giovedì 23 agosto 2012
Le presenze turistiche superano i tre milioni: è una terra ferita dalla storia, ma che può insegnare all’Europa. Parla Ulderico Bernardi.
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Dicono le statistiche che l’anno scorso gli arrivi turistici in Istria hanno superato i tre milioni; in testa tedeschi ed italiani. A cui dobbiamo aggiungere i flussi dei vacanzieri che l’Istria la attraversano per andare verso altre mete, in Dalmazia come in Grecia. Eppure l’Istria merita uno sguardo ed una comprensione ben diversi, meno superficiali, dice il sociologo trevigiano Ulderico Bernardi, che a questa area dell’Europa ha appena dedicato un libro, Istria d’amore (Edizioni Santi Quaranta, euro 13). Allora, come guardare oggi l’Istria, professore? «Con tristezza so di molti turisti, anche italiani, che si sorprendono nel trovare i cartelli bilingui ignorando la storia e l’originalità di queste terre che vedono gli italiani non come degli immigrati ma come degli autoctoni veri e propri, anche se per i rimasti c’è una sofferenza indicibile dovuta ad un esodo lungo e doloroso che inizia con il crollo fascista del 1943 ed arriva fino agli accordi di Osimo del 1975». Allora da dove partire per capire la complessità dell’Istria? «Occorre visitare senza fretta, spingendosi all’interno, cimiteri ed osterie. Nei primi le lapidi parlano di un passato originale e ricco di sorprese, di personaggi misconosciuti ed interessanti come, nel camposanto di Draguccio, del medico ottocentesco Antonio Grossich, inventore della disinfezione preoperatoria con la tintura di iodio, tecnica che salvò chissà quante vite. E poi le osterie, dove attorno ad un bicchiere di buon malvasia l’intercalare in veneto ed in croato-ciacavo sottolinea una mescolanza linguistica e culturale di un’Istria che nei secoli è stata davvero un palinsesto su cui tante mani hanno lasciato una traccia più o meno profonda». Può la complessità della piccola Istria insegnare qualcosa alla grande Europa, che nell’estate prossima vedrà proprio la Croazia divenire il suo ventottesimo membro? «Certamente, l’Istria può essere oggi un buon paradigma per una Europa che ricordi sempre l’antico insegnamento di Abelardo quando parlava di Europa diversa, non adversa . Una Europa che oggi si compone di ben 330 culture regionali è una Europa che si qualifica sulla diversità. E può imparare dalle vicende istriane il grande pericolo dei nazionalismi come le possibilità che sa dare il multiculturalismo qui coltivato fin dai tempi della Serenissima e degli Absburgo. Arrivando ad una interculturalità come valore del mettere insieme il meglio delle diversità. Però occorre prima di tutto conoscere la propria cultura, perché solo chi ha buone radici può aprirsi all’altro senza esserne intimorito. È la grande lezione di Simone Weil sul radicamento come bisogno dell’anima». Lei nel suo libro definisce l’Istria «un abbecedario spalancato sulle culture». Chi ci può aiutare a sfogliare ed a capire questo abecedario? «Io ho trovato conforto ed aiuto nella comprensione della realtà istriana nelle pagine di tre autori; sono Niccolò Tommaseo, Fulvio Tomizza e Mircea Eliade. Il primo è un po’ il padre culturale di tutte quelle piccole civiltà che si affacciano sull’Adriatico, ma anche di quell’Europa pluralista delle tante diversità tenute insieme dalle comuni radici cristiane. Il secondo, scrittore e uomo di frontiera, ha sempre puntato nella sua produzione letteraria – come in Materada – ad accordare tra loro le varie componenti di sangue, di cultura, di mentalità. Sentendole stimolanti, non gravose. Infine Eliade, grande storico delle religioni, ci sottolinea l’importanza dell’autoctonia, del sentirsi intimamente legati ad un luogo. Che è cosa ben lontana dalle narrazioni nazionaliste che, specie proprio in Istria, produssero inenarrabili sofferenze che non dobbiamo mai lasciar cadere nell’oblio».
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