detto, da parte di uno ch’è per unanime giudizio considerato uno dei massimi esperti europei (quindi mondiali) della Riforma. Non era così: mi sbagliavo. E per comprenderlo mi è bastata la lettura della Premessa così partecipata e commossa, così coraggiosa pur nello stile sempre sobrio e sorvegliato che di Prosperi è tipico. Che cos’ha davvero significato l’esperienza di quel Martin che si autoridenominò, da Luder, Luther (“il Liberatore”), nella storia della Germania, dell’Europa, del mondo cristiano? Era logico e naturale, ma anche profondamente significativo, rifarsi al famoso discorso pronunziato nel 1945 a Washington da un Thomas Mann sul rapporto tra Lutero, l’esperienza nazionalsocialista e la Chiesa luterana. Un discorso per certi verso duro e impietoso di chi lo pronunciava nei confronti non solo del suo Paese, ma anche di se stesso: egli avrebbe potuto nascondersi dietro la sua condizione di “oppositore”, di “perseguitato”: ma non lo fece. E affrontò il tema della “tragedia tedesca”, che lo riguardava e della quale si sentiva corresponsabile, come nato «dalla paradossale compresenza di libertà e servitù, definita da Lutero nel 1520 come un carattere originario della cultura germanica: libertà del credente e servitù del suddito».

Lutero “il Riformatore”. Che cosa mai può essere altrimenti un cristiano, dal momento che la primitiva forma della Chiesa – quella che in fondo non capiremo mai, che non conseguiremo mai – è stata più volte tradita e distorta, e che è quindi necessario di continuo reformare deformata? Che cosa mai se non questo hanno fatto, o hanno tentato di fare, o hanno detto di voler fare, i grandi riformatori-rifondatori della chiesa romana dell’XI secolo, quelli stessi che per un altro verso (o per la stessa ragione) hanno provocato la rottura della Cristianità allontanando quella greca da quella romana? E non è stata forse la proposta di Lutero a provocare un’ulteriore per molti versi forse più grave rottura all’interno della Cristianità occidentale, quasi esattamente mezzo millennio dopo quella, esattamente mezzo millennio prima del nostro centenario? Lutero “il Rivoluzionario”: quando non addirittura “lo Scismatico”.

Ma le cose, nel profondo, stanno in ben altra maniera. A costo di dar l’impressione di voler rivalutare le cesure convenzionali della storia, Prosperi ribadisce che – molto più del 12 ottobre del 1492 – quel 31 ottobre del 1517 segnò «la frattura decisiva tra le epoche che definiamo Medioevo ed Età moderna e che potremmo più concretamente definire, rispettivamente, l’età dei vivi al servizio dei morti e l’età dei vivi che cominciano a liberarsi dal peso dei morti». È difficile definire con tanta lucida sintesi che cosa sia la Modernità: che comincia dal momento nel quale l’uomo occidentale (ch’è ancora uomo cristiano) scopre la sua assoluta libertà individuale; ma, come cristiano, è costretto ad associarla immediatamente, profondissimamente alla sua schiavitù rispetto all’Onnipotenza divina. Libertà nell’esame della parola di Dio, schiavitù dell’arbitrio umano. Un dramma insondabile, irrisolvibile.

Tutto il “processo di secolarizzazione”, tutta la “globalizzazione”, partono di qui e ne sono conseguenza. Colombo ha scoperto il Nuovo Mondo, per quanto non si sia mai convinto che fosse tale; Lutero, sulla scorta di Agostino e della filosofia umanistica, ha scoperto l’insondabile contraddizione dell’animo cristiano tra fede, libertà individuale e Onnipotenza divina. Un libro, questo di Prosperi, costruito con limpida sapienza: che non è una biografia ma che parte da lontano, dalla conversione del monaco Martin e dal suo rapporto con la cultura cristiana dell’umanesimo – da Gasparo Contarini, da Lorenzo Valla (qui il nodo tra rinnovamento filologico ed esegesi scritturale), da Erasmo – per giungere alla giornata febbrile della Wartburg e al nodo conclusivo e terribile ch’essa esplicita, la libertà del credente che attraverso la lettura del Libro Sacro dialoga con Dio, inestricabilmente unita tuttavia alla servitù del suddito. Saranno in molti, una volta terminata questa lettura, a guardare con occhio nuovo alla Modernità e alla storia dell’Occidente.

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