venerdì 29 gennaio 2021
In un libro la storia di Karamoko, 20enne guineano, fuggito dalla guerra e giunto in Italia su un barcone. Dopo il debutto in B con il Padova ora è senza squadra e aspetta il rinnovo di soggiorno
Calcio, il sogno realizzato di Cherif
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Questa di Cherif è una storia talmente vera che commuove fino alle lacrime. Ed è una di quelle storie in cui il pallone rimbalza continuamente dalla linea del cuore fino all’area di rigore dell’anima, tocca il palo della coscienza e nello stesso istante, la fa stare male ma subito dopo la rianima di rinnovata speranza, nell’umanità e nel domani. È la storia di una delle tante creature, perse e ritrovate dell’Africa, che nascono, crescono e sopravvivono senza aver ricevuto in dote nulla, se non un sogno che rotola tra i piedi: una palla che è fatta di carta o di stracci e che diventa davvero di cuoio solo dopo aver perso tutto e lasciato alle spalle un passato che odora di morte. E dopo aver letto il suo romanzo autobiografico, Salvati tu che hai un sogno (Mondadori, pagine 263, euro 18,00) – scritto in preziosissimo tandem con il collega della 'Gazzetta dello Sport' Giulio Di Feo – , Cherif Karamoko è il nostro campione esemplare, e vorremmo tanto che diventasse l’idolo e il punto di riferimento di tutto il popolo degli stadi, a cominciare dai ragazzi come lui, i millennials. Cherif è nato nel 2000 a Nzérékoré, nel Sud della Guinea. La stessa terra madre di Salim Cissé, classe 1992, che nel 2009 dopo un’odissea di quattro anni sbarcò a Lampedusa e dal Centro di accoglienza di Roma entrò nella società dilettantistica del Borgo Massima. Da lì l’ingaggio dell’Arezzo (serie D) e a suon di gol – 13 reti in 27 partite con la maglia amaranto – e i buoni uffici del suo procuratore Davide Lippi, figlio del ct campione del mondo, Marcello, il grande salto nello Sporting Lisbona e l’Academica di Coimbra, con debutto e gol in Europa League. Oggi Cissè gioca in Grecia, nell’Egaleo (serie C) e la sua vicenda, umana e sportiva, ha tanti punti di contatto con quella di Cherif. Due talenti in fuga da una Guinea dilaniata dalla guerra civile.

Lo scontro fratricida tra le due etnie: i musulmani Malenke e i cristiani Guerzé. Papà Karamoko era l’imam del quartiere, assassinato barbaramente in casa propria, – davanti agli occhi di Cherif – da un colpo di pistola esploso da un giovane Guerzé a caccia della classica vendetta quotidiana. Un assassinio prontamente vendicato dal fratello maggiore di Cherif, Mory, che per quel delitto fu costretto a scappare dalla sua Guinea e a rifugiarsi in Libia, a El-Gatrun. Da quel momento, un arbitro severo e inflessibile come il destino fischiava la fine della giovinezza di Cherif che era stata felice, passata su un campetto sgarrupato di campagna, dietro alla scuola, a inseguire un pallone. «Una distesa di terra rossa, arida, che se corri ti si appiccica addosso», ricorda Karamoko. Il suo sogno cominciò lì, in porta, giocando tutti i giorni in quella «squadra fissa» a sei, dove nessuno ha mai avuto un ruolo preciso, tranne quello dell’amico d’infanzia, figurina che rimarrà per sempre impressa nella memoria di ogni ragazzo. «Ogni giorno è durissimo, dura una vita, ma con il pallone ai piedi sorrido », ripeteva a se stesso Cherif nei giorni ancora sopportabili nella misera e caotica Nzérékoré. Ma il sorriso svanì con la morte del padre - cui seguì nel 2015 quella della madre, per ma-lattia - e la sparizione nel nulla del fratello. Cherif di colpo era solo. Unico rifugio possibile, quanto precario, la casa della sorella Sitan, e il sogno di diventare calciatore si fece sempre più distante, un’utopia: le squadre giovanili si trovano solo nella capitale Conakry e per arrivarci «servono soldi o qualcuno che ti aiuti». La guerra civile aveva portato lacrime e sangue in ogni casa guineana. Diviso un paese e cancellato per sempre anche i volti fraterni di Seyba, Aliou, Facine, Ousmane, Mohamed, quegli amici di una squadra «magica», come la prima maglia bianca indossata da Cherif nella sfida vinta contro i ragazzi più grandi della sua città. Non restava che la fuga, rispondere alla chiamata 'clandestina' di Mory, esule forzato in Libia dove, dopo mille peripezie, era riuscito a diventare il titolare di un’officina meccanica.

Cherif vuole raggiungere suo fratello, l’unico che può garantirgli un futuro: lo sbarco in quell’Europa che, come i gol di Messi e di Eto’o, ha visto solo alla tv. «Il Corano dice che se tu prendi una strada poi Dio ti aiuta». È la sua unica certezza quando intraprende il viaggio della speranza. Un passaggio all’inferno con tappe drammatiche e obbligatorie su campi minati dal pericolo costante che non sono più quelli di calcio. Bamako, Ouagadougou, Kidal, Agadez, Sebha, El- Gatrun e infine Tripoli. Questa la mappa scolpita nella memoria di Cherif che lungo il cammino ha sfidato la fame e la sete, ma soprattutto ha schivato, per miracolo, la violenza cieca di mercenari e talebani e ha dovuto fare i conti con il vero 'Niente', il deserto. «Nessuno può dire che non ha niente finché non conosce il niente... Il deserto ti avvolge nel nulla della sua sabbia». Quella sabbia è stata bagnata dal pianto continuo di un ragazzino terrorizzato che ha dribblato anche la morte oltrepassando il più grande cimitero a cielo aperto del mondo. Poi ci sono voluti i 2mila euro di riscatto pagati - nell’ultima prigionia sotto la minaccia dell’ultimo famelico carceriere Pistola - ma alla fine è riuscito a riabbracciare suo fratello. Assieme a Mory, nella primavera del 2017 iniziò l’ultima impresa: il viaggio finale, Tripoli-Europa. Su un barcone della capienza di 60 persone salirono 143 anime africane e dopo cinque ore di navigazione, la tragedia. Un naufragio e il sogno di Cherif che stava andando a fondo mentre annaspava tra le onde, riempiendosi la bocca di benzina. Mory prese un giubbotto galleggiante e lo lanciò al suo amato fratello che riuscì a mettersi in salvo. Il risveglio in ospedale a Reggio Calabria e la scoperta atroce dell’ennesima sconfitta della sua giovane esistenza: Mory per salvargli la vita non ce l’aveva fatta e di lui non gli restavano che le ultime parole pronunciate tra le onde mortali: «Tu hai il sogno di diventare un calciatore, devi salvarti».

Nel centro di accoglienza calabrese Cherif ha con sé un solo libro in francese che gli ricorda i diritti del migrante che spesso non vengono rispettati dalle organizzazioni preposte alla tutela dei tanti Karamoko che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste. Il ragazzo guineano batte anche l’asma e appena può tornare in campo e dimostrare di essere un «fenomeno» con il pallone tra i piedi grida forte il suo diritto all’accoglienza. Viene trasferito a Nord, a Battaglia Terme e mentre continua ad allenarsi da solo va a scuola e impara in fretta l’italiano. Il sogno riprende forma e diventa favola quando durante un torneo il Padova manda a chiamare quel ragazzo dal fisico scultoreo e lo scatto straripante che spiazza tutti quando gli viene chiesto con chi avesse giocato prima di allora. «Mai giocato in nessuna squadra», risponde a mister Matteo Centurioni che gli dona la sua felpa della tuta e lo invita ad aggregarsi alla Primavera del Padova. La favola prosegue quando Centurioni prende in mano la prima squadra e l’ultima giornata di campionato (stagione 2018-’19) contro il Livorno lo fa debuttare in serie B. Dalla maglia bianca e consunta indossata sul campetto di Nzérékoré a quella gloriosa biancoscudata del professionista che davanti alla scelta del numero si prende il '2'. «Perché tutto quello che avevo l’ho perso, padre, madre, fratello. Cosa mi resta? Io e mia sorella Sitan». La storia di Cherif si chiuderebbe qui, ma a margine delle pagine del suo romanzo sappiamo che poi il Padova retrocesso in C l’ha mandato in prestito all’Adriese (in D) in cui, tra alti e bassi e un infortunio alla caviglia, Karamoko si è fatto comunque conoscere e apprezzare. «In questo momento – informa Di Feo – Cherif vive ancora a Padova nella casa di accoglienza che ospita una trentina di ragazzi come lui. È in attesa del rinnovo di soggiorno e di una squadra...». Anche mister Centurioni è disoccupato e ogni volta che telefona a Cherif gli promette che appena troverà un’altra squadra lo chiamerà di sicuro. Karamoko resta attaccato al suo sogno, e dopo quel lungo viaggio all’inferno ha smesso di piangere e di mordersi il labbro. Ma soprattutto ha scoperto che suo padre aveva ragione quando gli ripeteva: «Vuoi che Dio ti aiuti. Aiutati prima tu, se lo fai poi lui provvede».

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