giovedì 8 gennaio 2015
L’ora blu. L’ora in cui il giorno cede alla notte, il momento in cui si ripete per i bambini più fortunati il rito della buonanotte, la consuetudine di una favola che aiuta a non temere le braccia del sonno. Era la dolcezza di quest’ora e la magia di un mondo immaginario fiabesco che Ilse Weber regalava ai piccoli malati prigionieri del ghetto di Theresienstadt. Rifugio alle privazioni e all’orrore quotidiano, ricordo di un calore familiare sbiadito nella memoria e perduto per sempre. Zia Ilse, la chiamavano così, ogni sera li trasportava lontano dai loro incubi, nel regno della fantasia dove si trova il paese di cuccagna, le case sono assolate, i bambini privati dei genitori ritrovano l’amore, i poveri possono diventare ricchi, dopo anni di stenti arriva una vita di serenità e soddisfazioni e tutti vivono il futuro felici e contenti. Intellettuale cecoslovacca di formazione tedesca, aveva 39 anni Ilse Herlinger Weber quando fu deportata a Theresienstadt nel 1942. Con lei il marito Willi e il figlio Tommy, il più piccolo, perché Hanuš, il più grande, era stato messo in salvo in Svezia, affidato alla sua più cara amica Lilian von Löwenadler, figlia di un diplomatico svedese. Nel ghetto di Theresienstadt – che i nazisti avevano eletto a luogo ideale per la deportazione degli ebrei, soprattutto vecchi e bambini, poi a campo di raccolta e transito verso i campi di sterminio – Ilse chiese di occuparsi totalmente dei bambini malati, in ciascuno dei quali vedeva sicuramente il volto dei suoi figli. Lo fece con una dedizione materna estrema, cercando di alleggerire la fame e sofferenza dei piccolini in quella camerata squallida e priva delle più elementari attrezzature che fungeva da ospedale, trasformata lentamente in un luogo colorato dove nonostante i divieti si cantavano ninne nanne, incredibilmente si suonava la chitarra e si raccontavano storie ebraiche. Fiabe inventate per loro ma anche quelle che Ilse aveva scritto fin dagli anni della sua giovinezza e che nel tempo aveva raccolto e pubblicato e persino prodotto per programmi radiofonici con buon successo di pubblico e critica. Finché l’antisemitismo non cominciò «a sbarrare tutte le porte», come scrisse il primo novembre 1936 all’amica Lilian con cui intrattenne per oltre un decennio una corrispondenza fraterna, racconto limpido e  disincantato di quei progetti e di quelle speranze che andavano via via sgretolandosi di fronte all’avanzata della violenza nazista. In vista del Giorno della memoria, il prossimo 27 gennaio, quelle fiabe, il cui titolo originale era Jüdische Kindermärchen, cioè “Fiabe ebraiche per bambini”, vengono pubblicate oggi grazie alle Edizioni Paoline, tradotte, intitolate L’ora blu delle fiabe. Nel ghetto di Theresienstadt (pagine 160, euro 15) e curate da Rita Baldoni, docente di Lingua a letteratura tedesca al liceo “Leonardo da Vinci” di Civitanova Marche, con la collaborazione dei suoi studenti che hanno realizzato anche le illustrazioni, all’interno di un più ampio progetto sulla Shoah. Ilse Weber era stata un’appassionata conoscitrice delle fiabe di Andersen e dei Grimm che tuttavia, lo scrive sempre all’amica Lilian, le sembravano un bel rompicapo, permeate da tali ingiustizie che raccontarle ai bambini le pareva sbagliato e non educativo. O forse crudele. Al contrario a lei piaceva offrire ai più piccoli motivi di gioia, storie di conquiste e di ampio respiro tanto più in tempi già dolorosi come quelli. Per questo nelle storie che attingono alla tradizione popolare ebraica i piccoli protagonisti nati dalla sua fantasia – bambini che come in tutte le favole che si rispettino devono affrontare prove, mettere a repentaglio la vita, inseguire il bene e sconfiggere il male, diventare adulti facendo propria la legge del padre –, pur stremati dalle avversità della vita, angosciati da mille incubi non ne sono mai schiacciati. Nessuno perde mai la speranza di emergere e così perseguendo il bene, ciascuno dà un senso alla propria  esistenza, salvando così se stessi e i propri cari. Addirittura la Morte, nella favola della piccola Lea, indietreggia commossa dalla generosità con cui la bimba cerca di salvare la vita della nonna. Ma Ilse era così, piena di dolcezza e di grazia. Deportata ad Auschwitz con i suoi quindici bambini, con il figlio e il marito, il solo sopravvissuto, entrò cantando nelle camere a gas, accompagnando i piccoli con una dolce ninna nanna, avendo ben capito che lì non si facevano docce ristoratrici.
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