venerdì 22 aprile 2022
L'autore di "Libera nos a Malo" e de "I piccoli maestri", riletto in occasione del centenario della nascita attraverso i suoi scritti sportivi, alcuni inediti, ora raccolti in "Spor
Il giovane scrittore Luigi Meneghello con lo zio Dino (al centro) e il fratello Bruno (sinistra)

Il giovane scrittore Luigi Meneghello con lo zio Dino (al centro) e il fratello Bruno (sinistra) - .

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C’è stato, e c’è ancora, grazie alla «roba che ho scritto» (cito l’autore) nelle patrie lettere, un fuoriclasse che risponde al nome di Luigi Meneghello, anche lui appartenente alla classe di ferro e fosforo del 1922. Chi, per incuria o disinteresse verso la letteratura, non ha mai letto almeno due dei suoi capolavori narrativi, riconosciuti dalla critica, Libera nos a Malo (pubblicato nel 1963) e i I piccoli maestri (1964), l’assist per rimediare ora e pareggiare i conti, glie lo serve una raccolta di scritti sportivi, alcuni inediti, raccolti in una fascetta di 450 fogli siglata come Spor (senza la t finale) e inserita tra le carte private – custodite all’Università di Pavia – in cui emerge l’eclettismo, anche atletico- agonistico, dello scrittore veneto.

Lo sportivo e il giovane praticante olimpico

Uno sportivo Meneghello che si è cimentato, fin da ragazzo, anche come praticante, in quasi tutta la galassia olimpica, passando dai fiumi e i laghi a nuoto con il fratello Bruno, pedalando in bicicletta. Dalle piste d’atletica fino ad arrampicarsi sulle rocce del Brenta con la moglie Katia e il conte Bonacossi. Dai campi da calcio a quelli da tennis, compresi quelli in erba dell’amata Inghilterra, dove ha vissuto e insegnato gran parte della sua vita. Un po’ come l’anarchico Luciano Bianciardi si vantava di «aver sempre messo almeno una partita di calcio nei miei libri», così anche lo scrittore partigiano può fregiarsi di aver inserito lo sport a cominciare dalle pagine di Libera nos a Malo in cui ricorda che la sua generazione era stata preceduta da quella dei «grandi corridori, saltatori, frombolieri, di arrampicatori superbi sui pini sperticati, sui pali delle cuccagne, sugli immensi platani in Prà». Malo, la sua “Macondo”, è stata per Meneghello anche la terra della passione sportiva, scaturita dalla cugina Ester, medaglia d’oro ai campionati italiani del 1941, nei 200 metri piani, ma soprattutto dalla figura epica dello «zio giovane »: «Dino, motociclista, ma anche sciatore, boxeur» e giocatore di calcio per il quale scrive sempre in Libera nos a Malo conta «Non la velocità, non lo scatto e nemmeno il calcio-fisso, ma il tocco del pallone. Istinto di Dino, per il centro delle cose, la vita». Nella gustosa prefazione di Spor, “Pindaro e zuccate. Lo stile dello sport in Meneghello”, il curatore del volume, Francesco Caputo, sottolinea che lo stesso autore era a sua volta un «centauro», cresciuto tra gli oli e i pezzi di ricambio dell’Autofficina meccanica Fratelli Meneghello in Malo. E questo spiega, continua Caputo, come Bau-Sète! (1991) sia «il suo libro a più alto tasso di motociclette sui primissimi mesi del dopoguerra». Eccolo in tuta bianca, in sella a una «radiosa bicilindrica », la «macchina alata» che prefigura un nuovo Partito d’Azione «più aprico, più lieto». È lo slancio di rinascita evocato dallo scrittore che con I piccoli maestri aveva proseguito la sua Resistenza personale, raccontandola con umorismo, con ironia, fedele alla verità storica, e quindi scevra da inutili trionfalismi. La svolta fu l’aver conosciuto Antonio Giuriolo (1912-1944) il “Capitano Toni” del romanzo. Il giovane intellettuale di Arzignano, in contatto con Norberto Bobbio e con Aldo Capitini di cui aveva condiviso la filosofia della “non violenza”: questi, dopo aver rifiutato la tessera fascista a seguito dell’Armistizio del 1943, aveva organizzato e partecipato in prima persona alla Resistenza contro i fascisti, fondando il gruppo di giovani partigiani, denominati appunto i “piccoli maestri”. Tra loro figura già, per spirito impavido e talento il giovane “S”, il suo alter ego di Fiori italiani (1976).

Il giovane S, la sua atletica controfigura

La controfigura idealista del giovane Meneghello: “S” è il liceale e poi l’universitario che si rifugia nella cura del proprio fisico e nell’attività sportiva come risposta netta, individuale, al totalitarismo nazifascista. I temi affrontati da “S” e le sue riflessioni si rispecchiano anche in Libera nos a Malo, che è anche un atto di fede, un esercizio spirituale di Meneghello, perché, fa notare Caputo, «il testo si apre nel nome di Dio (l’antagonista ultimo delle sfide sportive) e sulla parola Dio si chiude, su padri e figli che sciano “da Dio”». Aplomb e umorismo british, erano doti innate in Meneghello, ancor prima di diventare professore all’Università di Reading, dove dal 1961 al 1980, ha diretto il Dipartimento di Studi Italiani. La sua scrittura fresca e suadente non disdegnava di scivolare in quelle materie in cui aveva svettato il quasi coscritto (classe 1919) Gianni Brera, il quale, prima di andarsene via per sempre, nel 1992, lo presentò al Premio Nonino, vinto da Meneghello (sezione autore italiano) con il libro Maredè, Maredè. Sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina. E anche in quella circostanza nello speech di ringraziamento usò il suo lessico sportivo per spiegare il rapporto controverso con i premi letterari: «Se si facesse una classifica inversa degli scrittori italiani, chi ha fatto meno punti in questo campo, credo che sarei nelle prime, forse nelle primissime posizioni ». Dinanzi alla brutale retorica, Meneghello ha sempre agito di «schinche», schivate dribblanti, memore di appartenere a una generazione che aveva fatto tesoro delle lezioni dei padri sul coraggio, sulla dignità e sul senso della vergogna. «Per ciò che era accaduto in Italia qualcuno dovesse almeno soffrire; in certi momenti sembrava un esercizio personale di mortificazione, in altri un compito civico. Era come se dovessimo portare noi il peso dell’Italia e dei suoi guai», scrive ne I piccoli maestri. E quell’esercizio quotidiano, che era senso civico pienamente allenato assieme alla profonda responsabilità, si allentava solo quando disquisiva del tennis celestiale della “divina” Suzanne Lenglen o poteva scorrazzare sulla fascia calcistica con spirito più veneziano (libertino) che da coscienzioso vicentino di Malo. Il calcio femminile era già nel suo caleidoscopio, con tanto di squadra ideale stilata nell’appunto del 1° settembre 1977: «Eva in porta, Anita Garibaldi, Penelope, santa Teresa... come pareva spassoso! Come eccitava l’idea di Giovanna d’Arco in ala e Saffo centravanti!». Ma il calcio, come tutto il resto dello sport, era roba seria, memoria di cuoio e provocazione partigiana: «Un compagno di scuola, Zanchi, prestante e stimato centro mediano del Liceo di Thiene che mise serenamente in pratica l’Aspirazione Suprema di ogni calciatore: prese a pugni l’arbitro...».

​Il calcio sano di Malo, libero dagli isterismi odierni

Affascinato dal football, ma anche deluso alla fine della sua partita con l’esistenza (avvenuta nel giugno 2007), dagli «isterismi » e dal «fondo bestiale» che rintracciava anche nell’esultanza dei calciatori. Perciò rimarcava convinto: «Fatto il gol, allontanarsi senza segno di giubilo: tutt’al più, se il gol era stato un po’ fuori dall’ordinario, scambiare con un compagno una vereconda stretta di mano... Il giocatore di una volta, diciamo negli anni Trenta, il carismatico mezzo destro dell’Us Malo che fu mio zio Dino, si comportava abitualmente così». Meneghello ha fatto appena in tempo ad assistere al trionfo mondiale del 2006 degli azzurri di Marcello Lippi e alla zuccata storica di Zidane sul petto di Materazzi ha dedicato uno stralcio elegiaco. Introdotto da «Football, zone alte, Pindaro », scrive una pagina degna dei suoi migliori romanzi: «E poi ho visto a gioco fermo l’uomo dalla zucca pelata camminare spedito accanto a qualcuno, superarlo, voltarsi: e abbassata la zucca a guisa di potente montone che fruschi, andarla repentinamente a picchiare nel pieno del petto di colui che lo seguiva, rischiando (forse tentando) di sfondare tutto. C’è in Pindaro? Devo domandare».

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