martedì 17 maggio 2011
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Chi ricorda che Renzo e Lucia «non sanno né leggere né scrivere»? Il loro analfabetismo, come ha notato Calvino, agisce «in un mondo in cui la scrittura si para continuamente davanti, a separarli dalla realizzazione del loro sogno». Anche oggi c’è questo rischio? In effetti nel Seicento del romanzo, nell’Ottocento di Manzoni e nell’attualità del Duemila la questione della lingua e il ruolo della parola scritta e dell’editoria rappresentano sempre una chiave di lettura imprescindibile per capire gli italiani, lettori che da sempre le statistiche indicano poco appassionati, sebbene poi affollino i padiglioni del Lingotto di Torino. È curioso che il capolavoro di Manzoni, in cui batte il cuore dell’Unità, nato in una stagione in cui si poneva il problema dell’identità di una terra divisa, oggi abbia perso il suo smalto, forse proprio perché troppo legato alla costruzione dell’Italia e della sua lingua. Chissà se anche per colpa della scuola? Il fatto è che resta viva e forse insoluta la questione della stessa Unità (lo testimoniano le recenti polemiche) e del futuro dei giovani che oggi hanno più o meno l’età di Renzo e Lucia. Non a caso I promessi sposi è il primo dei "libri della nostra storia" scelti a rappresentare l’identità del Paese dagli studenti di editoria dell’Università Cattolica che, provenendo da varie parti dell’Italia tra le righe, come hanno intitolato il loro volume, hanno scelto una cinquantina di titoli, alcuni dei quali ripagano a qualche omissione della grande e pur affascinante mostra allestita al Salone del libro, che dovrebbe diventare la base di un museo dell’editoria, speriamo mostrando le copertine delle prime edizioni e rettificando alcune imprecisioni, che sono probabilmente da addebitare alla costosa fase di esposizione più che a quella di ricerca dei contenuti, spesso ottimi.I libri sono uno specchio veritiero del Paese lungo la storia, ma è difficile dire se lo sono in modo più o meno rappresentativo rispetto ad altre manifestazioni della nostra società: la classifica è varia, dalle opere di Verdi alla Fiat Seicento o alla Vespa, dai personaggi di Alberto Sordi alle parate di Zoff e alle canzoni di De André, ben più che la pizza. Eppure, più di tutti, ci sono romanzi che riflettono, per esempio, le divisioni ideologiche del dopoguerra e il passaggio dalla civiltà agraria all’industrializzazione, come nelle liti tra il sindaco Peppone e il parroco don Camillo, personaggi nati dalla penna di Guareschi. Ci sono libri che invece hanno unito gli italiani, per esempio a tavola con le ricette raccolte da Pellegrino Artusi di Forlimpopoli, che aveva capito quanto l’Unità sia il risultato di molte piccole patrie, che restano tali. Tra Risorgimento e guerre, accanto ai narratori storici, serve così un don Benedetto Croce per andare al di là di uno «sciocco patriottismo di moda», con la speranza di tornare sempre a casa, «tornare a baita» per dirla con il Sergente nella neve Rigoni Stern, che ammonisce: «Ricordate che questo è stato». C’è poi il «mondo offeso» di Vittorini dentro i confini della questione meridionale, ma non mancano le inquietudini per chi vive in altre parti della penisola, perché «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Parole come queste, di Pavese, raccontano una nazione illuminandone i problemi: così anche il retorico Cuore mette il dito nella piaga dell’emigrazione e sugli italiani nel mondo perché, come sostiene Amin Malouf, gli uomini non sono alberi, condannati dalle radici alla terra in cui sono nati, ma strade. Tra le righe dei romanzi che hanno fatto l’Italia, vecchi e giovani sono talvolta vicini e altre volte lontani, rischiando d’incontrarsi solo nell’inferno metropolitano degli anni di piombo, come avviene in Milano è una selva oscura di Laura Pariani (Einaudi). E forse non è inutile inserire volumi talvolta snobbati dagli accademici, come la Storia d’Italia di Montanelli. La verità è che «i libri parlano di altri libri»: lo spiega Guglielmo da Baskerville ad Adso nel Nome della rosa, uno dei titoli in grado di rappresentare l’immaginario italiano, accanto al capolavoro di sempre Pinocchio, all’avventura salgariana e alla Grammatica della fantasia di Rodari, quando racconta le Favole al telefono e con le parole ci suggerisce come vivere la libertà. Oggi Renzo e Lucia sanno leggere e scrivere. E fanno molto altro. Forse non amano del tutto I promessi sposi e càpita che cerchino il carattere nazionale degli italiani in un altro Seicento di uno scrittore attuale: nella Chimera di Sebastiano Vassalli, da cui imparano che «per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore; andare in fondo alla notte…». Le migliori pagine tricolori aiutano proprio a uscire dal "rumore" di affermazioni che vorremmo non fossero così attuali, come quella di don Gaspare Uzeda duca D’Aragua nei Viceré di De Roberto. Una battuta che fa ancora riflettere e impensierire: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo farci gli affari nostri».
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