martedì 28 novembre 2023
Il presidente della “Dante Alighieri” rimarca il ruolo della nostra lingua in un Vaticano sempre più internazionale, ma che non rinuncia agli idiomi locali in favore di un esperanto banalizzante
Cardinali duranteun concistoro in piazza San Pietro

Cardinali duranteun concistoro in piazza San Pietro - Danilo Schiavella/ Ansa

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Pubblichiamo alcune parti della relazione che il presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi ha tenuto oggi a Roma in occasione della firma di un accordo tra la Santa Sede e la “Dante Alighieri” per la promozione della lingua italiana e la realizzazione di corsi al personale scelto dalla Segreteria di Stato per 2.400 ore nell’arco di quattro anni.

Sono molto contento di ricevere qui l’arcivescovo Edgar Peña Parra, Sostituto della Segreteria di Stato, per la firma di un accordo tra l’istituzione che rappresenta e la Società Dante Alighieri, per l’insegnamento della lingua italiana al personale della Segreteria. [...] Abbiamo voluto accompagnare quest’Atto, con una riflessione sulla lingua italiana nella Chiesa cattolica e nelle attività della Santa Sede.

La nostra lingua non ha il bacino di locutori delle altre lingue europee, che hanno avuto una storia d’espansione coloniale imperiale, né è l’inglese, che ha il più alto numero di parlanti stranieri e s’è imposta come lingua veicolare mondiale. Tuttavia non è una lingua provinciale. Ha un significato oltre l’Italia, non solo tra italiani. Se ne parla come della quarta lingua studiata al mondo. Noi della Dante ne constatiamo la domanda con i nostri più che 400 comitati nel mondo, dalle scuole d’italiano e dalle scuole in tanti paesi del mondo. [...]

Italiano o inglese?

Dopo il Vaticano II, Concilio celebrato in latino (ma un patriarca orientale, Maximos IV, rifiutò di usarlo intervenendo in francese), cominciò il tempo delle lingue volgari nella liturgia, auspicato dal movimento liturgico. S’impose l’uso delle lingue locali, popolari, come i missionari e le Chiese facevano da tempo. La pressione della vita crea una Chiesa che vive, pensa e prega nelle lingue del mondo, senza ridiscuterne l’unità.

Come comunicare in una Chiesa, che parla tante lingue? La sfida è stata parlare più lingue, per capirsi, ascoltarsi. Ma c’è necessità di una lingua veicolare. Il mondo tradizionalista, che conserva il latino, la cui perdita considera un danno della fede, afferma che sia una lingua sacra come l’ebraico e l’arabo, ma non lo è storicamente. Si potrebbe optare, come le organizzazioni internazionali, per l’inglese, pure usato come lingua di comunicazione nella Chiesa. Si andrebbe nel senso della globalizzazione e dei suoi modelli che usa l’inglese, se non il globish, come lingua veicolare senza radici in una cultura e in un patrimonio cristiano. Ma la globalizzazione, operata dalla Chiesa cattolica, è ben più antica di quella post’89.

L’italiano si è imposto come lingua di comunicazione, senza scartare altre lingue. Il latino resta lingua ufficiale, anche se l’enciclica Fratelli tutti del 2022 non è stata pubblicata in latino sul sito vaticano. Il Regolamento generale della Curia, per i livelli 8,9,10 del personale, prevede la conoscenza del latino, l’italiano e un’altra lingua. L’italiano è lingua di comunicazione non in modo egemonico, ma accanto al pluringuismo, realtà di una Chiesa plurale. Fin dal 1868, il prefetto de Propaganda Fide disponeva l’uso esclusivo dell’italiano o del latino per comunicare con la congregazione.

Conoscere l’italiano diventa una responsabilità, se questo è usato come lingua di comunicazione, per cui l’approssimazione, specie quando si tratta per iscritto di situazioni e persone, può essere rischiosa. Infatti il contenuto della comunicazione non è tanto o soltanto politico, ma umano e pastorale e quindi abbisogna della conoscenza delle sfumature, cui fa torto un’espressione superficiale. Diventa importante anche imparare a scrivere e non solo a cavarsela per una vera comunicazione: di questo abbiamo parlato con monsignor Sostituto.

L’italiano è la lingua della Chiesa di Roma, di cui il papa è vescovo. Roma è cuore del cattolicesimo, centro del Giubileo che, con le facilitate comunicazioni, ha assunto un ruolo più importante nel cattolicesimo. Bisogna riflettere sul significato di Roma nel mondo dei cattolici e dei cristiani. Si può parlare del mito di Roma nei mondi cattolici lontani: chi li ha frequentati se ne accorge.

La Curia era una realtà di italiani (prima di ecclesiastici dello Stato pontificio) fino alla metà del Novecento, poi, sempre più internazionalizzata. Non sta a Roma come il palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, ma è parte integrante della Chiesa romana con una specifica funzione. L’italiano è la lingua di Roma. Racconta Serianni che quando Gioachino Belli, grande della letteratura romanesca con i sonetti, fu invitato a tradurre i Vangeli in romanesco nel 1861, rifiutò, dicendo che è «favella non di Roma, ma del rozzo e spropositato suo volgo». Oggi Roma che parla italiano è – diceva Serianni – anche realtà delle mille lingue. [...]

Una Chiesa più internazionalizzata parla più italiano

Con l’internazionalizzazione della Santa Sede e la crescita del cattolicesimo extraeuropeo rispetto al vecchio continente, la presenza della cultura e della lingua del Bel Paese non è destinata a decadere? Tre papi non italiani sono divenuti testimonial della lingua nel mondo: uno slavo poliglotta come Giovanni Paolo II, un grande intellettuale europeo come Benedetto XVI, che aveva appreso tardi l’italiano, un figlio di immigrati dal Piemonte, che ha parlato il dialetto della regione prima dell’italiano, Francesco. Wojtyla, nel suo primo breve intervento da papa, il 16 ottobre 1978, ha spiegato la necessità di un papa di entrare bene in una lingua straniera, ma dei suoi diocesani: «Non so se posso bene spiegarmi nella vostra... nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete». Vostra, ma anche nostra…

Con l’elezione di un papa non italiano e la fine di una secolare tradizione, si è rafforzato, il legame tra la nostra lingua e il papato. L’universalismo del cattolicesimo non è un cosmopolitismo di un mondo tutto uguale, senza odore e sapore delle terre dove abita. Così la Santa Sede non è l’Onu cattolica, che può abitare in riva al Tevere, alla Senna o al Rio De la Plata, oppure nello spazio virtuale. Il rapporto tra il papa e Roma è inscindibile anche per il ministero universale. Così con la storia, il popolo, la lingua e la cultura di Roma.

La Chiesa di Roma parla italiano, parla le lingue di altri popoli: anche delle lingue più piccole. Ma allo stesso tempo non rinunzia a comunicare per il muro della diversità delle lingue né banalizza la comunicazione con un esperanto o un globish o un inglese che non fa riferimento a una cultura. È un modello cattolico, maturato nei secoli con il cambiamento del mondo e non recepito in pochi anni dalla globalizzazione.

L’italiano fa parte di questo modello di unità nella diversità di popoli diversi. Il cattolicesimo lo realizza attorno al papa di Roma: l’italiano ha una funzione, modesta e importante, nel far comunicare un’internazionale originale, che sembra impossibile ai nazionalismi, ma che ha il sogno di essere strumento dell’unità del genere umano. Un sogno? Una sfida? Chissà, ma in ogni modo la si costruisce ogni giorno anche nella lingua di Dante e di Manzoni.

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