venerdì 30 settembre 2022
La vittoria a un concorso di un’opera generata dall’Intelligenza artificiale ha scatenato un dibattito su creatività e originalità. Ma la questione è un’altra
Un particolare dell’opera “Théâtre D’opéra Spatial” di Jason Allen

Un particolare dell’opera “Théâtre D’opéra Spatial” di Jason Allen - -

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La vittoria al concorso artistico della Colorado State Fair nella sezione “Digital Arts / Digitally-Manipulated Photography” da parte di un’opera intitolata Théâtre D’opéra Spatial e realizzata da Jason Allen ha movimentato per qualche giorno un dibattito sulla cui consistenza ho molti dubbi. Il lavoro in questione è frutto dell’utilizzo di IA nella versione disponibile sul sito midjourney .com, una piattaforma che implementa gli strumenti digitali in un modo originale ma non certo rivoluzionario: per creare un’immagine è sufficiente fornire un input testuale. Esistono realtà concorrenti come Open-AI e Stable Diffusion. L’assegnazione del premio ha scatenato polemiche e reazioni da parte degli autori le cui opere erano frutto del puro (secondo convenzioni artificiose) intervento umano, pur essendo digitali. Il coinvolgimento della IA e i codici messi a disposizione da Midjourney Bot è stato visto come aiuto sleale, per lo meno off-topic nell’ambito di un purismo del tutto teorico in tema di prassi artistiche. Questo il primo errore di prospettiva: umanizzare le intelligenze artificiali, che invece sono strumenti al pari di un pennello, articolati in modo diverso. A prescindere dal giudizio sulla creazione di Jason Allen, che appartiene a un ambito illustrativo decisamente banale per concetto ed esecuzione, lontano anni luce da «espandere i poteri immaginativi della specie umana», come dice di sé Midjourney, e dalla mia totale idiosincrasia verso il termine “premio” associato all’arte, non vedo quale sia il problema. La IA non è altro che un camouflage in continuo adattamento della ineludibile componente umana. Che il digitale abbia scatenato fin da principio pregiudizi di ogni sorta è più che naturale. Il pregiudizio è dell’uomo (ereditato dalle IA), negato dagli zeloti del politicamente corretto con le loro ipocrisie, reazione anticorpale alla novità, come se la preservazione dell’esistente fosse garanzia di sopravvivenza. Non credo sia un abbaglio della natura. L’umanità procede unicamente attraverso il suo superamento. Forse il pregiudizio è stato inoculato nell’istinto come dissuasore attivo con la funzione di scremare la schiuma esondante del nuovo, quando è ridondante e futile. Ciò che sopravvive al pregiudizio lo sconfigge per rimanere, curioso darwinismo cognitivo. Il digitale nell’arte è un terreno eccellente per scatenare le difese immunitarie della tradizione, l’abitudine col vestito buono, alibi universale nel prevenire il dialogo e scusa per molte nefandezze (tradizionali). L’ignoranza generalizzata sulle molteplici profonde implicazioni che comporta va delineando uno scenario sempre più discronico e falsato. In omaggio a un pensiero sclerotizzato, l’arte viene enfatizzata come l’ultimo baluardo di un genuino contributo antropologico non robotizzato o inquinato dalle intelligenze artificiali. Il presupposto è fuori asse, ma prendiamolo per buono: l’arte, individualità per eccellenza, non può spartire con nessuno il sigillo umano. Il disegno è matita, il suono è pianoforte, il libro la macchina da scrivere, la lettera è a mano, in una carrellata di esclusive immaginarie, se riferite all’ambito analogico. La notizia è che tutti questi arnesi esistono anche in digitale. La IA è solo un ulteriore mezzo, i suoi antenati sono le modalità aleatorio-automatiche dadaiste o surrealiste, sempre dipendenti dalle nostre biologie, perlomeno nell’innesco dei processi. Domandarsi se l’utilizzo della Intelligenza artificiale possa l’arte, rende inutili almeno duecento anni di esperienze e riflessioni filosofiche. L’arte è una intenzione alla quale è indifferente lo strumento e che a volte incrocia un magico accidente. Il rapporto con l’umano attraversa interamente il ciclo di esistenza dello strumento digitale: programmazione, utilizzo, diffusione, implementazione, correzione, hackeraggi, memoria. Le sue zone di autonomia, se esistono, equivalgono a ciò che avviene in analogico con le dovute differenze: valanghe di pittura e scultura conservate in magazzini o musei a fronte di interi sistemi di frequenze fissate nel solido o proiettate nell’etereo: anche la permanenza non è una novità, così come la contaminazione. Le peculiarità sono numerose, ma non riguardano il tasso di artisticità imbrigliato nella forma. Il digitale è fisico, le sue fenomenologie specifiche perché si tratta di un medium differente. Per le motivazioni della intelaiatura estetica, l’organizzazione complessiva del linguaggio verso cui tende ogni autore , non cambia nulla. Come l’analogico, il digitale ha le sue invenzioni, le sue accademie, i suoi copisti, può essere geniale o spazzatura, non vi è alcuna differenza sostanziale. Il guaio è alla radice, non si chiama pregiudizio ma ignoranza, declinata in varie forme. Da un lato schiere di signori attempati all’inseguimento fiducioso di se stessi, Dorian Gray a portata di tastiera, e con loro ragazzini, influencer, tiktoker, la cui agilità a muoversi nel mezzo non garantisce alcuna comprensione, che credono di conoscere il digitale perché hanno lo smartphone di ultima generazione, digitano alla velocità della luce o sono videogamers da mondiale. Dall’altro i nerd, gli esperti smanettoni talmente concentrati sulle procedure da non cogliere la rivoluzione più grande, sottotesto essenziale di ogni singolo scatto in avanti tecnologico. Ricordo che già nel 2013, prima di presentare Five Chairs, una mia riflessione-esperienza sulla realtà del digitale al Dipartimento di Estetica dell’Università Cattolica di Milano, ero passato da quelli che credevo gli esperti del settore, un istituto che si occupa di prototipazione eminentemente digitale per produrre manufatti di ogni genere. Ho provato a raccontare che la promiscuità bidirezionale tra concreto e digitale significava una sola cosa: erano lo stesso mondo. Parlavo un’altra lingua, per loro era solo un modo della produzione, non una rivoluzione cognitiva senza precedenti. Oggi non è molto differente, il progresso tecnologico sopravanza enormemente ogni riflessione e siamo sopraffatti dalla banalità. Qualcuno dirà che nel caso di Midjourney e Jason Allen non si tratta “semplicemente” di digitale ma della IA, la nuova mitologia (ogni epoca ne ha più di una) che come un alieno si prepara a invadere il mondo. Dimenticando che l’Intelligenza artificiale, o meglio le intelligenze artificiali, siamo noi. Una estroflessione dei meccanismi logici che nasce come loro imitazione nel contesto di una potenza di calcolo infinitamente superiore. Di grande aiuto per accelerare alcuni processi, ma non sposta di un millimetro la qualità del pensiero umano, di cui è destinata a rimanere prodotto subalterno. Nel caso di Midjourney il tipo di IA assomiglia più allo smistamento di informazioni attinte da un bacino enorme di frammenti. Ne ricava un collage, assemblato secondo regole più o meno sofisticate, non molto differenti nella sostanza da quello che abbiamo a disposizione su uno smartphone. Nulla di trascendentale, nulla di apocalittico, nulla di nuovo. Più che in un Midjourney, letteralmente “metà viaggio”, siamo ancora nella fase in cui chiarire cosa mettere nelle valigie.

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