martedì 6 luglio 2021
Pubblicata la prima parte del Commento alla Torà del mistico ebreo medievale nato a Recanati. Una lettura esoterico-teologica in una visione di unità fra il cielo e la terra
L’Albero della vita, rappresentazione simbolica nella qabbalà

L’Albero della vita, rappresentazione simbolica nella qabbalà - archiivo

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Esistono miriadi di interpretazioni del libro della Genesi, ma quella del mistico ebreo Manachem (da) Recanati è diversa. Facendo un balzo nella seconda metà del XIII secolo e immergendosi nella lettura, non facile ma affascinante, del suo Commento alla Torà, ci troviamo in un mondo totalmente altro rispetto alle decostruzioni storico-filologiche dell’esegesi odierna. In questo enciclopedico testo ogni parola ebraica, ogni versetto e ogni pericope sono rami di un immenso albero che collega la terra al cielo (e viceversa) e chi ha la forza di arrampicarvisi arriva a conoscenze segrete e sublimi, a quei 'segreti della Torà' che hanno fatto la delizia di una schiera di qabbalisti. Nello scorcio di quel tardo medioevo la qabbalà o mistica ebraica era al suo apice: circolava in manoscritti ricercatissimi e costosi, copiati e ricopiati in continuazione, non raramente tradotti in latino per quei qabbalisti cristiani, come Pico della Mirandola e il cardinal Egidio da Viterbo, che ne erano affascinati e vi cercavano (addirittura) la prova provata dei dogmi cristiani. Menachem figlio di Beniamino fu probabilmente il maggior qabbalista italiano e il suo commento è diverso perché raccoglie e organizza, in una vasta architettura letteraria, un po’ tutte le correnti di pensiero esoterico-teologico che chiamiamo qabbalà. Un assaggio di questo complesso mondo di idee e di visioni, di rivelazioni segrete e di illuminazioni religiose è ora offerto dalla traduzione italiana dei primi tre capitoli della Genesi, in ebraico Bereshit ossia 'In principio', compiuta da Maria Tiziana Mayer (edizioni La vita felice, prefazione di Joseph Blaha, pagine 388) uscita da poco con il titolo Commento alla Genesi. Ma chi era davvero questo grande qabbalista? Ben poco si sa di lui, e per molto tempo è stato identificato, persino dallo storico rumeno-israeliano Moshe Idel, con un copista romano, a sua volta di nome Menachem ben Benjamin; ma il nostro Giulio Busi, illustre ebraista oggi all’uni- versità di Berlino, lo ha più correttamente identificato come membro della benestante famiglia Finzi, residente a Recanati, da dove il giovane potè coltivare intensi rapporti col mondo ebraico sefardita. Da qui la sua profonda conoscenza dei testi mistici che, soprattutto in Catalogna, venivano composti nella forma di commenti alla Bibbia, come lo stesso Sefer ha-zohar che è il più noto tra quei commenti (scritto in un aramaico letterario, venne stampato la prima volta a Cremona nel 1558). Nella penisola iberica erano attivi alla fine del XIII secolo i più grandi qabbalisti di sempre, come Joseph Gikatilla e Moshe de Leon, ai quali risale buona parte del materiale confluito nello Zohar, e come Shlomò ben Adret ed Ezra ben Todros, che fecero da ponte tra Spagna e Italia nella trasmissione di quelle scuole esoteriche. Nessuna sorpresa che il rampollo dei recanatesi Finzi abbia beneficiato di tanta ricchezza esegetico-spirituale e l’abbia fatta confluire nel suo grande commentario ai libri biblici. Come annota la traduttrice, è riduttivo tuttavia considerare Menachem un mero epigono di quei grandi studiosi sefarditi, a conferma del giudizio che, a suo tempo, ne diede proprio Giulio Busi: «Menachem (da) Recanati è stato un bibliografo paziente, che accumulava decine di fonti prima di azzardare un teoria personale. Allo stesso tempo fu un teorico brillante, capace di cogliere i legami metaforici che uniscono il mondo fisico al sistema delle emanazioni divine». Già, perché in queste dottrine mistiche l’albero che unisce cielo e terra è quello sefirotico, aggettivo che viene da 'sefirà', termine polisemico che in ebraico significa sia numero sia narrazione, da cui anche libro, e nel quale risuona persino il greco 'sfera'. Fissate nel numero canonico di dieci, queste 'sfere' sarebbero a un tempo gli attributi del Divino e le sue emanazioni, intese come canali che portano nel mondo terrestre l’energia superna e che costituiscono altrettanti 'rami' per salire (e scendere) dall’albero sefirotico. Evidenti gli influssi neoplatonici di questa dottrina mistica. Il Commento alla Torà di Menachem (da) Recanati intreccia questa struttura esoterico-metafisica con interpretazioni rabbiniche più tradizionali, ad esempio la spiegazione della trasgressione di Adamo ed Eva che mangiarono un fico, e non una mela, come volle una più tarda tradizione cristiana (Michelangelo è al corrente di quest’identificazione ebraica dell’albero proibito e nella Cappella Sistina ritrae un fico, non un melo). Il fico è, simbolicamente, l’albero della ricerca della verità. Ma il punto non è che sia un fico o un melo, ma che i protogenitori abbiano ceduto alla lusinga dell’astuto serpente facendosi un’immagine sbagliata di Dio: la loro colpa, ossia il peccato originale, altro non fu che un peccato di idolatria. Il qabbalista visualizza questa trasgressione come un atto di sradicamento dell’albero stesso, perché 'tagliare l’albero' significa sconnettersi dalla fonte della vita e della conoscenza, privarsi del mezzo per salire verso Dio al fine di «vedere il volto del Re» e «mangiare dei frutti squisiti» della sua sapienza. Il commento ebbe un’enorme fortuna, ben intuibile dal fatto che esso venne stampato già nel 1523, a Venezia (praticamente in contemporanea con il Talmud Babilonese), e conobbe molte riedizioni succe ssive. Tanta fortuna si deve probabilmente alla capacità di questo autore di tenere insieme le correnti mistiche più diverse che allora attraversavano il mondo ebraico: quelle imperniate sull’interpretazione del testo, anzitutto, ma anche le correnti estatiche, che prediligevano l’ascesi e la mortificazione (dello stesso Menachem si narra che facesse lunghi digiuni), e persino quelle tendenze religiose che invece preferivano esplorare i testi sacri con metodi più razionali, filosofici, come indicato dal maggior pensatore del giudaismo medievale, Maimonide. L’influenza filosofica è innegabile, ad esempio, in questo passo del mistico recanatese: «La verità è che il Creatore benedetto è la Cagione delle cagioni, la Causa delle cause, né gli si può attribuire mutamento alcuno né alcuna cosa che faccia pensare alla sua molteplicità». Altri esempi si potrebbero portare dell’intreccio tra filosofia e qabbalà, a dimostrazione di quanto erronea sia l’idea che la mistica ebraica nacque come correzione spirituale agli accessi razionalisti della filosofia ebraica, influenzata com’era dall’aristotelismo arabo (averroistico soprattutto). La mistica, nel giudaismo, è antica quanto il giudaismo stesso e certamente si intreccia con alcune scuole neoplatoniche, ma nel medioevo, come si evince proprio dall’opera di Menachem (da) Recanati, non disdegnò di combinarsi e spesso di fondersi con l’approccio filosofico più razionalista. Qabbalà e filosofia sono le due grandi forme che, a partire dal XII-XIII secolo, il giudaismo intraprese per rinnovarsi e, non da ultimo, per dialogare con le culture in cui viveva: l’islam mutazilita nel bacino afro-mediorientale e il cristianesimo platonizzante in Spagna e in Italia, all’alba di un nuovo umanesimo. Anche grazie ad autori come il qabbalista recanatese, l’umanesimo e poi il rinascimento riscoprirono non solo il greco ma anche l’ebraico e cercarono di scalare l’albero qabbalistico ovvero una sapienza ritenuta ancor più antica della filosofia.

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