martedì 20 ottobre 2015
Per favore non diciamo che sono solo canzonette. O che l’aria di un’opera va considerata una distrazione. L’“italiano cantato” è molto più che un banale svago per l’orecchio. È un vademecum della buona lingua, un piccolo prontuario di grammatica, una sollecitazione a scrivere in modo corretto. Parola dell’Accademia della Crusca che al nostro idioma proposto da un brano di musica leggera o da un capolavoro della lirica dedica il libro L’italiano della musica nel mondo (GoWare, pagine 180, gratuito in ebook). Uno studio pubblicato in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo organizzata dal ministero degli Esteri che si è aperta ieri e che ha per tema “Italiano della musica, musica dell’italiano”. «La lingua legata al canto è un vettore di qualità. E non soltanto se guardiamo a un libretto operistico – spiegaVittorio Coletti, docente di storia della lingua italiana all’Università di Genova e consigliere della Crusca, che con Ilaria Bonomi ha curato il volume –. Anche il testo di una canzone, persino quello più semplice, richiede una significativa cura del linguaggio: per trovare una rima, ad esempio, o per offrire giochi poetici. E non c’è dubbio che ascoltare l’italiano che compare fra il pentagramma sia un esercizio utile e proficuo». Ecco, allora, che in cattedra possono salire tenori e soprani, cantautori e star del pop. Accadrà mercoledì 21 ottobre nella Giornata ProGrammatica promossa da Rai RadioTre con il programma La lingua batte che andrà in onda dalle 6 del mattino fino alla tarda serata. Al centro della maratona radiofonica realizzata con i ministeri dell’Istruzione e degli Esteri, la Crusca e l’Associazione per la storia della lingua italiana c’è proprio l’italiano delle canzoni (con un’appendice sul mondo della lirica). «Siamo di fronte a una lingua ricca, usata in modo consapevole e maturo», sostiene Coletti. Perciò va benissimo che Lorenzo Jovanotti Cherubini diventi un insegnante in diretta radio all’Istituto di cultura all’estero di New York e che Vinicio Capossela faccia lo stesso a Madrid. Oppure che Eugenio Finardi sia il “prof” nella scuola media a indirizzo musicale dell’Istituto dei ciechi a Milano o che Colapesce si presenti come fosse il maestro Manzi fra i detenuti del carcere di Bollate. E ancora che la soprano Desirée Rancatore abbia una lavagna nell’Istituto di cultura all’estero di Tokyo e il basso Alessandro Svab venga chiamato docente alla scuola italiana “Italo Calvino” di Mosca. Comunque c’è già chi si affida alle canzoni per insegnare l’italiano. È Matteo De Benedittis, docente alle superiori di Reggio Emilia e autore del libro Cantami o dj (Kowalski, pagine 228, euro 12), fra i protagonisti dell’evento Rai. «Don Bosco diceva: “Se amate le cose che amano i vostri ragazzi, anche loro ameranno le cose che amate voi”. Lui si riferiva ai doni spirituali, ma credo che anche nella didattica questa regola possa valere – racconta –. Per questo ho scelto di spiegare le figure retoriche con le canzoni. Le regole poetiche funzionano allo stesso modo per Petrarca e Jovanotti, per Pascoli e Tiziano Ferro. Una metafora è sempre una metafora, chiunque la usi». Un esempio concreto? «Battisti canta ne La collina dei ciliegi: “Quasi sempre dietro la collina è il sole”. L’inversione, ossia lo spostamento delle parole, è un’arte dei poeti. La costruzione normale sarebbe: “Il sole è quasi sempre dietro la collina”. Ma, modificando l’ordine delle parole, Mogol permette al verso di fare rima e di mettere in ultima posizione, quella più importante, il vocabolo da evidenziare».  La Crusca ha stilato la hit-parade delle canzoni del “bell’italiano” che hanno conquistato il mondo. Sono ’O sole mio di Giovanni Capurro ed Eduardo Di Capua, Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno (testo di Franco Migliacci), Quando, quando, quando di Tony Renis (Alberto Testa), Azzurro di Adriano Celentano (Vito Pallavicini), Gloria di Umberto Tozzi (Tozzi e Giancarlo Bigazzi), L’italiano di Toto Cutugno (Cristiano Minellono), Una storia importante di  Eros Ramazzotti (Ramazzotti e Adelio Cogliati), Caruso di Lucio Dalla, La solitudine di Laura Pausini (Pietro Cremonesi e Federico Cavalli) e Con te partirò di Andrea Bocelli (Lucio Quarantotto). «Le canzoni – nota Coletti – hanno una lingua che ricalca quella del parlato ma in genere non cade nella sciatteria. E, anche quando scende fino alla trasandatezza, lo fa per una scelta deliberata. Se, poi, leggiamo i testi di artisti come Fabrizio De Andrè o Giorgio Gaber ci imbattiamo addirittura in un linguaggio forbito». Alla stregua dei libretti d’opera. «L’italiano è la lingua madre della lirica – afferma il consigliere della Crusca –. Le stupende opere dell’austriaco Mozart sono quasi tutte nel nostro idioma. E oggi i titoli italiani sono presenti nei cartelloni dei teatri lirici stranieri con una percentuale che si aggira intorno al 40%. Ad esempio la stagione 2015-2016 del Metropolitan di New York contiene 17 opere italiane su 24». Del resto la nostra lingua ha fondato il vocabolario musicale internazionale. «Contrabbasso, viola, baritono, adagio o allegro sono vocaboli che si incontrano in gran parte delle lingue come calchi dell’italiano», avverte Bonomi. E Coletti tiene a precisare: «Il mito della cantabilità dell’italiano è ancora vivo nel mondo, come dimostra la vitalità del melodramma e della canzone, ma anche l’esistenza di nuovi generi musicali che in qualche modo li associano: è il caso della pop opera».IL CANTAUTORE EUGENIO FINARDI: «NEI MIEI TESTI ERRORI EVITATI. MA QUEL CONGIUNTIVO IN “KATIA”...»C'è un cruccio grammaticale che tormenta Eugenio Finardi e che torna nella sua mente ogni volta che canta Katia. È il verso “Non ricordo neanche più che faccia aveva”. «Per ragioni di metrica – racconta – sono stato costretto a commettere un piccolo errore: al posto del congiuntivo ho usato l’imperfetto. Ed è una scelta che ancora mi turba». Non solo. «Quando eseguo la canzone e giungo a quel punto, ho sempre una leggera esitazione. Si sente anche nell’album». Perché il padre della Musica ribelle ci tiene al corretto italiano nei suoi brani. Anzi, è convinto che una canzone possa essere un piccolo modello di “buona lingua”. Lo ripeterà ai ragazzi della scuola media dell’Istituto dei ciechi di Milano dove salirà in cattedra durante la Giornata ProGrammatica di Rai RadioTre.Le canzoni sono un invito a evitare gli svarioni linguistici?«Sono uno splendido modo di impiegare le parole. Da cantautore innamorato della nostra lingua, che trovo meravigliosa, ho sempre cercato di valorizzarla anche non commettendo sbagli nelle mie canzoni. Il mio primo Lp si apriva con il brano Se solo avessi: un verbo al congiuntivo nel titolo di una canzone voleva essere come un monito».E il lessico?«È fondamentale. Pensiamo a quanti titoli o versi di canzoni ci ricordiamo e citiamo: Piccolo grande amore o Extraterrestre portami via sono ormai frasi entrate nell’immaginario collettivo. Accade anche con la poesia, ma la musica rende più facile assimilare le parole».Un cantautore tiene il vocabolario a portata di mano?«Alcuni colleghi ricorrono al rimario; io mai. Ho la fortuna di essere nato in una famiglia in cui non solo mi correggevano ogni minima pecca linguistica ma anche dove si parlavano due lingue: l’italiano e l’inglese. Questo, invece di confondermi, mi ha dato una viva e vibrante passione, direbbe l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per entrambe le lingue e per il loro corretto uso».Oggi siamo infarciti di termini anglosassoni.«Detesto la cattiva abitudine di ricorrere a sproposito all’inglese. Perché chiamare del “welfare” un ministero? Non va bene del “benessere”? L’italiano deve essere tenuto distinto dall’inglese». Il nostro idioma è un “marchio” da esportazione?«Per un anglosassone o un nordico è una lingua straordinaria perché, ad esempio, ha un’incredibile precisione nella pronuncia». Quanto serve educare a una buona competenza linguistica?«È indispensabile. Sono grato ai miei genitori per avermi regalato la musica ma anche per avermi insegnato a usare le parole in maniera appropriata. Forse non ce ne rendiamo conto: però, quando incontriamo una persona, ricaviamo la prima impressione anche dal suo modo di esprimersi».Come nasce la parola cantata?«Nel mio caso le parole scaturiscono già rivestite di una melodia. Ad esempio il ritornello di Extraterrestre è venuto alla luce già completo, con la musica e il testo così come li sentiamo oggi. Poi ci ho costruito intorno il resto della canzone».Insomma vocaboli e musica si fondono.«Direi che sono due opposti che si attraggono. La musica consente il contatto con l’assoluto, con l’universale, mentre la parola tende a essere soggettiva, a cambiare da persona a persona, da generazione a generazione. Grazie alla musica le parole assorbono un po’ di cielo. Del resto non esiste liturgia che non preveda un incontro fra questi due mondi».Lo sostiene anche Benedetto XVI, appassionato di musica.«E grande cultore di Mozart che nelle sue partiture è riuscito più di altri a evocare l’infinito». IL TENORE FABIO ARMILIATO: «L'OPERA LIRICA PORTA LA NOSTRA LINGUA NEL MONDO»Nel film di Woody Allen To Rome with love canta sotto la doccia Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. «E sa che cosa aveva colpito Allen? La musicalità della nostra lingua che viene elevata all’ennesima potenza dal melodramma», racconta il tenore Fabio Armiliato. Fieramente genovese, da trent’anni sui palcoscenici dei principali teatri d’opera del mondo, ha il pallino della lingua. Nel 2014 è intervenuto a Firenze agli Stati generali della lingua italiana per parlare del rapporto fra il nostro idioma e la musica. E sarà uno dei testimonial della Giornata ProGrammatica di Rai RadioTre.L’“italiano cantato” fa bene alla lingua?«Sicuramente. La fama mondiale dei nostri titoli lirici o la fortuna internazionale di molte nostre canzoni si deve anche alle grandissime potenzialità dell’italiano. La nostra lingua è melodica di per sé. E la genialità di un compositore o di un cantautore sta anche nell’esaltare l’italiano che, se pensiamo al mondo dell’opera, ha contribuito a rendere immortali i capolavori composti all’ombra del nostro Paese».Nei teatri d’opera di tutti i continenti domina l’italiano.«L’opera italiana costituisce più dei due terzi del patrimonio lirico mondiale. E fra i titoli più eseguiti nel mondo la maggioranza è in italiano. Ciò vuol dire che la lingua è un elemento essenziale accanto alla musica».Quando all’estero vede aprirsi il sipario, si sente un ambasciatore della lingua?«Certo. E ciò mi ha sempre riempito di orgoglio. L’artista italiano è tenuto sul palmo della mano anche per la sua agilità linguistica che gli consente un maggiore fraseggio e una migliore capacità di distribuire gli accenti nella frase musicale. Probabilmente anche in Italia dovremmo valorizzarci di più. Sappiamo che i teatri lirici della Penisola vivono una stagione segnata da crisi e difficoltà economico-finanziarie, ma non possiamo dimenticare una colonna portante della nostra identità».Quale opera le è particolarmente cara per il linguaggio?«Adoro quelle opere di Giuseppe Verdi il cui libretto è stato scritto da Arrigo Boito: sono Falstaff e Otello che hanno testi straordinari. Ma vorrei citare anche un’opera verista: Andrea Chénier di Umberto Giordano. È la storia di un poeta e, grazie alle intuizioni letterarie di Luigi Illica, è uno dei più bei libretti che siano mai stati realizzati. Quando c’è un testo così poetico, l’intera composizione arriva dritta al cuore».Oggi l’italiano è contaminato dal “morbus anglicus”. Eppure il vocabolario della musica parla la nostra lingua.«E anche nei teatri di ogni angolo del pianeta si grida: “Bravo”. Dovremmo capire che il linguaggio musicale ci appartiene fino in fondo. I primi esempi di opera, quelli del “recital cantando”, avevano al centro la fusione dei lavori di grandi poeti, come Metastasio, con il pentagramma. Ci vorrebbe un’Arcadia dei nostri giorni per tornare a comprendere quanto la semplicità del verso sia importante nella musica. Poi ritengo che nel pop molti testi inglesi si prestano più che altro a ritmi istintivi».C’è bisogno di educare alla musica?«Bisogna cominciare educando all’ascolto. Diceva il grande tenore Giacomo Lauri Volpi che una persona capace di ascoltare il bello avrà vantaggi anche nella professione che svolge. La ragione? La musica arricchisce. Negli ultimi anni, purtroppo, il nostro orecchio è stato viziato dal rumore o dai troppi decibel. Ecco perché invito i ragazzi a venire a sentire un’opera a teatro che considero un’oasi dove ci possiamo purificare dalle scorie intorno a noi».
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