mercoledì 4 luglio 2018
Per scrivere il romanzo "Stella del nord", David B. John ha consultato testi e studiosi negli Usa sulla guerra degli anni '50, ha incontrato profughi nordcoreani a Seoul e si è recato a Pyongyang
John: «Ecco il mio giallo ambientato nella Corea di Kim»
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L'inaudito ossimoro politico di una monarchia ereditaria marxista relega la Corea del Nord in un mondo di schiavitù fame e ignoranza propagandato come un’oasi di felicità assediata da implacabili nemici. Ne abbiamo un inquietante assaggio nel thriller Stella del nord di David B. John (DeA Planeta. Pagine 528. Euro 18,00) che tratteggia in un crescendo di tensione un quadro molto vicino al vero, grazie all’accurato lavoro d’indagine del cinquantaduenne autore gallese.
«Per documentarmi sono andato prima negli Stati Uniti per consultare testi e studiosi attorno alla Corea partendo fin dai tempi della guerra degli anni ’50, guerra che per quanto ne sanno i nordcoreani non è mai finita. Poi mi sono recato a Seoul per incontrare la comunità dei profughi nordcoreani: le loro testimonianze sono state agghiaccianti, li vedevo ancora sconvolti nel ricordare il passato, però mi hanno permesso di raccontare nel romanzo esperienze reali. Infine nel 2012 sono andato personalmente nella Corea del Nord, non come scrittore, perché non avrei ottenuto il visto. Per gli europei non è troppo difficile accedere come turisti in piccoli gruppi, sempre strettamente sorvegliati perché non possano parlare con la gente. Eravamo tenuti a inchinarci davanti alle innumerevoli statue di Kim Il-sung, fondatore della dinastia, autonominatosi Grande Leader della nazione. Non potevamo rifiutarci, per non mettere nei guai la nostra guida, un ufficiale amichevole che mi ha ispirato, nell’aspetto e nei modi, la figura del protagonista maschile del libro, il tenente colonnello Cho, un fedelissimo del partito a rischio di epurazione perché dichiarato figlio naturale di un dissidente. In Corea del nord sul carattere ereditario dei misfatti degli antenati si basa il sistema delle tre caste sociali inamovibili, cioè leale, incerta e ostile, a seconda dei comportamenti assunti dai capifamiglia durante la fondazione dello Stato nel 1948».

Che cosa lega tanto il popolo nordcoreano ai despoti della dinastia regnante?

«L’amore filiale. La mentalità coreana, impregnata di confucianesimo, è profondamente patriarcale. Il primo e più importante dovere per ognuno è obbedire al padre, e i leaders della famiglia Kim incarnano il padre protettivo e lungimirante che assicura la sopravvivenza del popolo. Questo concetto viene instillato fin dalle prime classi scolastiche, dove l’unica materia di studio è la storia della dinastia Kim. Crescendo nell’ignoranza, restano innocenti come bambini, pronti a credere qualsiasi cosa proclami l’amato leader di turno.»
Fra i pochi coraggiosi che sfuggono all’indottrinamento ci sono i cristiani, che nel suo romanzo professano nascostamente la fede passandosi foglietti con brani della Bibbia. Anche di questo ha avuto testimonianze dirette?
«Certamente. C’era una salda minoranza cristiana in Corea, che non ha potuto essere del tutto cancellata. Vivono come i primi cristiani nelle catacombe, perché la repressione di qualsiasi culto estraneo a quello del leader è totale e spietata. Pensi che recentemente è stato arrestato un turista che aveva lasciato la sua Bibbia nella camera d’albergo».

Il romanzo inizia sulla spiaggia solitaria di un’isola nella Corea del Sud, dove una coppia di ragazzi vede improvvisamente emergere dal mare un sottomarino in cerca di prede umane. Le famiglie piangeranno i ragazzi scomparsi ritenendoli annegati ma i due, rapiti, conosceranno una sorte forse peggiore, tra torture, ricondizionamenti forzati, esperimenti farmacologici. La ragazza aveva però una gemella, Jenna, che non smette di cercare la verità, tanto da arruolarsi nella Cia dodici anni dopo per entrare in missione segreta nella Corea del Nord con la copertura di una delegazione economica americana. A Pyonyang Jenna incontra il tenente colonnello Cho, il personaggio dal destino più drammatico, perchè vede infrangersi tutte le sue certezze nell’impatto con una realtà peggiore del più terribile incubo. Insieme scopriranno piani strategici ad altissimo potenziale distruttivo.
È possibile che quelli nucleari non siano gli unici attacchi nordcoreani da temere?
«Purtroppo sì, lo scopo del mio romanzo è appunto svelare le più oscure minacce di quella feroce dittatura. Nel romanzo Cho, caduto in disgrazia, diventa lui stesso vittima degli aberranti eccessi del regime, a cui prima, condizionato dall’educazione ricevuta, non aveva voluto credere. Si trova così internato nel famigerato Campo 22: ho conosciuto a Seoul un secondino fuggito da questo campo, mi ha descritto laboratori dove si uccidono prigionieri con armi chimiche, investiti dai gas sotto gli occhi degli scienziati che li osservano al di là di vetrate sigillate. Questi gas potrebbero essere incapsulati in missili e diffusi nell’atmosfera. Oltre ai resoconti ascoltati da me, nel romanzo ho inserito un’altra terribile minaccia, rivelata dalla testimonianza resa da Soon Ok Lee nel 2013 alla Commissione per i Diritti umani dell’Onu: nel gulag di Kaechon cinquanta donne sane dovettero mangiare foglie di cavolo trattate con un veleno così potente che entro venti minuti morirono tutte per emorragia interna».

Verso la fine del romanzo finalmente riappare la gemella scomparsa. Trattandosi di un thriller ricco di colpi di scena non vogliamo svelare più di tanto, però viene da chiedersi se ci sarà un seguito che racconterà le nuove avventure delle due gemelle.
«Sì, ci sarà, benchè non fosse nelle mie intenzioni: è stato l’editore a chiedermelo. Da parte mia, scrivo per rivelare al pubblico, sotto una forma narrativa, i lati più segreti e distorti delle dittature, tant’è vero che il mio primo romanzo si svolgeva nella Germania hitleriana. Io già pensavo al Cile come sfondo per il prossimo libro, ma il successo di Stella del nord mi ha convinto che valga la pena di esplorare ancora la realtà distopica di quel mondo infernale».

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