mercoledì 13 gennaio 2021
Furono 150 mila i bimbi sopravvissuti: molti, orfani, lo seppero solo da adulti e gli storici li trascurarono. Ora Rebecca Clifford narra le loro vicende, anche nei risvolti psicologici
Bambini rinchiusi nel campo di concentramento di Auschwitz

Bambini rinchiusi nel campo di concentramento di Auschwitz - -

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Solo in età adulta Jackie Y. scoprì di aver trascorso la sua prima infanzia in un campo di concentramento. La sua memoria infantile aveva cancellato tutto, spazzando via i ricordi dei suoi primi due anni di vita. I genitori adottivi l’avevano cresciuto senza rivelargli le sue vere origini. Quando decise di sposarsi si mise a cercare la documentazione sulla sua madre biologica e scoprì che il suo vero nome era Jakob Jona Spiegel, era nato a Vienna nel 1942 ed era finito quasi subito nel campo di concentramento nazista di Theresienstadt. In Gran Bretagna l’avevano portato nel 1945 insieme a un gruppo di giovanissimi sopravvissuti all’Olocausto. La sua vicenda fu studiata anche da Anna Freud, sorella di Sigmund e pioniera degli studi psicoanalitici infantili, è una delle più toccanti e significative storie di bambini sopravvissuti alla Shoah contenute in Survivors: Children’s lives after the Holocaust (Yale University Press), saggio di Rebecca Clifford, storica dell’università di Swansea.

Un lavoro a suo modo pionieristico perché è tra i primi studi a considerare i bambini come soggetti attivi della grande storia e a includerli in quella memoria popolare dell’Olocausto dalla quale sono stati a lungo rimossi. «La domanda centrale a cui ho cercato di rispondere è in che misura sia possibile dare un senso alla propria vita senza conoscere le proprie radici», spiega Clifford. «Nel caso dei bambini sopravvissuti alla Shoah la risposta è assai meno semplice di quanto può sembrare, perché la guerra distrusse le loro famiglie e li strappò al loro ambiente sociale, quello in cui di solito prendono forma le prime memorie dell’infanzia. Spesso sono stati gli adulti sopravvissuti a mettere in dubbio la veridicità dei racconti dei più piccoli, in molti casi hanno persino dubitato della loro natura di sopravvissuti. I documenti ufficiali tendevano a omettere i dettagli e i riferimenti ai bambini, poi a lungo trascurati dagli storici. Solo in tempi recenti gli studiosi hanno deciso di rivolgersi a loro perché sono gli ultimi rimasti in vita di quegli anni».

Secondo le stime ufficiali redatte nel dopoguerra dal Comitato congiunto ebreo-americano addetto alla distribuzione degli aiuti ai superstiti dell’Olocausto, furono circa 150 mila i bambini ebrei europei che si salvarono. Il saggio di Clifford racconta le storie di un centinaio di essi, nati tra il 1935 e il 1945. Erano stati rinchiusi nei campi di concentramento e di lavoro oppure costretti a nascondersi e a cancellare la propria identità nel tentativo di salvarsi la vita. Molti erano talmente piccoli che non conoscevano neanche i loro nomi, né le date o i luoghi di provenienza. Per ricostruirne le storie e cercare di comprendere come siano riusciti in seguito a diventare adulti mettendosi alle spalle il fardello delle loro infanzie, la storica di Swansea ha setacciato per anni gli archivi europei, statunitensi e israeliani intervistando molti superstiti. Non potendo usare i loro nomi completi a causa dei divieti imposti dagli archivi, ha deciso di usare il nome e l’iniziale del cognome di ogni singolo sopravvissuto. Gran parte dei documenti che ha analizzato provengono dalle case di cura e dagli orfanotrofi che li accolsero nel dopoguerra. Referti psichiatrici ma anche lettere e disegni che fotografano stati d’animo, paure e ricordi. Scritti e testimonianze talvolta frammentarie, tormentate e incoerenti. Non solo Jackie Y. ma anche altri si ritrovarono privi di ricordi precedenti alla guerra e spesso la loro memoria inizia con la liberazione dai campi o con la fine della clandestinità.

Dopo il 1945 alcuni di essi rimodellarono i propri ricordi nascondendo le informazioni o persino celando le loro stesse emozioni. Due fratellini emigrarono in Canada seguendo un programma di recupero per orfani sebbene - si scoprì in seguito - sapessero che la loro madre era ancora viva. Un giorno la piccola Mina, undici anni, anche lei sopravvissuta al campo di Theresienstadt, raccontò al personale dell’orfanotrofio di aver visto sua madre uccisa con un colpo di pistola alla testa proprio davanti ai suoi occhi. Ma alcuni anni dopo emerse che non era vero: sua madre era viva e nessuno le aveva sparato. «I concetti di trauma e di sofferenza psicologica sono stati messi in relazione tra loro soltanto in tempi recenti - spiega la studiosa –, e fino a qualche decennio fa non esisteva la diagnosi di disturbo post traumatico da stress. Inoltre erano stati gli adulti a dire ai bambini di dimenticare ciò che avevano vissuto, quasi nel tentativo di convincerli che si fosse trattato di una finzione». A partire dalla fine degli anni ‘70 gli studi storici e le testimonianze sempre più capillari che hanno contribuito alla costruzione della memoria dell’Olocausto si scontrarono spesso con le narrazioni frammentarie e incoerenti dei bambini sopravvissuti, i quali sono stati quasi costretti a ricalibrare il racconto delle proprie esperienze attraverso un certo grado di autocensura. Al tempo stesso il crescente interesse accademico nei confronti dell’Olocausto, la possibilità di viaggiare e la nascita di nuove organizzazioni di sopravvissuti hanno rappresentato nuove opportunità per scoprire ulteriori particolari sui loro incerti passati, aiutandoli a costruire un senso di identità collettivo.

Nel libro di Clifford si apprende che talvolta i ricongiungimenti dei minori con i loro familiari non furono esperienze felici ma assai destabilizzanti. Uno di essi racconta che quando si sedette sulle ginocchia di suo padre non era più come prima, perché i suoi sentimenti erano profondamente cambiati. Un altro ricorda di aver bruciato le lettere che aveva ricevuto dai suoi genitori perché la loro stessa esistenza era diventata troppo dolorosa per lui. «In molti casi la separazione forzata che li aveva tenuti divisi per anni ebbe l’effetto di farli diventare degli estranei. Dopo la guerra molti genitori non si trovarono neanche nelle condizioni mentali, fisiche o economiche adeguate per prendersi cura di loro e alcuni preferirono lasciare i loro figli negli istituti almeno per un certo periodo», conclude Clifford. «Ciò di cui i bambini avevano bisogno era un punto di riferimento affettivo solido e affidabile. Anche se può apparire sorprendente, talvolta per molti di essi è stato meglio crescere nelle case di cura e negli orfanotrofi piuttosto che tornare a vivere in famiglie distrutte e in contesti e luoghi completamente diversi da quelli di prima».

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