giovedì 23 novembre 2017
Mentre il calcio si interroga su una disfatta storica, debutta la nuova Nazionale di coach Sacchetti che vuole il pass per “Cina 2019”. Da troppi anni collezioniamo delusioni anche sotto canestro
Alessandro Gentile, 25 anni, stella della nuova Italbasket di Meo Sacchetti

Alessandro Gentile, 25 anni, stella della nuova Italbasket di Meo Sacchetti

Non di solo calcio vive l’Italia. E allora cerchiamo di isolarci un attimo dal melodramma del pallone azzurro per tornare sotto canestro. C’è un’altra Nazionale, quella del basket, che vuole voltar pagina e agguantare un Mondiale da cui siamo assenti da ben undici anni. Già, perché se per l’Italia del calcio mancare la qualificazione è uno choc epocale, per quella della pallacanestro sta diventando la sconfortante normalità. Un trend che eredita anche la nuova Nazionale di coach Meo Sacchetti al debutto domani contro la Romania nel primo impegno sulla strada che porta ai Mondiali di Cina 2019.

Veniamo da un Europeo in cui per la terza volta consecutiva siamo usciti ai quarti di finale: ma non potevamo chiedere di più alla squadra di Ettore Messina che anzi con poche stelle, follie impreviste (Gallinari) e tanto cuore è riuscita a entrare tra le prime otto del Vecchio Continente. Una rassegna che ha ribadito come la crisi di talenti venga da lontano, da problemi irrisolti del nostro movimento e in fondo molto simili a quelli del calcio: vivai non più produttivi, una Serie A in cui i giocatori italiani titolari si contano sulla punta delle dita, impianti inadeguati. Non è del resto un caso se abbiamo saltato le ultime tre Olimpiadi e gli ultimi due Mondiali. Non saliamo sul podio di una grande manifestazione internazionale dall’argento ai Giochi di Atene nel lontano 2004. E già il ct di allora Charlie Recalcati con la medaglia al collo lanciò l’allarme sul fatto che non produciamo più giocatori di livello. Lui e altre voci storiche del nostro basket, come Valerio Bianchini, da anni predicano nel deserto sulla necessità di tornare nelle scuole a scovare i talenti e di allestire campionati sul modello dei college universitari statunitensi dove formare i ragazzi senza la pressione dei risultati. E invece i vertici federali continuano a non sentirci. Sono certo processi che richiedono tempo, nell’immediato bisogna saper gestire i pochi talenti che abbiamo: lo “sventurato” calcio purtroppo insegna. Ecco perché almeno la scelta di affidare la panchina a un tecnico come Meo Sacchetti appare saggia. Parliamo di uno stratega esperto e vincente che già da giocatore con la canotta della Nazionale conquistò titolo europeo (1983) e medaglia di argento alle Olimpiadi di Mosca (1980). In panca poi è l’artefice del “miracolo” Sassari, squadra che ha portato dalla Legadue al trionfo nella massima serie con successi senza precedenti per i sardi (1 scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa italiana). Dopo Messina, ancora un ct part-time (Sacchetti allena anche la Vanoli Cremona in Serie A), ma oggi appare questa l’unica soluzione - anche per il calcio - per convincere tecnici di valore ad accettare l’incarico senza perdere il contatto quotidiano col campo.

Peccato però che Sacchetti dovrà fare a meno dei giocatori più affermati a causa dello scontro fratricida tra la Federazione internazionale (Fiba) e le blasonate Nba ed Eurolega poco disposte a “mollare” i propri campioni. Il ct non potrà contare su un’intera squadra (oltre agli “americani” Belinelli e Gallinari, anche Datome, Hackett e Melli), e dovrà accontentarsi delle concessioni di Milano (Abass e Fontecchio, ma non Pascolo, Cinciarini e Cusin). Guai però a parlare di Italia “dimezzata”, Sacchetti non ci sta: «Ho sempre allenato chi avevo, anche in C2, e cercherò di tirare fuori il meglio da chi c’è. Sapevo di questa situazione dall’inizio, è una soluzione che ho ac- cettato. Ma in emergenza, càpita spesso che le difficoltà si trasformino in opportunità. È quello che dirò ai ragazzi. Non siete seconde scelte, se in Nazionale avete avuto poco spazio e siete stati ai margini, finora, questo è il momento per farsi valere». Oltre ad Abass, ci sono pochi protagonisti dell’ultimo Europeo: Biligha, Burns, Filloy e Aradori. Ma il grande ritorno è quello di Alessandro Gentile che si è rigenerato alla Virtus Bologna. Rivedono l’azzurro anche Luca Vitali mattatore della rivelazione Brescia, capolista in campionato, insieme al suo compagno di squadra Brian Sacchetti. Il figlio del ct, la cui ultima convocazione con l’Italia risaliva al 2009, ha dribblato con l’ironia le malelingue: «Sono in Nazionale per mio padre? Certo, i contatti servono a quello...». In realtà papà Meo con lui in squadra (anche ai tempi di Sassari) non ha mai fatto sconti: «Pretendo sempre tanto da lui perché il gruppo non lo veda come il figlio dell’allenatore».

Non sarà una sfida come le altre per la famiglia Sacchetti quella contro la Romania, Paese in cui sono nati i genitori del coach. «Sono nato da una famiglia di emigrati originari di Belluno. I miei bisnonni erano andati a lavorare in Romania e finita la guerra mio padre volle tornare in Italia perché si sentiva italiano. Abbiamo girato un po’ e io sono nato in un campo profughi di Altamura. Ma mio padre è morto quando avevo sei mesi. Da lì poi ci trasferimmo a Novara da mio fratello. Non credo però di aver avuto un’infanzia difficile. Anzi. La mia famiglia posso solo ringraziarla. Pur essendo povera mi ha dato quella serenità e quella testardaggine per realizzare un sogno: giocare alle Olimpiadi con gente che avevo visto soltanto alla Tv». Sembra uno scherzo del destino il fatto che il nuovo corso della Nazionale prenda il via da Torino, sede dell’ultima grande batosta azzurra: la sconfitta con la Croazia che ci costò la partecipazione alle Olimpiadi di Rio del 2016. Una sconfitta amarissima che riportò sulla terra un’Italia etichettata frettolosamente dai vertici della federazione come «la più forte di tutti i tempi». Ricordarlo ancora oggi può essere un bel bagno di umiltà e un monito per il futuro. E Meo Sacchetti lo sa bene perché «le vittorie si costruiscono in silenzio».

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