sabato 28 aprile 2012
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Illegio, questo piccolo borgo di montagna, non ha più di trecen­to anime ed i bambini si contano sulle dita di due mani. È l’icona della denatalità nelle terre alte. Ma anche della voglia di reagire. Lo testimonia una volta di più il tema della mostra internazionale d’arte di quest’anno, I bambini e il cielo, che viene inaugu­rata oggi dal cardinale Antonio Cani­zares Llovera, prefetto della Congre­gazione per il culto divino, e che ri­marrà aperta fino al 30 settembre. Mostra che sarà visitata, in maggio, anche dal presidente della Repubbli­ca, Giorgio Napolitano, accompa­gnato da centinaia di bambini della Carnia. «Se prendiamo i bambini sul serio, ci possiamo ancora salvare. Nella società e nella Chiesa» sospira mons. Angelo Zanello, arcipre­te di Tolmezzo e presidente del Comitato di San Floriano. In que­sta minuscola comunità, che non vuole essere desertificata, dalla prima mo­stra del 2000 so­no passate più di 200 mila persone, provenienti da o­gni parte d’Italia e d’Europa. «Così tante – spiega ancora Zanello – per­ché hanno potuto sperimentare un ritorno al principio dell’umanità da vivere, raggiungendo la mostra attra­verso un ambiente, un paese, un contesto risanante, perché libero dalle nevrosi e dai frastuoni che ci assediano». Ben 80 i capolavori che si potranno ammirare: dal I secolo a.C. fino al Novecento, selezionati dalle sedi museali più prestigiose d’Europa, come i Musei Vaticani, gli Uffizi di Firenze, la Galleria Borghese di Roma, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Museo Thyssen Borne- misza di Madrid, il KunstHistori­sches Museum di Vienna, e da colle­zioni private, tra l’Europa e New York.La mostra dipana il suo raccon­to tra alcune iconografie familiari e altre rarissime, attraverso gioielli di altissima qualità come il San Cri­stoforo di Lucas Cranach il Vecchio, La preghiera di Abramo e Isacco di David Teniers il Giovane, La Natività dell’atelier di Hans Memling, la Ma­donna del Pollice di Giovanni Bellini, il grandioso Venere e Mercurio pre­sentano Cupido a Giove del Veronese. Diversi gli inediti presenti in mostra, specialmente nelle sezioni dedicate alla scultura tra il Duecento e il Quattrocento italiano. «La Mostra è dedicata ai bambini che la Sacra Scrittura ricorda tra i protagonisti della storia della salvezza – spiega don Alessio Geretti, delegato episco­pale per la Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Udine e cura­tore scientifico dell’esposizione –, indicando l’in­fanzia come la condizione spi­rituale di massi­ma autenticità in cui l’uomo può trovarsi». Ed ecco le diverse sezioni della ras­segna: dalla mitologia all’Antico Te­stamento, dall’infanzia di Gesù nel Nuovo Testamento fino all’iconogra­fia di Gesù e San Giovanni Battista, quale modello sacro e profano per l’arte del Rinascimento italiano. Infi­ne, un cenno sul passaggio dall’in­fanzia sacra di soggetto biblico alla sacralità dell’infanzia di soggetto so­ciale, dall’Ottocento in avanti, con i temi dei bambini sfruttati o della no­stalgia di un’innocenza che abbiamo perduto. L’infanzia, che a Illegio di­venta anche un criterio per leggere la storia dell’arte dell’Occidente, è «provocazione e simbolo», sottolinea don Geretti. Provocazione, perché «i bambini hanno un’ostinazione gra­devole e impertinente a riguardo delle domande cruciali dell’esistenza umana»; un simbolo perché «ci vive dentro e accanto». L’infanzia, cioè, come «simbolo di una condizione pura dell’esistenza, del mattino del­l’innocenza terrena e della meravi­glia ». Ma con quale spirito visitare questa rassegna? Secondo la studio­sa Sara Tarissi De Jacobis, sarebbe un errore cercare il ritratto del bambino nell’arte. «Quello che vi si trova è piuttosto un sistema complesso di relazioni, di cui fa parte anche il bambino, e che po­tremmo chiamare famiglia. La famiglia è un organismo so­ciale che ha cambia- to nei secoli le sue strutture interne e l’ha fatto per osmosi con le trasfor­mazioni culturali e religiose esterne. L’educazione ha contribuito a dise­gnare i confini di questo organismo e la rappresentazione dei bambini è stata caricata di una forte valenza simbolica».La Chiesa, infatti, ha compreso per prima il potere delle immagini e ha affidato loro il ruolo di spiegare e diffondere i dogmi cristiani. «Ma o­gni buon educatore sa che per otte­nere risultati migliori occorre coin­volgere emotivamente l’allievo, por­tare l’ostacolo alla sua altezza, e così nella pittura hanno fatto il loro in­gresso la realtà e la natura: il raccon­to ha presto soppiantato l’icona. Co­sì il simbolo si è incarnato in un per­sonaggio vivo, reale al­meno nella finzione artistica. Così è tocca­to anche all’immagine del bambino, che è di­ventato figlio nostro. Ricostruire di volta in volta la fitta rete di re­lazioni culturali e so­ciali in cui l’immagine del bambino si inseri­sce, all’interno di ogni singola opera d’arte, prima di tutto attra­verso la sua forma, è compito di uno stori­co ». Apprezzare, dun­que, l’effetto che que­sto processo ha im­presso alla forma at­traverso la mano dell’artista «è compito del critico». «All’osser­vatore moderno non resta che godere ­conclude Tarissi De Jacobis - , dal proprio personale punto di vi­sta, del percorso che la collaborazione di queste scienze è in grado di ricostruire».
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