giovedì 16 giugno 2022
Dalla lombarda Castelseprio a Monte Sant’Angelo in Puglia, il decennale Unesco diventa il motore di una miriade di iniziative. Gli italiani sanno ancora troppo poco di quel periodo
Figure di sante in stucco nel Tempietto longobardo di Cividale del Friuli

Figure di sante in stucco nel Tempietto longobardo di Cividale del Friuli - italialongobarda.it

COMMENTA E CONDIVIDI

Dei Longobardi gli italiani sanno ancora poco, troppo poco. Molto meno di quanto i francesi sappiano dei Franchi, i tedeschi dei Germani o gli inglesi degli Anglosassoni – per non parlare del rapporto stretto, quasi ancora vivo, tra gli scandinavi e i loro antenati Vichinghi. In questi Paesi è maggiormente penetrato nella conoscenza comune che l’origine della loro nazione risiede in quel grande rimescolamento di popoli, lingue, culture e religioni che si è verificato tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo, e che a lungo è stato etichettato come Invasioni barbariche. Ecco, barbariche: nel resto d’Europa si è ormai da tempo superata questa etichetta negativa, mentre in Italia si perpetua ancora. Così, se non è sbagliato parlare di Secoli bui, è solo a causa della poca luce che impieghiamo per illuminarli: è il buio della nostra disattenzione, figlia di quell’illusorio pregiudizio che immagina gli italiani come, unici tra tutti i popoli europei assieme ai greci, a non essersi forgiati come gruppo nazionale nel corso dell’Alto Medioevo, ma che possono vantar più antichi, e naturalmente più illustri, antenati. Storia, genetica e linguistica insegnano che gli italiani non hanno discendenza latina più di quanto non ne abbia qualunque altro popolo dell’Europa occidentale e meridionale. Ma resta quel pregiudizio, che il fascismo ha cavalcato ma che non era nato con il fascismo (e che con il fascismo non è morto), secondo il quale l’Italia è in qualche modo erede «dell’impero sui colli fatali di Roma». Mentre siamo come tutti gli altri: un popolo misto, eterogeneo, formatosi nel crogiolo delle invasioni “barbariche” con elementi latini, germanici, celtici, etruschi, greci, e via elencando.

San Salvatore a Spoleto

San Salvatore a Spoleto - italialongobarda.it

Ma nemmeno tanta distrazione può cancellare due secoli della nostra storia. Da Nord a Sud, l’Italia è punteggiata di testimonianze concrete dell’epoca longobarda e dieci anni fa i principali siti sono stati riuniti in una sorta di percorso, riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’umanità: “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”. Ora il decennale diventa spunto per una serie di iniziative promosse dall’associazione “Italia Langobardorum” (www.longobardinitalia.it), che nelle settimane scorse ha presentato il Piano di gestione 2022-2025 del sito Unesco. Il piano quinquennale tocca tutte le sette località comprese nel complesso sito seriale, che si snoda dalla Puglia (Monte Sant’Angelo) al Friuli (Cividale) passando per la Campania (Benevento), l’Umbria (Spoleto e Campello sul Clitunno) e la Lombardia (Brescia e Castelseprio-Torba), e propone tredici progetti di rete, che coinvolgono tutti i sette territori del sito Unesco, e numerose iniziative locali, per un totale complessivo di 126 progetti.

La chiesa di Santa Maria foris portas a Castelseprio

La chiesa di Santa Maria foris portas a Castelseprio - WikiCommons

Tra questi, in provincia di Varese è allestita fino al 31 luglio la mostra “Trame longobarde. Tra architettura e tessuti” nel sito doppio di Castelseprio-Torba. Sito doppio, con doppia gestione, per quella che in epoca longobarda era un’unità: i confini amministrativi odierni infatti lasciano in un comune, Castelseprio, i resti della basilica di San Giovanni Battista e l’ancora integra chiesa di Santa Maria foris portas, con un prezioso ciclo di affreschi; in un altro, Gornate Olona, il monastero di Torba. Sebbene siano parte dello stesso parco archeologico, il collegamento tra le varie strutture non è ancora ottimale, e vien da pensare quanto siano ben più attivi in altri Stati europei nel valorizzare (e promuovere) i propri siti archeologici medievali: ma già, anche l’archeologia medievale, in Italia, subisce gli effetti dello stesso cono d’ombra che impoverisce la nostra conoscenza dell’Alto Medioevo – anche in questo caso dovendo scontare la “concorrenza” della più appetibile archeologia classica.

Il Tempietto longobardo di Campello sul Clitunno

Il Tempietto longobardo di Campello sul Clitunno - italialongobarda.it

“Trame longobarde” fa tappa a Castelseprio-Torba dopo esser già stata allestita a Spoleto e Campitello sul Clitunno, i due comuni umbri inclusi nel sito Unesco, e propone un viaggio attraverso tessuti, abiti e monili prodotti dalla civiltà longobarda; la mostra si sviluppa nelle sale che ospitano l’esposizione permanente dei reperti ritrovati nel sito e propone alcune ricostruzioni degli abiti dell’epoca, realizzati con tessuti fatti a mano su telai orizzontali a licci (la tecnica dell’epoca), rispettando filologicamente il numero dei fili di trama e ordito, lo spessore dei fili e le torsioni. Tessuti e bordure sono stati realizzati nella casa di reclusione di Spoleto dai detenuti del corso di tessitura, e nei prossimi anni toccheranno gli altri siti del patrimonio al pari della parallela mostra interattiva “Toccar con mano i Longobardi”. Iniziative rivolte prima di tutto alle scuole (dove troppo spesso si “salta” o si condensa in poche parole l’intero plurisecolare regno longobardo…), che possono aiutare a far finalmente entrare nella nostra conoscenza collettiva quel misconosciuto, eppure decisivo, periodo della nostra storia nazionale.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: