martedì 1 novembre 2022
Per capire la storia e le scelte del presidente brasiliano occorre riandare all'amicizia con il grande pedagogista, con il quale fondò il Partido de los Trabajadores tra socialismo e cristianesimo
Lula e Freire insieme nel 1989

Lula e Freire insieme nel 1989 - Archivio Dorella Cianci

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Nel ’69 inizia la carriera politica di Luiz Inácio Lula da Silva, detto “Lula”, l’operaio sindacalista che aveva perso un dito della mano in fabbrica e che aveva dovuto lasciar la scuola fin troppo presto, diventando, poi, per conto suo, un lettore vorace. Nel ’69, in Brasile, fu interrotta la missione educatrice di Paulo Freire, uno dei più grandi pedagogisti al mondo, il quale aveva intrapreso, per il suo amato popolo, una “nuova istituzione di cultura popolare” che, ripudiando le forme passive (radicate nel binomio docente-discente) tipiche della scuola tradizionale, stabiliva una diversa forma di pedagogia. Il suo lavoro nell’educazione popolare era rivolto alla scolarizzazione e alla formazione di una coscienza politica soprattutto fra gli ultimi della società. Un impegno stroncato troppo presto dal golpe militare del ‘64 che impose la sospensione del piano educativo. Freire, da quel momento, era ritenuto un sovversivo per i militari e per i proprietari terrieri. Fu arrestato e poi, dopo due mesi, liberato; cercò rifugio nell’ambasciata della Bolívia per poi andare in Cile, dove lavorò come professore all’università di Santiago, nel Movimento cristiano democratico di riforma agraria e per l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione.

Nel ’69 Lula e Freire erano lontani, in due Paesi diversi, ma accomunati dall’utopia di preparare l’emancipazione di tutti coloro che vivevano nelle aree rurali. Entrambi conoscevano bene la situazione degli operai e dei contadini dello Stato di Pernambuco, situato nel Nordest del Brasile. Solo due anni prima, come due buoni amici messi in contatto dall’idea di una politica educante e di un’educazione come atto politico, si erano trovati a discutere della eco di un libro italiano, scritto da Alberto Moravia, dal titolo La rivoluzione culturale in Cina, ovvero il Convitato di Pietra, uscito per Bompiani nel ’67, con un paio di foto da Pechino scattate da Dacia Maraini. Il Brasile da sempre aveva guardato alla Cina, e ancora oggi lo fa per ragioni commerciali. In quel momento, però, Lula e Freire tentavano di farsi tradurre quel libretto italiano, in alcuni capitoli, in portoghese, per sapere qualcosa in più della rivoluzione culturale cinese, vista coi propri occhi da Moravia. I tre guardavano a Mao, che voleva fare di quella Cina contadina, cioè umanamente intatta, ingenua e vergine, il gran salto dalla civiltà artigiana e rustica alla civiltà tecnologica, senza passare dal pedaggio piccolo borghese del Comunismo. La rivoluzione culturale di Pechino voleva essere un salto verso l’era moderna con l’uomo povero ma rinnovato, tenendo insieme “la lotta dei contrasti”, assoluta e perpetua.

L’idea era gradita ai due brasiliani, i quali già iniziavano a progettare quel PT, il Partido dos Trabalhadores, che però aveva in mente di raccogliere sensibilità diverse, a differenza di Mao: dai cristiani ai socialisti, ai socialademocratici e ai comunisti, perdendo per strada un po’ di marxisti e trotzkisti. Il progetto dei due, allontanandosi da quel che accadeva in Cina, si andava costruendo lungo le strade nel nome di un’alfabetizzazione veloce e capillare, tale da dare dignità sociale a coloro che venivano dimenticati dal potere. Dunque non solo la prassi educativa convenzionale, non la cultura come mezzo di democrazia, bensì come mezzo per il raggiungimento della vera libertà all’interno della società strutturata, ma svuotata di “sovrastrutture” già denunciate da Marx.

La dottrina cristiana della “teologia della liberazione”, in tal senso, costituì per Lula e per Freire un importante pilastro per la lotta sociale, volta ad appianare le differenze di ceto e a eliminare tutti quegli ostacoli che minassero all’uguaglianza delle genti. Il movimento cristiano incontrava i sogni del nascente partito di Lula, soprattutto per combattere i regimi dittatoriali, che nel corso del XX secolo opprimevano le genti del Sudamerica, espressione diretta di un passato coloniale che le potenze europee esercitavano sul continente. Il nuovo modo di impartire la cultura, più moderno e anticoloniale (nel senso di tagliare il cordone ombelicale con i colonizzatori) si proponeva come schema sociale di “liberazione delle popolazioni”, nella fattispecie latino-americane, dalle catene dell’ignoranza e dell’asservimento al potente. Il messaggio cristiano non era lontano. In questo senso Lula e Freire seppero reinterpretare il marxismo pedagogico anche alla luce della parola cristiana, rivolta a un mondo più giusto. Ed è in questo solco che entrambi seppero collocare, all’interno del Partito, l’attenzione e l’educazione ecologica, accanto a una maggiore considerazione dei martoriati popoli indigeni dell’Amazzonia.

Questo progetto pedagogico è stato ben sintetizzato nelle parole dello stesso presidente Lula, nel 2020, dando inizio al centenario per la commemorazione di Paulo Freire, dinanzi ad Alice Albright, della Global Partnership for Education e al Premio Nobel Kailash Satyarthi, promotrice della Marcia Globale contro il Lavoro Minorile. Precisò Lula: “In questo mese di settembre iniziamo le celebrazioni del centenario della nascita dell'educatore Paulo Freire. Era mio amico, era nato nella mia stessa regione, nello stato del Pernambuco, ed è stato un compagno nella creazione del Partido de los Trabajadores. Sarà sempre ricordato per il suo contributo alla liberazione degli oppressi, in Brasile e nel mondo, attraverso l'educazione. La prima è la nozione che anche l'educatore viene educato. È un concetto che potrebbe formulare solo qualcuno che ha la grandezza di rispettare la saggezza dell'umile e riconoscere l'esistenza dell'altro, oltre le barriere e le perdite sociali. La seconda lezione è che l'educazione è liberatoria nel senso più ampio che si può avere la parola liberato. Nella società e nella regione in cui siamo nati, segnati dal latifondo, dall'eredità della schiavitù, dalla brutalità dei ricchi contro i poveri e dalla disuguaglianza, il semplice compito di imparare a leggere e scrivere è stato un traguardo comune per qualcuno del pueblo. L'educazione permette all'essere umano di prendere coscienza di se stesso, di essere un cittadino capace di lottare per i propri diritti e per quelli di tanti bambini e giovani nel mondo. Invece, a volte, il potere e il sistema scolastico è volto a perpetuare i meccanismi della disuguaglianza e a mantenere il dominio di una nazione sull'altra, di un gruppo privilegiato sull'immensa maggioranza. Io stesso sono un sopravvissuto al destino riservato alla maggior parte del nostro pueblo”.

Sui giornali brasiliani degli anni ’70 e ’80, alcuni fortunatamente digitalizzati oggi, si rincorrevano questi titoli: “L’educazione come atto politico", L’educazione del futuro", "Il programma di alfabetizzazione”. Era difficile capire quali erano stati scritti da Freire pedagogicamente e quali da Lula politicamente. Le due visioni si incrociavano, superando la lotta sociale e scegliendo la progressiva integrazione tra il lavoro materiale e il lavoro intellettuale, nella misura in cui il primo partecipa, sempre di più, delle prerogative che originariamente si ritenevano esclusive del secondo, le assorbe e le assimila. Quell'impegno capillare per l'alfabetizzazione come progetto di partito, anche se valido globalmente, non credo si possa comprendere bene lontano dalla realtà dell'America Latina.

Un tempo si disse che Lula aveva deluso la sinistra di tutto il mondo, invece aveva solo compreso che una parte del capitalismo ‘smussato’ (cioè meno selvaggio) può essere usato anche a vantaggio dei cosiddetti "oppressi". Questo concetto fu ben espresso nel 6° Incontro Nazionale del Partito dei Lavoratori (PT), svoltosi dal 16 al 18 giugno 1989, presso il Collegio Caetano de Campos, a São Paulo. Lì si discussero anche le strategie della campagna e le linee guida della candidatura di Lula alle elezioni presidenziali, che si sarebbero svolte nel novembre ‘89. All'epoca, Paulo Freire era candidato alla vicepresidenza.

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