venerdì 26 maggio 2023
Per la prima volta la città dello storico boom minerario, si gioca il titolo Nba Il serbo Jokic è la star dei Nuggets, franchigia con tanti big in passato in campo e fuori
Nikola Jokic, stella dei Denver Nuggets, qui in azione contro Anthony Davis dei Los Angeles Lakers

Nikola Jokic, stella dei Denver Nuggets, qui in azione contro Anthony Davis dei Los Angeles Lakers - Usa Today Sports

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La strada che porta all’oro passa ancora da Denver, nel cuore degli Stati Uniti. Come nel XIX secolo la capitale del Colorado diventò la perla del Vecchio West per migliaia di avventurieri a caccia di giacimenti, così oggi nel basket i Nuggets (le “Pepite”, appunto) sono pronti a mettere le mani sull’anello più prezioso, quello di campioni Nba. Da queste parti sono abituati a vivere ad alta quota, non a caso la città è conosciuta anche come Mile-High City, 1609 metri di altitudine (un miglio terrestre). Quest’anno però la stagione cestistica ha toccato picchi mai visti: la squadra dopo cinque apparizioni consecutive nei playoff ha conquistato per la prima volta nella sua storia la serie finale. Trascinata dal fuoriclasse serbo Nikola Jokic, Denver ha dominato la Western Conference, chiudendo in testa la regular season, per poi sbarazzarsi di Minnesota, Phoenix e Los Angeles Lakers, annichiliti addirittura con un pesante 4-0. Nei 47 anni di permanenza in Nba mai si era spinta fin qui questa franchigia che ha cambiato nel corso degli anni simboli e nomi (all’inizio Larks e Rockets) salvo poi ritornare a mettere in primo piano la storia di questo suggestivo territorio: come dimostrano nel logo attuale i due picconi dorati e le Montagne Rocciose che sovrastano la città. Un panorama mozzafiato che rapì anche Giovanni Paolo II nella Giornata Mondiale della Gioventù nel 1993: « Arrivando a Denver ho alzato lo sguardo verso lo splendore delle Montagne Rocciose, la cui maestà e potenza ricordano che tutto il nostro aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra».

Lampi di grande bellezza si sono visti anche sul parquet grazie ai campioni del passato che hanno vestito questa canotta. Uno di questi è senz’altro colui che negli anni Ottanta ha segnato più di tutti in Nba. Uno pensa subito a Jabbar, Larry Bird o Michael Jordan. E invece no. Si tratta di Alex English, miglior realizzatore di sempre nella storia di Denver con oltre 21mila punti segnati. Il numero 2 dei Nuggets ha poi chiuso la sua carriera in Italia, diventando in poco tempo un idolo a Napoli (in Serie A2) a cui è ancora molto legato. Nella città partenopea è tornato anche di recente, perché English da quando ha smesso di giocare gira il mondo per sensibilizzare i ragazzi sull’importanza dello sport come argine a ogni devianza. È impegnato a tutto campo nel sociale in progetti educativi su temi come il razzismo o il bullismo. Un forte interesse per l’arte, la letteratura e soprattutto la poesia gli son valsi l’appellativo di “ the poet”. Come la metafora che ha usato per descriversi: « È come essere un salice mosso dal vento ma che non si rompe. Un ramo forte, un albero forte che si piega e che resiste a tutti i tipi di venti anche di tornado, ma non si rompe. Questo è il tipo di idea con cui ho giocato».

Un altro fuoriclasse dal cuore d’oro in campo e fuori è stato il leggendario centro congolese Dikembe Mutombo. Negli anni Novanta quando c’era lui sotto canestro non si passava: è stato un grandissimo della “stoppata” il gesto con cui annullava gli attacchi avversari al celebre grido di “ Not in my house!” agitando il suo famigerato ditone. Memorabili i playoff del 1994, quando i suoi Nuggets sconfissero 3-2 nella serie i Seattle Supersonics (primi in regular season): riuscì a stoppare per ben 31 volte gli avversari in 5 partite. Mutombo però è andato ben oltre il parquet caricandosi il suo Paese sulle spalle: tramite la sua fondazione ha messo in piedi in questi anni ospedali, scuole, interi quartieri nella Repubblica Democratica del Congo. Fino all’ultimo sogno realizzato: avviare anche nel suo Paese il programma di Special Olympics per le persone con disabilità intellettiva. Oggi a 56 anni, Mutombo è in cura per un tumore al cervello, ma il suo impegno continua nella grande organizzazione umanitaria a cui ha dato vita.

Gli anni Duemila dei Nuggets sono targati invece Carmelo Anthony, star che a Denver ha segnato un decennio e che pochi giorni fa a un passo dal suo 39° compleanno ha annunciato il suo ritiro. Lascia con il rammarico di non aver mai vinto il titolo ma oggi risulta comunque il nono marcatore di tutti i tempi nella storia della Nba. Per alcuni anni ha fatto coppia in squadra a Denver con un’altra icona del basket recente a stelle e strice: Allen Iverson, un altro dei grandi passati di qui. Senza dimenticare, volendo guardare alla storia degli italiani in America, che il nostro Danilo Gallinari (oggi a Boston) ha indossato la canotta dei Nuggets per sette stagioni, la franchigia con cui ha giocato di più. Ma il fenomeno dei giorni nostri, colui che ha scatenato nella capitale del Colorado la febbre dell’anello d’oro è Nikola Jokic. E dire che il 28enne serbo è approdato in Nba con problemi di sovrappeso. Oggi è riconosciuto come uno dei lunghi più forti di sempre. Negli ultimi tre anni ha vinto due volte il titolo di miglior giocatore: paradossalmente non quest’anno che pure ha portato la franchigia alla storica finale. Pochi scommettevano su di lui, come ha ricordato il suo coach Michael Malone: «Rido sempre pensando alla sua prima Summer League a Las Vegas: pesava più di 130 kg, totalmente fuori forma. Era un buon giocatore sì, buono ma nessuno, nessuno (e chi dice il contrario dice cavolate...) Nessuno immaginava che sarebbe diventato un 2 volte MVP e che avrebbe superato Wilt Chamberlain. Questo la dice lunga sul suo impegno e sulla sua etica. E ciò che io amo più di lui oltre alle sue grandi giocate e alla costanza è il fatto che non è mai cambiato. Il successo, i soldi, la fama… non l’hanno cambiato».

Jokic è rimasto sempre l’uomo del campetto sotto casa. Allergico ai social («sono una perdita di tempo») e persino al cellulare: « Ho bisogno solo di You Tube per guardare le corse di cavalli». Questa è la sua grande passione: « I cavalli mi permettono di tenere la testa lontana dal basket quando ne ho bisogno, di rimanere calmo e rilassato. Li amo davvero, penso che sarà quello a cui mi dedicherò una volta finita la carriera». Sposato con la fidanzata dei tempi del liceo, una figlia a cui dedica tutte le sue attenzioni, Jokic è molto riservato sulla sua famiglia che considera un grande valore. Per il resto è il campione della porta accanto, l’ “antidivo” così come lo descrivono. Quando è in Serbia ritorna sempre al campetto « È la cosa che amo di più fare in vita mia. Più che giocare in Nba». E non ha dubbi: «Credo che il “talento” che mi è stato dato dall’alto arrivi dall’aver giocato lì 3 contro 3, 2 contro 2». Oggi i Nuggets sanno di avere in casa la pepita più grande. Tutto l’oro di Denver passa dalle mani fatate di questo ragazzone di 211 centimetri. E lui è pronto a prendersi l’anello con la stessa nonchalance con cui monta a cavallo.

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