lunedì 10 gennaio 2011
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L’orgoglio del cielo! Venticinque anni dopo che la Grande Anima dell’India aveva lanciato questo appello, trovo la presenza di Dio in qualunque strada di Calcutta mi conduca la mia inchiesta. Può accadere, come la settimana scorsa, che veda bloccare la circolazione da una processione irta di stendardi e di orifiamme verdi, che sbuca in Chittapore Road accompagnata da una gran cacofonia di fanfare. Si celebrava Muharram, il Capodanno islamico. I tre milioni di musulmani di Calcutta erano per la strada. Era un giorno festivo come un’altra dozzina di giorni festivi previsti dal calendario della città, che è un vero guazzabuglio di popoli e di credenze. Due giorni prima, un’esplosione di petardi aveva svegliato di soprassalto me e con me tutta la città. I sikh celebravano la nascita del guru Nanak, venerato fondatore della loro comunità. Se quel giorno avessi cercato un taxi, ci sarebbero state nove probabilità su dieci che i loro autisti con la barba arrotolata e il turbante blu o rosso avessero abbandonato le vetture per andare a onorare il loro guru. Oggi, a essere in effervescenza è il Barra Bazar. I jain digambara festeggiano il ritorno della stagione dei pellegrinaggi che coincide con la fine ufficiale della stagione dei monsoni. Ma è soprattutto la festa di Durga, la dea indù distruttrice del demonio, a fare di Calcutta un luogo sacro della fede. Per quattro giorni e quattro notti, una città tristemente nota diventa una città magica, piena di luce, di gioia e di speranza. Ho la fortuna di vivere i riti di questa festa con l’uomo-risciò Hasari Pal, e i suoi compagni di stanghe. Grazie a loro, scopro un posto incredibile: un intero quartiere di vecchie rimesse, di miserabili laboratori e di viuzze dove centinaia di uomini producono, di padre in figlio, la più incantevole collezione di opere d’arte che sia mai stata dedicata a una divinità o ai suoi santi. Per un anno intero, questi artisti della casta dei vasai hanno gareggiato in creatività e devozione, facendo nascere dalle proprie mani le più grandi, le più sontuose rappresentazioni della dea Durga. Un lavoro prodigioso: dopo aver costruito l’ossatura con la paglia intrecciata, i vasai rivestono il modello di argilla grigia, poi la modellano delicatamente per darle la forma e l’espressione volute. Per finire, decorano la statua con il pennello, conferendole un aspetto fantastico e volutamente grottesco. Il quarto giorno di festa, al crepuscolo, camion, carretti a mano, taxi, e risciò per le più piccole, portano le statue e i loro devoti proprietari in riva all’Hooghly, il tumultuoso braccio del Gange. Ogni statua viene quindi inghirlandata di fiori e le famiglie le calano lentamente, rispettosamente, nell’acqua. Trascinati dalla corrente, i simulacri affidati al fiume sacro si allontanano allora verso l’eternità degli oceani, portandosi via le gioie e le pene del popolo di Calcutta. Oh Calcutta, città di Dio, città dell’Amore! Sono le cinque e mezzo del mattino in Lower Circular Road, un largo viale con i marciapiedi sconnessi ancora ingombri di dormienti avvolti nel dhoti come in un lenzuolo funebre. Odore pungente dei bracieri che si accendono. Frenetici appelli di una campana indù per la puja dell’alba. Il numero 54/A è un grande edificio grigio. La porta d’ingresso dà su una stradetta laterale. Sulla soglia una semplice targa di legno annuncia: 'madre teresa'. Tiro una cordicella che fa tintinnare una campanella all’interno. Appare il viso scurissimo di una giovane suora indiana con un sari bianco bordato d’azzurro. Dietro di me spunta dall’ombra un vecchio famelico che tenta di introdursi dalla porta socchiusa, ma la suora lo respinge gentilmente spiegandogli in bengali come raggiungere i centri di soccorso, poi mi accompagna al primo piano dove si trova la cappella, uno stanzone spoglio con le finestre spalancate sul frastuono della città che si sveglia. Alla parete, dietro l’altare, un semplice crocifisso di legno sormontato dalla scritta: ho sete. Ho sete! Che emozione scoprire in fondo alla stanza, inginocchiata su un vecchio sacco di iuta rattoppato, la donna che da ventidue anni placa la sete di Gesù crocifisso. Sì, è davvero un’emozione riconoscere quella vecchia rugosa come una noce, tutta rannicchiata su se stessa, con le labbra che fremono in una preghiera ininterrotta. Mi dico: «Benedetta tu sia, Calcutta, perché nella tua sventura hai saputo generare dei santi». Quella mattina, nella cappella di Madre Teresa, i santi sono almeno un centinaio. Sante di vent’anni, spesso nere di pelle, arrivate da ogni angolo del paese per prendere il velo bianco e azzurro delle missionarie della Carità, e dare amore e sollievo ai derelitti. Ogni mattina, verso le sei e mezzo, a due a due lasciano il convento dopo avere assistito alla messa, e in tram, in autobus o a piedi si recano nei lazzaretti, negli orfanotrofi, nei dispensari creati da Madre Teresa. Quando quelle fragili figure si disperdono in tutta la città, accade qualcosa di straordinario: all’improvviso sembra che si diffonda un’onda di generosità, una vibrazione carica di speranza, che trasmette a tutti i diseredati la certezza di essere amati, di non essere più soli, di non dover avere più paura.
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