mercoledì 22 novembre 2023
Il tema della vita oltre la vita è molto frequente nei lavori dell’autore di "Narnia". In occasione dei 60 anni dalla morte torna in libreria una sua specifica ricerca nella letteratura antica
Statua dedicata allo scrittore britannico C.S. Lewis (1898-1963) a Belfast

Statua dedicata allo scrittore britannico C.S. Lewis (1898-1963) a Belfast - WikiCommons

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Nel romanzo Il grande divorzio (Jaca Book 2007), C.S. Lewis - autore fra l’altro delle Lettere di Berlicche e della trilogia di fantascienza composta da Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra e Quell’orribile forza - s’immagina la vita nell’aldilà, ma la sua lettura può insegnare molto ai cristiani sulla vita sulla Terra oggi.

Tutto comincia con la fermata dell’autobus posta all’Inferno, che porta i suoi abitanti a vedere il Paradiso e addirittura ad entrarvi. Ma c’è molta strada da fare e la maggior parte, presa da scetticismo, non salirà mai sull’autobus. Le anime vivono in una sorta di città desolata e aspettano con terrore la fine della giornata, l’arrivo della notte e del buio. Molti poi non pensano affatto di essere all’Inferno. Negazionisti che assomigliano a coloro che oggi mettono in discussione la gravità del cambiamento climatico e che sono stati stigmatizzati dal Papa nella lettera apostolica Laudate Deum. Uno dei personaggi esclama: “Non c’è uno straccio di prova che questo crepuscolo si trasformerà mai in una notte”. Applicato alla situazione attuale, viene da dire che ogni azione significativa per il clima deve iniziare con il riconoscimento che l’inferno climatico non è distante decenni, ma è già qui.

Nel mondo di Lewis, poi, la consapevolezza di essere all’Inferno non basta per arrivare in Paradiso. Prima i dannati devono compiere una battaglia contro i loro vizi, le concupiscenze, le avidità. E non è affatto semplice. Quasi tutti falliscono perché sono ancora troppo legati al loro vissuto egoistico, sicché anche coloro che sono giunti in Paradiso tornano indietro, salendo sul prossimo autobus che li riporta all’Inferno.

Per Lewis, di cui oggi ricorrono i 60 anni dalla morte, l’Inferno rimane un’opzione terribile che non può essere abbandonata, ma da esso si può uscire incamminandosi verso quella che i beati chiamano “la valle dell’ombra di vita”. Il Paradiso è una grande prateria dove gli uomini vivono con gli animali. Commenta lo scrittore: “Se già qui possiamo gioire con chi gioisce, tanto di più sarà nella comunione dei santi in cielo”.

Di aldilà si parla molto anche in un altro volume di Lewis, L’immagine scartata, un saggio che come dice il sottotitolo è “un’introduzione alla letteratura medievale e rinascimentale” e viene ora pubblicato dalle edizioni Studium a cura di Danilo Zardin (pagine 190, euro 21). Il libro, che era già uscito in Italia nel 1990 per i tipi di Marietti, raccoglie le lezioni che Lewis tenne a Oxford per presentare le differenze fra il modello teologico, antropologico e letterario del Medioevo, che affondava nella cultura classica e in quella cristiana, e quello del mondo moderno, improntato alle scoperte scientifiche. Senza nostalgie di tipo tradizionalistico, il grande studioso non nasconde la sua simpatia per l’unità fra i diversi saperi che impregnava la civiltà medievale.

Era la visione di un cosmo ordinato, “lo spettacolo di una formidabile convergenza della massima varietà a supporto del primato irrevocabile dell’essere umano”, come annota Zardin nell’introduzione. Vi sono due elementi che l’autore mette in luce e che oggi ci possono stupire dell’uomo medievale, il quale per Lewis “non era né un sognatore né un vagabondo; era al contrario un organizzatore, un codificatore, un fabbricatore di sistemi. Pretendeva di trovare un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto. Non v’era nulla che amasse o svolgesse con maggior ardore del lavoro di cernita e riordinamento. Tra tutte le invenzioni moderne, quella che secondo me avrebbe ammirato di più è sicuramente lo schedario”.

Un impulso che è presente in tutte le sue creazioni, i cui modelli più mirabili sono la Divina Commedia di Dante e la Summa di Tommaso d’Aquino, “compatti e ordinati come il Partenone o l’Edipo re, affollati e vari come un capolinea d’autobus in un giorno di festa”. La seconda sottolineatura è che l’uomo del Medioevo è libresco, ha un’enorme fiducia nel libro e nella sua forza. Avendo ereditato una mole enorme di volumi spesso eterogenei, testi pagani, giudaici e cristiani primitivi, si affida completamente alla loro autorità.

Ne sono esempio alcuni testi antichi che trattano appunto la vita nell’aldilà, come la Repubblica di Platone col racconto finale del viaggio nel regno dei morti di Er l’armeno, il Somnium Scipionis di Cicerone, in cui il grande retore descrive il paradiso come un luogo riservato solo agli statisti, o il De deo Socratis di Apuleio, con la sua particolareggiata descrizione dei demoni. Ancora, i testi dell’era patristica, da Calcidio a Macrobio, o dell’Alto Medioevo, dallo Pseudo-Dionigi a Boezio; tutti rifluiti in qualche maniera nel poema dell’Alighieri.

Per Lewis (sul quale in questi giorni sce anche la biografia Nella terra delle ombre di Paolo Gulisano; Ares, pagine 244, euto 16,00) il fatto che al modello medievale sia succeduto quello moderno dominato vieppiù dalla scienza non può essere liquidato come “un semplice passaggio dall’errore alla verità. Nessun modello è un catalogo delle realtà ultime, ma nemmeno pura fantasia. Ognuno rappresenta un serio tentativo di comprendere tutti i fenomeni conosciuti in una data epoca”. E forse la cosmologia stessa non è poi così tanto passata di moda.

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