venerdì 12 gennaio 2018
A Pesaro nel 1944 Erich Eder, 21 anni, protesse Alfredo Sarano, il quale raccontò la vicenda in un diario scoperto da Roberto Mazzoli, che ha anche rintracciato i figli dei due, incontratisi a Milano
Il comandante tedesco che salvò la famiglia ebrea: oggi l'incontro tra i figli

Immaginate un antico convento occupato dalle truppe naziste della Wehrmacht, che ne hanno fatto il loro quartier generale, nei giorni convulsi in cui Churchill in persona guida le operazioni contro i tedeschi: bombardamenti senza sosta sul colle dell’edificio. Ma immaginate ora che nelle grotte dello stesso convento siano rifugiati 300 civili, che da mesi vivono a stretto contatto con la Wehrmacht, e tra questi ci siano anche sei ebrei, la famiglia di Alfredo Sarano, accolti dai frati francescani... Una trama inverosimile, si direbbe. Ma la realtà supera la fantasia e succede anche che il comandante tedesco Erich Eder, 21 anni, cattolico di Baviera, pur avendo scoperto la presenza della famiglia ebrea, decida di non deportarla e di proteggerla insieme agli altri civili. Accadeva nell’estate del 1944 sulle colline di Pesaro, tra il santuario del beato Sante Brancorsini e il paese di Mombaroccio, anche se a ben guardare lì si apriva solo il cerchio, che si è chiuso ieri sera a Milano, con l’incontro tra le figlie dell’ebreo Alfredo Sarano, scampate al lager grazie al sottufficiale tedesco, e i figli dello stesso Eder, tutti ignari di questa storia fino a poco fa.

A chiuderlo, il cerchio, è stato il giornalista Roberto Mazzoli, che per anni ha seguito le tracce del militare tedesco, ha ritrovato (in maniera che ha dell’incredibile) la famiglia di ebrei da lui salvati (ormai in Israele), ha ricevuto da loro il diario di Sarano rimasto per 70 anni in un cassetto, in Germania ha rintracciato i figli di Eder, ha infine pubblicato Siamo qui, siamo vivi - Diario inedito di Alfredo Sarano (San Paolo, pagine 192, euro 17,00), presentato all’Umanitaria di Milano insieme ai figli di entrambe le famiglie. «Seppi dell’atto eroico di Eder dai francescani – racconta Mazzoli, direttore del settimanale diocesano pesarese “Il Nuovo Amico” e collaboratore di “Avvenire” –, ma degli ebrei da lui salvati si era perso il nome. Quando avevo quasi rinunciato a scoprirlo, casualmente sul mio pc è apparsa la notizia di un concorso per ristoratori a Tel Aviv, e i vincitori accennavano a una loro salvezza dalla deportazione a Pesaro. Conobbi così le sorelle Matilde, Vittoria e Miriam Sarano, che all’epoca dei fatti erano bambine». «Il diario di nostro padre stava aspettando Mazzoli – hanno detto ieri – affinché il cerchio della nostra salvezza si potesse chiudere per essere finalmente raccontato. L’incontro, a prima vista casuale, è stato senza dubbio predisposto in più alte sfere». Attenzione: Alfredo Sarano restò sempre convinto che nessuno li avesse scoperti, non seppe mai che a salvare la sua famiglia era stato Eder, «e nemmeno a noi nostro padre disse mai nulla», aggiungono Günther e Peter, figlio e genero del militare, «semplicemente perché non riteneva eroico il suo gesto, ma assolutamente ovvio».

Tante le 'coincidenze' in questa rocambolesca storia, compreso il fatto che il 2 aprile 1990, proprio il giorno in cui Alfredo Sarano muore in Israele, Erich Eder, ormai 66enne, torna al santuario del beato Sante un’ultima volta prima di morire. «La prima volta ci era andato in bicicletta dalla Baviera nel 1953 per assolvere a un voto», ha ricordato Mazzoli. Infatti aveva promesso al beato che, se avesse salvato tutti gli occupanti del monastero, sarebbe tornato. E se invece fosse morto sotto le bombe? «Aveva affidato ai frati una lettera per sua mamma in cui le diceva “sappi che mi sono comportato da cristiano”».

L’opera autobiografica di Alfredo Sarano, e il libro che Mazzoli ne ha tratto, è fondamentale anche dal punto di vista storico, perché prima di fuggire a Pesaro la famiglia viveva a Milano, dove Alfredo era segretario della comunità ebraica e teneva il censimento, aveva cioè in mano le identità dei 13mila ebrei della città. A rischio della vita si rifiutò di consegnare la “Lista di Sarano” e la nascose, salvando migliaia di persone: su 13mila, solo 800 verranno deportate. «Una storia ebraica così a lieto fine fa bene allo spirito – ha commentato la scrittrice e testimone Liliana Segre –. Incontrare persone così buone è un lenimento a ferite ancora aperte dopo 70 anni. I miei nonni furono traditi per 5.000 lire e mandati al macello. Eder è stato un giusto, un coraggioso soldato tedesco». «Questo testo nutre la memoria in tempi di smemoratezza – ha commentato il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio –. Insegna che si salva chi non salva solo se stesso: Sarano a suo rischio protegge l’intera comunità ebraica milanese, Eder a 21 anni ha valori così saldi da mettersi in pericolo per la vita altrui, e così fanno i frati. Nessuno si salva da solo». A raccogliere la bellezza del gesto di Eder c’erano il presidente della Comunità ebraica di Milano, Milo Hasbani, Davide Milani, responsabile della Comunicazione dell’Arcidiocesi di Milano, Simone Bruno, direttore della San Paolo, e Davide Romano, assessore alla cultura della Comunità ebraica, che ha concluso con le parole del filosofo Edmund Burke: «È l’indifferenza che ha permesso quello che è successo». Erich Eder, militare tedesco, rifiutò di restare indifferente.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: