mercoledì 17 luglio 2019
Lo storico La Bella ripercorre gli ultimi 60 anni dell'Ordine ignaziano: da Arrupe a Kolvenbach fino all'elezione del cardinale di Buenos Aires. L'ammirazione di Benedetto XVI per gli Esercizi
Kolvenbach con Benedetto XVI (Ap)

Kolvenbach con Benedetto XVI (Ap)

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Ammirati, temuti, invidiati per il «nostro modo di procedere» (la famosa frase attribuita a Jeronimo Nadal) nel mondo, attenti ai "segni dei tempi" come indica il Vaticano II ma anche guardati con sospetto e diffidenza per lo stile di esercitare, in contesti spesso difficili e incrinati (come la teologia morale e non solo) l' arte del «discernimento degli Spiriti». È il ritratto che rispecchia, in un certo senso, l' ultimo spezzone della plurisecolare storia dei gesuiti negli ultimi sessant'anni della loro lunga esistenza, incominciata nel 1540 con la fondazione della Compagnia di Gesù da parte di sant'Ignazio di Loyola. E un libro scritto, con dovizia di particolari e dettagli inediti, dallo storico Gianni La Bella I gesuiti. Dal Vaticano II a papa Francesco (Guerini, pagine 368, euro 34) ritorna proprio sull' ultimo tratto di strada percorso dagli ignaziani tra il 1965 e il 2019; il saggio riparte anche da studi precedenti compiuti proprio da La Bella su questo avvincente argomento come il volume, edito dal Mulino nel 2007, Pedro Arrupe. Un uomo per gli altri, ma aggiunge rispetto ad allora nuove tessere del complesso mosaico attorno alla dinamica vita all'interno della Compagnia di Gesù: tra queste ovviamente l'elezione al soglio di Pietro del primo gesuita nella storia della Chiesa cattolica, l'argentino Jorge Mario Bergoglio.

Paolo VI e Arrupe: incomprensioni ma anche stima per "don Pedro"

Con una scrittura agile e avvincente il volume si apre proprio con l' elezione nel 1965 del secondo basco alla guida dell' ordine dopo Ignazio, Pedro Arrupe: si scopre, da queste pagine, lo stile carismatico e all'inizio "conservatore" del gesuita di Bilbao, considerato l' ultimo "Papa nero" del Novecento; grazie a questa nuova ricerca si evince come da provinciale del Giappone Arrupe fosse considerato dai suoi stessi confratelli come "inadatto" al governo e ritenuto spesso "ingenuo" per la sua eccessiva fiducia nel mondo e nelle relazioni umane. Ma affiora anche un altro aspetto singolare sulla complessa biografia di Arrupe: Paolo VI, che ebbe occasioni di attrito e di divergenze di vedute proprio con il gesuita spagnolo soprattutto durante la celebrazione della famosa XXXII Congregazione generale della Compagnia di Gesù (l'assise del 1974-1975 che voleva estendere il famoso IV voto di obbedienza a tutti i gesuiti), conservava prima di morire nell'agosto del 1978 nel suo inginocchiatoio un testo profetico (anno 1977) di "don Pedro" dedicato al tema della missione e dell'obbedienza dei gesuiti alla Sede Apostolica.

Il volume ripercorre gli anni del generalato di Arrupe (1965-1983) - mettendo tra l'altro in risalto il rischio di "scisma" degli ignaziani delle province spagnole, che non si riconoscevano nello stile di "aggiornamento" post-conciliare impresso dalla gerarchia dell'ordine, il difficile momento del "commissariamento" della Compagnia (1981-1983) voluto da Giovanni Paolo II con la nomina di un suo delegato di fiducia, il milanese Paolo Dezza coadiuvato dal gesuita "sardo-giapponese" Giuseppe Pittau, fino all'elezione dell'olandese Peter Hans Kolvenbach. In questa parte del saggio vengono riproposti in una lunga carrellata di eventi tutti gli attriti, "incomprensioni", punti di scontro tra l' Ordine e la Santa Sede sotto i pontificati di Montini, Luciani e Wojtyla. Non è un caso che La Bella ritorni sui tanti casi di dissenso che videro spesso gesuiti di fama (basti pensare alle istanze di molti figli di sant'Ignazio a favore della teologia della liberazione, di un'opzione preferenziale per i poveri, o alle critiche di Karl Rahner all'Humanae vitae di Paolo VI) spesso in contrasto con il magistero ufficiale della Chiesa di allora.

Kolvenbach il generale che diede gli Esercizi a Giovanni Paolo II

L' autore si sofferma soprattutto sul difficile passaggio di generalato tra il carismatico Arrupe e Kolvenbach e riconoscendo a quest' ultimo un gesuita olandese «molto spirituale» di aver governato con mitezza e lungimiranza per 25 anni (1983-2008) la «minima Compagnia di Gesù» e grazie al suo stile di aver riconquistato la fiducia "perduta" di Giovanni Paolo II. Si scopre, ad esempio, che la stima verso Kolvenbach fu confermata anche da un dettaglio singolare: nel 1987 toccherà proprio al gesuita olandese (unico preposito della Compagnia chiamato a rivestire questo prestigioso incarico) a guidare gli esercizi spirituali per la Quaresima al Papa e alla curia romana; imposterà le sue meditazioni, su suggerimento dell'allora cardinale Ratzinger, su una lettura spirituale della Parola di Dio. Il volume regala tante piccole istantanee inedite, come l' applauso unanime che i gesuiti della XXXIV Congregazione generale nel 1995 tributarono al loro antico "commissario", il 93enne cardinale Paolo Dezza, per aver fatto riguadagnare, in un certo senso, un alto grado di stima e di fiducia della Compagnia verso il suo primo e diretto "superiore". O ancora si evince l'ammirazione di Benedetto XVI per la pratica squisitamente ignaziana degli Esercizi appresa alla scuola del suo esegeta di fiducia, il gesuita Albert Vanhoye.

Bergoglio e il rischio di una Compagnia "commissariata"

Il testo nella parte finale racconta l'eccezionalità che vive la Compagnia in questi anni dove papa Francesco, che proviene da questo ordine di chierici regolari, sia in un certo senso il "primo superiore" di questa famiglia religiosa; si scopre sempre, tra queste pagine, che l' allora arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Bergoglio, nel 2007 fosse stato indicato dalla Santa Sede (Benedetto XVI, l'allora Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, e indirettamente anche il cardinale Franc Rodé, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata) come l' uomo giusto - un autentico "gesuita perfetto" - che padre Kolvenbach doveva consultare e a cui fare affidamento per «verificare» con il porporato argentino il rispetto del «carisma delle origini», lo stato di salute dell'ordine e la fedeltà a quel Sentire cum Ecclesia tanto caro a Ignazio di Loyola.

Affiora da queste pagine che proprio l'intervento e i suggerimenti provvidenziali di Bergoglio (la testimonianza arriva anche dal successore di Kolvenbach, Adolfo Nicolás Pachón) scongiurarono un secondo commissariamento dei gesuiti da parte della Sede Apostolica in anni recentissimi. La Bella intravede nella felice coincidenza di un primo Pontefice gesuita che ora ha al suo fianco per la prima volta un preposito generale di provenienza non europea ma latino-americana come lui, il venezuelano Arturo Sosa Abascal (in carica dal 2016), l'occasione privilegiata per tutti i figli di sant'Ignazio e non solo per attuare quella riforma (anche interiore) della Chiesa di cui parla proprio papa Francesco nella sua enciclica programmatica del suo Pontificato: l'Evangelii gaudium.

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