venerdì 10 novembre 2017
Bologna, alla Biennale Foto/Industria 14 riflessioni di grandi autori su come è cambiato il rapporto dell’uomo con la macchina Il “contrasto” ieri-oggi. E la domanda: quale futuro?
“Wood factory” (foto di Alexander Rodchenko)

“Wood factory” (foto di Alexander Rodchenko)

I colori e la luce a tratti abbagliante segnano un contrasto che sembra stridere con la realtà. Schiere di giovani, 1500, dietro una distesa di banchetti nella nuova Fiera di Roma per partecipare al concorso per l’assunzione di 40 storici dell’arte al ministero dei Beni culturali, le ragazze di un call center di Pistoia, i nastri rotanti del mega centro logistico di Amazon a Piacenza, un laboratorio tessile cinese a Prato. L’“illusione” del lavoro raccontata da Michele Borzoni in Forza lavoro. Un viaggio nella precarietà, nella nuova società dei servizi e nella debolezza strutturale del nostro Paese che più di altri ha risentito della crisi e fatica a riprendersi. La luce e i colori del fotografo fiorentino sono quasi una provocazione. Un miraggio. E poi c’è il lavoro duro, in bianco e nero, che parla di ieri. Che racconta un altro mondo: uomini e donne al lavoro, come forse non siamo più abituati a vedere. Il lavoro come identità e appartenenza. Il lavoro della rivoluzione industriale dove le mani dell’uomo dialogano ancora con le prime macchine e sono protagoniste del fare. Come raccontano le storiche immagini di Alexander Rodchenko per l’istituto di cultura artistica della Russia bolscevica negli anniVenti del Novecento. La «fede nella produzione» dell’Avanguardia russa, la visione del futuro: «Mi interessa a tal punto che voglio vederlo subito, con qualche anno di anticipo», diceva, prima della delusione degli anni successivi. Così le sue foto sul «ritorno del movimento dei meccanismi e delle macchine », spesso composte lungo linee diagonali, hanno sempre qualcosa di sorprendente. L’uomo è spesso al centro, ingranaggio anche lui, ma fondamentale della macchina di produzione. Un lavoro che impatta sul territorio, stravolgendolo a volte, nel racconto di poetica denuncia di Josef Koudelka: grandi immagini panoramiche di «paesaggi industriali». Qui l’uomo non c’è, ma è come se ci fosse: «L’uomo non è il signore onnisciente del pianeta, che può cavarsela facendo quel che gli pare e che in quel momento gli fa comodo».

“Open competitive examination” tratta dal progetto “Forza lavoro” (foto di Michele Borzoni)

“Open competitive examination” tratta dal progetto “Forza lavoro” (foto di Michele Borzoni)

Ecco l’illusione e l’identità. Ma anche l’etica e l’estetica del lavoro. Su questi binari si ci può muovere a “Foto/Industria”, la Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro (catalogo Mast.Electa), promossa e prodotta da Fondazione Mast di Bologna, che giunge quest’anno alla sua terza edizione. Un interessante viaggio su temi che ci toccano tutti da vicino, che si potrà percorrere fino al 19 novembre, a partire proprio dall’innovativa sede del Mast (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) di via Speranza, appena fuori dal centro, e proseguire in tredici sedi storiche della città. Quattordici mostre, artisti e racconti diversi – secondo la linea tracciata dal direttore artistico François Hébel – di un universo che fa parte della nostra storia, della nostra attualità e del nostro futuro.

Si comincia da Machine & Energy del fotografo tedesco Thomas Ruff, nella sede del Mast (l’unica mostra che resterà aperta anche oltre la Biennale, fino al 14 gennaio del 2018): Ruff interpreta l’«apparecchio fotografico come una macchina generatrice di immagini attraverso la quale trasformare gli elementi della realtà in un nuovo materiale visivo», evidenzia il curatore Urs Stahel. Il gioco porta a visioni anche catastrofiche rivisitate a colpi di pixel, «fra sogno e incubo». Un doppio filo che ritorna, dunque. E che continua di scatto in scatto con altri artisti: fra cui Lee Friedlander, John Myers, Vincent Fournier, Mathieu Bernard-Reymond, nelle collezioni Walther e Sputnik, come nei “meccanismi” fantascientifici e malinconici del giovane svedese Marten Lange, che racconta la contemporaneità carica «delle minacce e delle promesse del futuro». Il futuro che si sviluppa per certi versi in maniera «vertiginosa» nelle grandiose visioni di Carlo Valsecchi: immagini spaziali, geometrie minimaliste, a volte radicali. L’obiettivo si muove nel tempo, e fa uno scatto indietro alla Tokyo inedita diYukichi Watabe, il primo fotografo nipponico a ottenere il permesso di accompagnare la polizia per documentare un’indagine, “il caso del cadavere a pezzi”: nel 1958, il racconto di Watabe è un film noir di una città raffigurata di rado fino a quel momento che porta ancora le ferite profonde della seconda guerra mondiale. Qui il lavoro è un caso di cronaca da risolvere. Come quello, ma sociale, che negli anni Settanta, prova a sollevare Mimmo Jodice a Napoli, con le sue foto militanti, poco conosciute rispetto alle vedute di bellezza. Jodice con i suoi reportage voleva far conoscere la vita disperata e il disagio di tante persone della sua città: «Tuttavia i desideri che avevamo riposto in quella stagione vennero completamente disattese. Non ci fu nessuna grande rivoluzione. Ho vissuto tutto questo come una sconfitta». Dopo quella stagione, dalle foto di Jodice sono scomparse le persone. Il lavoro è ancora un problema a Napoli e in tutto il Sud. Ancora un’illusione.

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