domenica 1 ottobre 2023
Il cantautore e compositore firma la prefazione al libro di don Dario E. Viganò, “Musica. Note di infinito”, che indaga la spiritualità nelle opere e la creatività di 7 artisti
Il cantautore e compositore del capolavoro "Notre Dame de Paris", Riccardo Cocciante

Il cantautore e compositore del capolavoro "Notre Dame de Paris", Riccardo Cocciante - Ansa

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Il testo riportato qui sotto, è la prefazione del cantautore e compositore Riccardo Cocciante al libro di monsignor Dario E. Viganò Musica. Note di infinito. I grandi della musica si raccontano (San Paolo. Pagine 92. Euro 10,00, in libreria dal 10 ottobre), il quale in sette interviste, con altrettanti artisti, ragiona sui «testi che regalano armonia, bellezza e emozioni». Dal rap e attore napoletano Clementino, al direttore d’orchestra Daniele Gatti, passando per cantautori e interpreti, un confronto diretto con le vite e le opere di «quei “creativi” che ci danno la carica ogni giorno, oppure che ci fanno sognare, innamorare, gioire e sperare». Don Viganò si muove in questi incontri da grande esperto in comunicazione (sotto papa Francesco ha riformato il sistema comunicativo della Santa Sede) e attraverso l’intervista fa confessare ai suoi interlocutori il segreto più profondo che si cela dietro il lavoro artistico, e li scuote, sotto il profilo umano, facendosi rivelare quale sia il loro rapporto con il grande pubblico, con il successo e il ruolo, inevitabilmente particolare, che ricoprono nella società. «Queste interviste vanno al centro dell’anima, da dove scaturisce la forza della verità, della lotta contro il male, della solidarietà con i più deboli, della ricerca dell’assoluto: i grandi temi che chiedono all’uomo di essere esplorati e… cantati e voce alta!»

Dare forma all’invisibile: un privilegio concesso ad alcuni, forse a pochi. Un talento nascosto – da coltivare e poi manifestare – nell’animo di colui che è spinto a comunicare al prossimo qualcosa di autentico. Chi ha questa dote, questo dono che viene dall’alto, è definito artista: protagonista indiscusso di un percorso (lungo una vita e forse più) durante il quale è chiamato a eccellere, a distinguersi. È chiamato, in altre parole, a dar voce a quel fuoco che sente dentro, che arde ma non brucia, che lo alimenta e lo rende vivo. In qualche misura è sollecitato ad elevarsi. E se è vero che in un cammino più dell’arrivo conta il viaggio – ovvero l’itinerario che si intraprende tra ostacoli e scogli, talvolta puntuali nel rallentare una crescita e, allo stesso tempo, in grado di aumentare il desiderio –, è altrettanto vero che il traguardo, per gli artisti, costituisce una sottile linea di confine tra la nebbia e il sole, l’anonimato e il riconoscimento. Un’incognita che determina il retrogusto di una carriera. La meta finisce per condannare l’artista all’oblio o proiettarlo nell’immortalità, cioè nella vita continua delle sue opere a cavallo delle epoche e dei popoli. Quello che molti chiamano successo, riducendolo alla notorietà effimera e passeggera, è in realtà un’illusione. Un ologramma che si fa attraversare facilmente. Un attimo che arriva e se ne va, senza lasciare alcuna traccia. Il successo vero – quello duraturo, scolpito non tanto nei titoli dei giornali o dalla luce dei riflettori, ma nella mente e nel cuore delle persone – resiste alle rivoluzioni perché già rivoluzionario e visionario. Un successo che oltrepassa e resta. È interessante notare che, nel dizionario, la parola “successo” compaia prima del termine “sudore”. Fatica, sudore, esercizio continuo sono gli elementi che portano al successo duraturo, quello che decreta la dimensione dell’opera d’arte. Un “masterpiece”. Una “oeuvre d’art”, per dirla alla francese. Un lascito ai presenti e ai posteri.

Successo, dunque, non è solo essere ricordati per una canzone orecchiabile o una hit stagionale. È aver lasciato un segno, un’impronta, aver aperto una nuova strada o visione a chi si nutre dell’arte, che nelle pagine di questo libro indossa i panni della musica, dei testi e degli interpreti. Tre componenti fondamentali che si mischiano tra loro, tre elementi inscindibili. Tre ingredienti di una ricetta perfetta, nella quale finiscono per confondersi, mescolarsi fino a presentarsi sotto una nuova dimensione. Un prodotto perfetto. Quando questo succede, si compie una specie di prodigio. E l’artista diviene artigiano, pronto a captare una sfumatura, un messaggio, una sensazione da trasformare e modellare in qualcosa di concreto. È il sentirsi artigiani che avvicina al successo. Un modo di essere, di vivere che non ho mai abbandonato e che ogni giorno mi spinge a volare alto, a plasmare insieme pensieri, note e parole. Quando monsignor Dario Edoardo Viganò mi ha chiesto di scrivere la prefazione di questo libro, che attraverso le storie di vita e le carriere di diversi artisti, alcuni dei quali cari amici, racconta come la musica possa essere luogo del mistero e della manifestazione di Dio, ho riflettuto a lungo sull’importanza dell’ispirazione. Ognuno ha la sua. È una questione di cultura, di origini, di studio e di influenze. Classiche, moderne e rinascimentali, aristocratiche e popolari. Italiane, nostrane e straniere, d’oltre Manica, d’Oltralpe o a stelle e strisce. La storia è ricca di esempi e di artigiani che, armati di cesello, hanno inciso melodie pazzesche e testi memorabili. Il pantheon degli artigiani è zeppo di autori, compositori, cantautori e cantanti che, a loro volta, hanno avuto altri artisti come muse ispiratrici. E senza nulla togliere ai modelli, è inevitabile che ci si ispiri sempre più a ciò che si vive, a ciò che ci circonda, con l’obiettivo di dare forma al mondo. La mescolanza di elementi crea novità, un pensiero diverso e una prospettiva innovativa nel vedere le cose. Se ripenso a quando ero un ragazzo introverso che non riusciva ad esprimersi a parole e faticava ad avere relazioni con le persone, provo grandi emozioni.

La musica mi ha salvato. Ho scoperto, con lei, un linguaggio e la maniera di esprimermi. Vie che non trovavo con le sole parole. Il testo è importante, una chiave, al pari delle note. E sappiamo quanto musica e parole si condizionino reciprocamente in un dareavere continuo. Che fascino e che paradosso! Parole e musica insieme creano un’ode innovativa, quasi ineffabile per la sua bellezza. Un aggettivo che sant’Agostino nelle sue opere accosta a Dio. Ed ecco che artista, note e parole divengono un’unione armonica, semplice perché naturale, complessa nella sua immensità. Una dimensione che gli artisti intervistati in queste pagine cercano di rivelare, trasmettendo emozioni e sentimenti, tramandando ai lettori la loro atipicità. Il non assomigliarsi. L’unicità e l’irripetibilità, e quella poesia melodica che va cercata nelle piccole cose della vita. La poesia è genuina, autentica, senza fronzoli, non costruita e ci consente di tornare alla semplicità. Un’opportunità di ritorno alla base, e – per chi vuole – di ritorno al Signore. Un artista, un artigiano dell’arte, non deve mai dire “avrei potuto fare meglio”, perché la sua opera è frutto di un momento magico, di un’emozione vissuta in un determinato contesto. Un’istantanea da conservare e preservare. La profondità dell’autore non è nel fisico e nell’apparenza dell’aspetto esteriore. È nell’anima e in ciò che c’è dietro e non si vede. Però si sente, eccome. Ed emana un’aura, un mondo di energia. Un espressionismo al servizio della comunicazione. Come quando da bambino al pianoforte suonavo evitando di guardare i tasti. Chiudevo gli occhi, suonavo e mi guardavo dentro. Entravo in contatto con il mio io, con Qualcosa di più Alto e, grazie alle parole e alla melodia, mi lasciavo avvolgere da quel mistero e da quella rivelazione.

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