giovedì 8 giugno 2017
Addio a Trento Longaretti, il centenario artista bergamasco maestro del colore nell'arte sacra. Talento precocissimo, tra i prediletti di Paolo VI, nelle sue opere l’umanità in cammino
Addio a Longaretti, il maestro del colore sacro
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Voleva donare il mare a Bergamo. Questo era l’ultimo sogno pittorico di Trento Longaretti: la città lombarda circondata dalle acque. Ma l’artista centenario non ha potuto dipingerla: è morto ieri alle 6.10 a Bergamo. Ha disegnato fino a dieci giorni fa e si struggeva con i figli Serena, Franco e Maddalena di non poterlo più fare perché l’arte era la sua vita. Nato a Treviglio il 27 settembre 1916, nono di tredici figli, Longaretti era uomo semplice, non amava filosofeggiare, la fede per lui era cosa concreta, faceva parte della vita come l’aria che respirava e il pane che lo nutriva. «Sono un credente – diceva –. La fede dà significato alla mia vita. Sono al mondo per fare il pittore e so che questo mio fare ha un senso». Ennio Morlotti nel 1956 scriveva che Longaretti era «uno dei pochi fatti poetici, una delle rarissime lezioni in questi nostri anni travagliati e infecondi». L’artista lombardo ha continuato a essere un “fatto poetico” nei nostri anni ancora più travagliati e forse anche più infecondi. Cinque Biennali di Venezia, migliaia di dipinti, centinaia di mostre, opere in chiese e musei d’Italia e del mondo, venticinque anni di direzione dell’Accademia Carrara di Bergamo, ma lo spirito era quello di fanciullo, quello mille volte ritratto abbracciato alla madre. Ogni mattina, prima delle otto, Longaretti saliva nello studio luminoso della sua bella casa medievale e rinascimentale di Bergamo alta. Si sedeva allo sgabello, afferrava con le grandi mani, ereditate dai progenitori fabbri, pennello e tavolozza e creava. «Sono un operaio della pittura – diceva –: per essere padroni del colore occorre lavorare le otto ore quotidiane che vengono richieste a un bravo pianista. Di giorno dipingo a olio, al cavalletto, la sera amo disegnare». Il sole e la luna sono spesso compagni nelle opere di Trento Longaretti, e a volte si moltiplicano, a sottolineare come sia il cielo a riempire l’orizzonte delle sue opere e a ispirare la sua poetica che prediligeva il popolo delle beatitudini, vero e unico protagonista della sua opera. Questa è la sacralità dell’arte di Longaretti: gli ultimi del Vangelo e il tema del cammino come oriz- zonte della sua pittura. Nel cammino coglieva il destino degli uomini, perché la terra è un semplice, ma decisivo passaggio, che ci introduce all’eternità. Nei suoi personaggi, figure tese tra cielo e terra, travolte dall’inquietudine e dal dramma della storia, il maestro trasfonde l’anima del viandante, la sete di infinito e di felicità, lo spirito di ricerca e insieme quella solitudine che ciascuno porta nel profondo di sé. «In Longaretti – scrive Carlo Pirovano – la natura popolare ma nient’affatto folcloristica della sua pittura, antiretorica e antideclamatoria, lo collega alla tradizione iconografica della biblia pauperum che in Lombardia aveva trovato negli oratori di campagna il luogo ideale». Col passare degli anni la raffinatezza del segno volge a un tratto più essenziale e, con larghe e veloci pennellate, privilegia il colore al disegno. Nell’apparente semplicità del gesto e nella ripetizione dei temi in un’atmosfera da favola, o meglio da parabola, convivono la lezione del maestro Aldo Carpi e il personalissimo riferimento all’universo fantastico e spirituale di Chagall. La sua pittura si fa elegia di colore per queste figure dolci e malinconiche che vivono sotto un cielo illuminato dalla contemporaneità di sole e luna, giorno e notte, in un paesaggio che è insieme reale e irreale, dove l’aldilà si fa presenza. Sembra ci sia un solo approdo possibile per l’umanità in cammino, ritratta da Longaretti nei pellegrini, nei musicanti, nei saltimbanchi, nei senza patria, nella sua profezia dei milioni di profughi che riempiono le cronache dei nostri giorni. L’approdo è l’abbraccio della madre, un amore che non conosce misura e che vede nella Madonna l’icona del mistero della vita e di ogni maternità. L’umanità fragile e dolente di Longaretti non è abbandonata al vuoto del nonsenso e del male: protagonista ultima della sua poetica è la Provvidenza. La si avverte nell’incedere dei viandanti, nello sguardo delle madri, nella profondità degli abbracci, nella coralità del cammino, nella lievità del colore che sostiene il tutto. Trento Longaretti è stato artista sacro. «Dal ’31, quando ero a Brera, ho iniziato a lavorare nelle chiese. Ma il sacro emerge prima, nel silenzioso colloquio tra l’artista e la sua creatura, a partire dal bisogno di misurarsi con qualcosa di grande, di superiore, di eterno». Buona parte della sua produzione è a soggetto religioso, non solo dipinti ma anche cicli di affreschi, mosaici, vetrate. Il suo sguardo era naturalmente mistico perché sapeva cogliere l’essenziale ed è stato tra gli artisti prediletti da Paolo VI e amico di don Pasquale Macchi. Scrive Enzo Bianchi: «L’arte di Longaretti sussurra che la contemplazione delle creature può essere alla fine una contemplazione del Cristo risorto che si ritira e si fa estremamente discreto, nascosto, perché noi non smettiamo di cercarlo. È in questa povertà che Dio e l’uomo si incontrano, salvando l’essenziale, l’amore». Ed “è l’amore che resuscita”, come scriveva Dostoevskij in Delitto e castigo, che dà speranza, che apre alla vita senza fine».

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