lunedì 3 marzo 2014
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Portare a teatro la storia di Oskar Schindler evitando di proporre la semplice copia di un soggetto ben collaudato o di fare il verso a un successo ingombrante come quello del film di Spielberg del 1993: è ciò che promette di fare Francesco Giuffré con "La lista di Schindler", da lui scritta e diretta. Come spiega lui stesso, non sarà né una copia del film né tanto meno una lezione di storia. Anche perché a dare voce e volto al protagonista c’è il padre Carlo, che a 86 anni sceglie di tornare a recitare con un testo originale e lontano dal teatro a lui più congeniale: «Sono abituato a un altro tipo di teatro – spiega – fatto di improvvisazione, di lazzi, come nella commedia dell’arte. Questo è ciò che ho fatto per 64 anni perciò non è stato facile. Anche la memoria poi non è più quella di un tempo, sono costretto a leggere il copione continuamente». Eppure l’entusiasmo sembra lo stesso di sempre, quando si tratta di raccontare il personaggio: «Questo Schindler è molto affascinante, è un eroe assolutamente umano e proprio grazie alla sua umanità è riuscito a sfuggire alla follia del nazismo in cui era immerso. Schindler era un grande bevitore, un donnaiolo incallito e un nazista convinto, ma di fronte all’orrore della Shoah torna al suo volto umano». Francesco Giuffré trova in una dimensione onirica l’espediente per narrare la sua versione della storia di Schindler e cucire il personaggio addosso al padre: «Sono partito dalla fine della storia per poi ripercorrerla a ritroso. In una sorta di sogno due nazisti appaiono a Schindler; il loro intento è riportare in auge il Reich e per evitare di fallire nuovamente vogliono sapere dal protagonista come è stato possibile il cambiamento avvenuto in lui. È da qui che partirà la narrazione». Carlo Giuffré sottolinea che si tratta di un testo originale: «In Italia gli attori ci sono sempre stati, Molière diceva: “Devo tutto ai commedianti italiani”. Sono gli autori a mancare. Le grandi maschere della tradizione, come Arlecchino e Pulcinella, hanno fatto la grandezza del nostro teatro. Mentre passato Goldoni ci sono voluti due secoli prima che arrivasse Pirandello. L’Ottocento è un secolo buio, non avevamo più autori». Una situazione che non risulta migliorata nella produzione italiana attuale: «Oggi è angora peggio, nessuno scrive per il teatro. Non abbiamo una drammaturgia esportabile, se leggi una locandina teatrale otto commedie su dieci sono straniere, due di Pirandello e una di Goldoni. Non abbiamo un’identità teatrale. La commedia dell’arte muore con il melodramma e non si riprende che con Pirandello e De Filippo, anche se Napoli e il Veneto si sono sempre difesi degnamente». Insomma la commedia italiana sembra aver perso tutto lo smalto e il pathos che l’hanno resa grande: «Le farse di una volta erano dei drammi. Nascevano dalla fame, dalla miseria. Poi gli attori della commedia l’arricchivano con i lazzi e l’ironia. Si rideva con dolore, i grandi comici in realtà sono Buster Keaton, Petrolini, Eduardo, quelli che soffrono. Non erano lì a raccontare una barzelletta, la loro era una comicità dolente». Giuffré sarà in scena con "La lista di Schindler" al Piccolo Eliseo Patroni Griffi di Roma dal 4 al 30 marzo e poi a Torino, mentre arriverà a Milano e Napoli solo il prossimo anno. Un progetto salutato con favore anche dalla Comunità ebraica di Roma che ha voluto sostenerlo, proponendo anche la visione da parte di studenti di scuole medie e superiori: «La storia di Schindler è un insegnamento per il nostro tempo – spiega Elvira Di Cave, assessore alla memoria della Comunità ebraica –, un aiuto per individuare gli attuali malesseri della nostra società: perché esistono ancora fenomeni di antisemitismo e le coscienze possono essere di nuovo obnubilate».
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