giovedì 22 novembre 2012
Una teologia disposta a parlare di Dio all’uomo di scienza deve affrontare a volte temi difficili. Basti pensare agli attuali orizzonti cosmologici, allo studio dell’origine e dell’evoluzione della vita sul nostro pianeta, alla possibilità di manipolare e determinare lo sviluppo biologico futuro della specie umana. Se poi la mentalità scientifica, come avviene nella maggior parte dei Paesi sviluppati, influenza il modo di pensare anche dell’uomo comune, affrontare questi temi non è mai questione accademica, ma diviene un’esigenza dell’evangelizzazione e perfino della catechesi. Il tema della presenza di vita intelligente nel cosmo rappresenta senza dubbio uno di questi temi. Per questo motivo la teologia è chiamata a riflettervi, con equilibrio e competenza, come ha cercato di fare in passato con le questioni più serie. Un libro come quello di Armin Kreiner, qui presentato da Andrea Aguti, può certamente aiutare in questo senso, risvegliando interesse e suscitando dibattito. Tuttavia, proprio per la serietà del tema (si pensi ad esempio alla necessità di separare la domanda teologica su Eti dalle disquisizioni amatoriali o bizzarre sugli Ufo) occorre rivolgersi con profondità alle fonti teologiche, anche classiche, che possono aiutare a fare chiarezza. Ma soprattutto, occorre porsi le domande giuste, domande che abbiano senso non soltanto in un’epistemologia scientifica, ma anche in un’epistemologia teologica.Ci sono infatti domande che il pensiero scientifico può, forse deve fare, alla teologia cristiana: la fede in Dio Creatore del cielo e della terra, rivelatosi Uno e Trino in Gesù Cristo, è consistente con la presenza di vita intelligente nel cosmo? O anche: quale rapporto la vita nel cosmo potrebbe avere con la rivelazione di Dio come fonte di Vita? Ma vi sono anche domande che non sarebbe consistente rivolgere alla teologia cristiana, chiedendole giustificazioni. Dover spiegare, ad esempio, se le eventuali intelligenze extraterrestri abbiano oppure no un “peccato originale”, se Dio si debba o non si debba incarnare, morire o non morire in croce su altri pianeti abitati, oppure se la presenza di vita su pianeti diversi dalla Terra sia confermata o smentita dalla sacra Scrittura... Se la teologia non è tenuta ad affrontare tali domande – almeno in modo diretto e in questi termini – non è per risparmiarsi dei grattacapi, ma semplicemente perché si tratta di questioni che, poste così, contengono già delle pre-comprensioni che condizionano il modo corretto di affrontare l’intera, difficile tematica. Il Dio cristiano non è un Dio platonico da cui tutto dedurre… La teologia non ha dati sufficienti per rispondervi: noi non conosciamo quale debba o non debba essere l’economia di rivelazione di un Dio Creatore nei confronti di intelligenze extraterrestri, né quale debba essere l’economia salvifica nei loro confronti.Tale assenza di risposte – ed è questo un punto importante – non pregiudica la “consistenza” o la “coerenza” della fede cristiana. La Rivelazione, la storia della creazione e della salvezza, acquistano la loro consistenza nei confronti di uno specifico destinatario, propter nos homines et propter nostram salutem, come recitiamo nel Credo. L’universalità e l’unicità di Dio implicano senza dubbio l’universalità e l’unicità della storia del cosmo fisico, lo stesso cosmo in cui potrebbe originarsi altrove la vita, ma non vogliono dire l’unicità di una medesima storia di rivelazione e di salvezza. La fede cristiana non pare avere argomenti pregiudiziali contro la presenza di vita e di vita intelligente nel cosmo (come potrebbe trattandosi di eventi che apparterrebbero all’ordine fattuale?), ma neanche si può qualificare come antiscientifico il ritenere ragionevole, in mancanza di dati cogenti, la “soluzione classica” che prevede l’unicità dell’essere umano.L’immagine di Dio uno e trino consegnata dalla Rivelazione ebraico-cristiana non è geocentrica, né antropocentrica, bensì universale e trascendente, soggetto di una onnipotenza creatrice la cui portata è di ordine cosmico generale e certamente non locale. Sono infatti concetti universali l’esistenza di una paternità e di una filiazione, la cui intelligibilità è legata ad un processo generativo comune ad ogni vivente, ed è universale il concetto di un Amore-Dono, lo Spirito Santo, la cui comprensione rimanda all’idea di comunione, di altruismo e di donazione, comune ad ogni intelligenza cosciente. Anche l’Incarnazione del Verbo possiede un valore rivelativo di ambito universale, non solo locale. La sua capitalità sulle creature angeliche può essere in fondo espressione della sua capitalità su tutte le possibili creature, una capitalità cristocentrica, non geocentrica né antropocentrica, anche se non ci è dato conoscere come essa venga esercitata. L’ultima parola sul tema della vita nel cosmo non spetta alla teologia, ma alla scienza. Alla teologia, come al resto dell’umanità, non resta che attendere.
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