mercoledì 9 gennaio 2019
Escono in italiano le conversazioni del pensatore prima della morte in cui emergono il ruolo della religione, la disillusione nei confronti del marxismo e la denuncia dei pericoli dello scientismo
Il filosofo tedesco Max Horkheimer

Il filosofo tedesco Max Horkheimer

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E a un certo punto dell’intervista spuntò la domanda fatidica: «Professor Horkheimer, lei rimpiangerebbe la religione, se essa dovesse scomparire del tutto?». Si era nel 1971 e il fondatore della Scuola di Francoforte, la Scuola postmarxista che ha giocato - e tuttora gioca un ruolo fondamentale nella critica intellettuale ed etica della società capitalistica, era giunto alle fasi conclusive del suo pensiero. La discussione sull’ “ultimo Horkheimer” era in corso e si sarebbe sviluppata soprattutto dopo la sua morte, avvenuta nel 1973. Nel 1969 era scomparso il suo amico, nonché cofondatore della Scuola, Theodor W. Adorno, e nel 1970 era uscito il libro La nostalgia del totalmente Altro, in Italia più volte edito da Queriniana: una conversazione con il giornalista Helmut Gumnior pubblicata sul settimanale Der Spiegel, in cui per la prima volta il filosofo esponeva le sue idee religiose. Dove, in un passaggio da molti ritenuto cruciale, così si esprimeva a proposito della funzione della teologia: «Teologia significa la coscienza che il mondo è fenomeno, che non è la verità assoluta, la quale sola è la realtà ultima. La teologia è la speranza che, nonostante l’ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola». Horkheimer precisava che si muoveva nel campo religioso con molta cautela e non voleva dare adito a nessuna indebita conclusione: manteneva infatti una presa di distanza rispetto alle Chiese e al mondo dei teologi. Vedeva insomma nella teologia l’espressione di un disagio rispetto al trionfo della società del benessere e della tecnica, nonché il segno di una speranza: che l’assassino alla fine non abbia la meglio sulla vittima.

Ma cosa rispose Horkheimer alla domanda diretta postagli da Gehrard Rein? Che la visione di un Dio onnipotente e infinitamente buono continuava ad essere un oggetto di fede sia per i cattolici che per i protestanti, ma un oggetto di fede che si contrappone al sapere filosofico e scientifico «e che tende a diventare sempre più qual- cosa di secondario e di marginale ». Riconosceva però che «il più autentico spirito europeo non è caratterizzato dal rinnegamento della dottrina biblica», ma da «un continuo e tormentoso dubitare».

Se in passato l’elemento del dubbio era stato spesso schiacciato dalle Chiese, ora gli pareva che il pericolo venisse da altro, vale a di- re dal senso di onnipotenza della scienza e della tecnica, l’apparato concettuale della società fondata sul capitalismo. Parlando con Rein, Horkheimer spiegò anche il senso della teoria critica, le cui premesse furono sviluppate al tempo del Terzo Reich e che si poneva l’obiettivo di comprendere come fosse possibile nel mondo occidentale raggiungere il massimo di giustizia e di libertà.

Se all’inizio lo sforzo coincideva col tentativo marxiano di realizzare una società giusta come stato finale della storia, e quindi prevedeva la possibilità di una rivoluzione, a poco a poco l’iter intellettuale del pensatore dimostrò di preferire l’opzione riformistica. Così, alla fine della conversazione, precisava che la teoria critica è una teoria pessimistica e che ha sempre seguito una regola: «Attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, ma nello stesso tempo contribuire alla realizzazione del meglio». Il dialogo con Rein viene ora pubblicato in Italia con un titolo che prende spunto proprio da questa risposta di Horkheimer (Attendersi il peggio realizzare il meglio, edizioni Medusa, pagine 118, euro 13) assieme ad altre due interviste più ampie: quella col giornalista di area cristiana della Radio Svizzera Otmar Hersche (andata in onda nel 1970 e in Italia già riprodotta nel 1972 da Rusconi col titolo Rivoluzione o libertà?) e quella con lo scrittore Grytzko Mascioni (pubblicata sempre nel 1970 sulla rivista Il dramma).

Come si sarà già intuito, sono due i filoni che emergono da queste tre conversazioni: il ruolo della religione negli ultimi anni della riflessione di Horkheimer e un bilancio della teoria critica espressa dalla Scuola di Francoforte. Due filoni che sfociano nella sua lucida analisi sulla tecnocrazia destinata a governare il mondo, una forma di totalitarismo assai diversa da quella nazista che egli stesso aveva sperimentato negli anni Trenta in Germania, ma alquanto efficace a pervasiva, capace di limitare la libertà e di diminuire la giustizia. Horkheimer più volte cede al pessimismo, all’impossibilità di realizzare l’utopia del regno della libertà, ed assegna al filosofo un compito minimale, quello di segnalare i mali della società. E, altrettanto disilluso sulle chances del marxismo, sottolinea la rilevanza dell’amore del prossimo proprio del cristianesimo, che Marx non è stato capace di comprendere e senza cui ogni progetto di solidarietà era destinato a fallire.

Rispunta qui la funzione della teologia, spesso definita da Horkheimer come una dimensione di rimpianto e nostalgia più che come una vera prospettiva da cui ripartire: in ogni caso, la presa d’atto che il senso dell’esistenza è ulteriore rispetto allo scientismo: «Se si finisce col considerare impegnativo e degno di fede soltanto ciò che si manifesta nell’ambito della scienza - dice a Hersche -, l’inevitabile risultato è la disperazione». E più avanti: «Senza una base teologica, l’affermazione che l’amore è migliore dell’odio resta assolutamente immotivata e priva di senso». Anche parlando con Mascioni egli conferma il suo pessimismo schopenaueriano, che non esclude «l’ottimismo nella pratica», cioè la resistenza dell’uomo dinanzi a un futuro che caratterizzato dall’amministrazione totale dell’umanità, esercitata da una burocrazia totalitaria, con la cancellazione della vita interiore.

E a proposito del dominio della tecnoscienza, va rimarcato il giudizio positivo di Horkheimer verso l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, contenuto nel volume L’eclissi della ragione ma, come segnala Riccardo De Benedetti nella prefazione al libro di Medusa, espunta nell’edizione italiana di Einaudi. L’ennesimo caso di censura ideologica?

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