venerdì 22 giugno 2018
Viaggio fuori dagli itinerari classici attraverso la capitale egiziana, dove l’impatto con la realtà, nella compresenza degli aspetti più contraddittori, è totale, spiazzante e salutare
Il Cairo al ritorno dal Suk, sulla strada per Giza (Raul Gabriel)

Il Cairo al ritorno dal Suk, sulla strada per Giza (Raul Gabriel)

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Il mondo occidentale ha sviluppato una singolare abilità nel creare compartimenti stagni della realtà, in cui abitano omologhi tra loro per ceto, stile, censo e così via. Questo ha creato una percezione opportunistica, artificiosa e parziale, che evita il genuino processo di confronto e crisi, condizione di una fertile coscienza del vivere. Un recente viaggio al Cairo, con il privilegio di poterne vedere aspetti nascosti e così stridenti tra loro da renderne difficilmente afferabile la coesistenza, me l’ha confermato.

Si arriva ad attraversare il glorioso basso Nilo per giungere a Giza dopo chilometri di un paesaggio fatto di centri commerciali che esibiscono una fastosità finta ed eccessiva, teorie infinite di stabili incompiuti misti a sabbia e costellati da miriadi di parabole satellitari, pietre e ogni sorta di ruderi, immersi in un traffico che Dante avrebbe potuto mutuare come uno dei gironi del suo inferno.

A un tratto svolti una curva e vedi Chefren, la piramide. Eppure ti accorgi che semafori, motorini e camioncini che sopperiscono in un modo del tutto improbabile al servizio del trasporto pubblico, identici alle migliaia che hai incontrato sulla strada, stanno nel medesimo campo visivo di tre costruzioni la cui potenza, pure essenziale, non potrà mai essere eguagliata. Decisamente una apparizione surreale. Le tre piramidi sono a pochi passi e subito arrivi in hotel con i cani antibomba, le barriere anticamion che ti dicono un altro aspetto della dimensione in cui ti trovi.

Il Cairo è uno di quei luoghi dove ci si può perdere fisicamente, spiritualmente, mentalmente. Per quanto si possa essere dotati di una barriera difensiva verso realtà completamente diverse, invasive, e lontane anni luce, lì è sufficiente mettersi in circolo nel flusso della città e ogni barriera si mostra completamente inutile. In qualche modo capisci cosa sei, al di fuori delle sterilizzazioni del tuo mondo a scatole così confortante.

L’alterità, buona, cattiva, pericolosa, avvolgente, meravigliosa, terribile, ti entra nel sangue, ti scuote profondamente, ti fa capire quanto tu sia limitato nella visione del mondo. Le categorie sono da rivedere. Il comportamento sempre da registrare, lo stupore e la fatica sempre attivi. Impossibile capire. L’unica forma di relazione è lasciarsi invadere da ciò che non capisci, registrare nello sguardo, nell’olfatto, nel tatto, nell’udito, quello che arriva. Per lo più incomprensibile. Vieni a contatto con una forza dell’esistenza che travolge gli esistenti. Una gran parte dell’umanità del Cairo trasuda dalle pietre, dalle case, per quasi tutte incompiute e di una tinta ocra che il deserto imprime come marchio indelebile di proprietà. Un costante germoglio incompiuto quanto inarrestabile di milioni di inconsapevoli, che sono – è necessario averlo a mente – incolpevoli della contraddizione mostruosa di urgenze senza risposta in cui sono affogati.

L’incredibile città dei morti, Al-Qarafa, è un posto che sembra inventato da un centrifugato di Borges e Bukowski. Diciassette quartieri di cimitero nel Cairo dove i vivi che non possono permettersi una casa sono andati ad abitare con i morti. Poco distante, la meravigliosa moschea di Mohamed Ali, e la possente cittadella di Saladino che dominano dalla collina tutto il Cairo. Un luogo feroce e meraviglioso, casa di molti che nessuno andrà a cercare da quelle parti, dove le categorie saltano insieme al tuo senso di autosufficienza. La si può attraversare a patto di avere una buona guida e possibilmente una scorta, ma nulla può schermarti dal senso di attraversare costantemente il confine tra vita e morte.

Ritorniamo da Saqqara con la sua arcaica piramide a gradoni, parzialmente in restauro e 45 gradi all’ombra, dove il verde di decine di migliaia di palme diventa improvvisamente il giallo del Sahara, attraverso uno dei tanti check point dell’esercito. Arriviamo in uno dei quartieri indistinguibili, dove macerie e immondizia, asini, cavalli, cocomeri, tralicci si mescolano senza soluzione di continuità. Scendiamo dalla macchina del nostro temerario autista Walid ed entriamo in un luogo che sembra uscito da una novella delle Mille e una notte. Un negozio dove una famiglia storica di beduini vende essenze di profumo uniche in Egitto e conosciute nel mondo, ricavate da uno studio su alcune radici trovate negli scavi archeologici. Tutte in una cristalleria dove potrebbe annidarsi la lampada di Aladino, di una preziosità all’olfatto e alla vista impareggiabili. Completamente inaspettato. Mentre alcuni ti fanno provare le essenze in un rito che di per sé è una storia, altri pregano per il Ramadan. Tutto insieme. Tutto senza filtro.

Ecco poi il quartiere copto. Da lontano si intravedono alcune croci che lo preannunciano. Poi arrivi alla solita barriera con cecchino e schermo antiproiettile ed ecco la famosa “chiesa sospesa”, Kineeset Al-Muallaqa in arabo, dedicata alla Vergine Maria, costruita in cima alla porta dell’acqua di epoca romana, a parecchi metri di altezza. Esci e incontri il vescovo copto, personaggio che sembra tenerci al confronto con una realtà cosi provante nel suo mirabile incrocio tra Rasputin e Barry White.

Il Cairo è una megalopoli biblica, dalle contraddizioni bibliche, con le meravigliose testimonianze di una scultura che già 5mila anni fa toccava vertici espressivi che la fa apparire contemporanea in un modo inquietante. L’indimenticabile Piazza Tahrir da dove sembrava partire una rivoluzione inarrestabile poi dissoltasi nella polvere insieme all’illusione di cambiare il mondo nei social, così come le decine di chilometri di cumuli di immondizia sulle sponde dei canali del Nilo lungo la strada che conduce da Giza a Menfi.

Identità non è la versione politicamente corretta che nella quasi totalità dei casi si intende. Identità non è il bel cadeau fiore all’occhiello dei benpensanti del mondo laico o religioso che sia. L’identità può essere sporca, violenta, ipocrita, disperata, rabbiosa, ingestibile. Esattamente come può essere sorpresa, gioia, riappacificazione, arricchimento. Ma uomo è tutto questo, e non vi è parte che non abbia liceità di esistere. Certo servono attenzioni diverse di volta in volta. Ma non vi è altra strada se l’amore per l’uomo è genuino. Accettarlo spontaneamente succede solo a santi e filantropi.

Serve qualcosa che obblighi ad affrontare l’identità complessiva dell’uomo. Il Cairo è esattamente questo. Non bastano tutti gli scudi metallici di cui sono dotati i cecchini in ogni punto minimamente sensibile della città insieme ai generosi cani antibomba, per ripararsi dall’impatto identitario del Cairo. Parlare di umanità, di accoglienza, interreligiosità, buoni sentimenti dal proprio piccolo recinto autoassolutorio e confortante non ha alcun senso.Un luogo sacro dovrebbe essere un po’ come l’anima del Cairo. Ti obbliga a fare i conti con ciò che tendi ad allontanare per non aver fastidi, che rende impossibile la fuga dalla evidenza di ciò che è l’uomo e te ne mostri il possibile significato, fatto di cammino, stupore, fatica e in definitiva, fiducia.

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