domenica 4 aprile 2010
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È il vero miracolo italiano. I libri lo chiamano "museo diffuso", la gente lo conosce bene, visto che ci vive dentro tutti i giorni. È la presenza della grande arte fin nei centri più piccoli e sperduti. Esito di lunghi processi storici, costituisce un carattere peculiare del nostro Paese, nonostante buona parte del patrimonio non sia sfuggito tra Otto e Novecento all’accentramento dei grandi musei o alla dispersione nelle collezioni internazionali. È così che una delle più belle scene pasquali mai dipinte non si trovi al Louvre o all’Ermitage ma nel borgo di Sansepolcro, nell’aretino. Alle pareti del Palazzo del Governo, ora sede del museo, Piero della Francesca a metà Quattrocento dipinse la Resurrezione. Piero a Sansepolcro c’era nato e spesso vi tornava tra la pause dei suoi impegni. Qui dipinse i suoi primi lavori, in gran parte perduti. Il museo conserva però lo spettacolare Polittico della Misericordia e gli affreschi staccati con San Giuliano e San Ludovico di Tolosa. Piero della Francesca, peraltro, ai centri più piccoli regalava forse le cose migliori. Come a Monterchi, dove dipinse la notissima Madonna del Parto, divenuta suo malgrado oggetto di una lunga contesa sulla sua collocazione definitiva (forse) oggi risolta. Alle spalle della scena del Tributo nella Cappella Brancacci, nella chiesa fiorentina del Carmine, Masaccio ritrasse le pendici aspre del Pratomagno. È il panorama che aveva dominato l’infanzia e la giovinezza della sua breve vita. Proprio sulle balze del massiccio, poco distante dalla nativa San Giovanni Valdarno, troverete l’incunabolo della rivoluzione masaccesca. Nella romanica pieve di San Pietro a Cascia, una frazione di Reggello, datato 23 aprile 1422 si mostra agli occhi devoti il Trittico di San Giovenale, prima opera a noi giunta di Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai. Non illuda il fondo oro. Qui il pittore poco più che ventenne ha fatto del gotico un sol boccone. Lo dimostrano i corpi come sculture, i volti ruvidi e severi e quel trono scorciato così bene da fare invidia a Brunelleschi. Ridiscesi a San Giovanni Valdarno c’è l’altro Rinascimento, quello del Beato Angelico. Gioiello del museo della basilica di Santa Maria delle Grazie è una sgargiante Annunciazione, proveniente dal convento francescano di Montecarlo. È una della tre versioni del soggetto realizzato dal domenicano, insieme a quelle di Cortona e del Prado a Madrid. Se la Toscana è una vera e propria miniera di grande arte in piccoli centri, non da meno sono le Marche. Come ad Arcevia, ad esempio, arroccata sulle ultime propaggini dell’Appennino. La collegiata di San Medardo ospita due lavori di Luca Signorelli (il Polittico di San Medardo, 1507, e il Battesimo di Cristo, 1508. Una terza tavola del pittore è dall’Ottocento uno dei gioielli di Brera) e il monumentale dossale in terracotta invetriata con la Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Gerolamo (1510-1513) di Giovanni della Robbia. I borghi delle Marche sono però il regno dell’inquieto Lorenzo Lotto. Qui sono ben ventiquattro i suoi capolavori, sparsi tra Jesi, Mogliano, Monte San Giusto, Recanati, Cingoli, Ancona e il santuario lauretano. Nella pinacoteca della città leopardiana è l’Annunciazione, con l’angelo che irrompe nella quiete domestica lasciando sgomenti Maria e il gatto, che fugge inarcando la schiena. A Cingoli la pala della Madonna del Rosario presenta la Vergine, avvolta in un panno blu profondo, attorniata da santi e alle spalle un’impalcatura di tondi con i quindici Misteri, quasi le tabelle di un cantastorie. Nativo di Venezia, prima di trovare la sua patria ultima a Loreto dove morì nel 1557, peregrinò in lungo e in largo per l’Italia. A Bergamo trovò una pace momentanea. E a Trescore Balneario, un paesino della Val Cavallina, lasciò il suo capolavoro: gli affreschi della cappella Suardi. Eseguiti nel 1524, rappresentano le storie delle sante Brigida e Barbara, disposte con una libertà ai limiti dell’anarchia attorno a un gigantesco Cristo-Vite, le cui dita si trasformano in tralci. Un poco più a ovest, nella parrocchiale di Ponteranica, imperdibile è il polittico del 1522, con un angelo annunciante fatato avvolto da una nuvola rosa. I monti tra Bergamo e Brescia sono peraltro terreno di caccia per i visitatori più curiosi. Si può scoprire così a Grumello de’ Zanchi, in Val Brembana, il capolavoro di Vittore Carpaccio: un San Gerolamo, residuo di un polittico, giudicato dal Longhi «tra i più belli del maestro». Ad Alzano Lombardo in Val Seriana, oltre alle strepitose sacrestie dei Fantoni, nella basilica di San Martino fanno bella mostra di sé due pale d’altare di Giovan Battista Piazzetta e Andrea Appiani. La Val Camonica, da Pisogne a Breno fino a Bienno, è costellata dagli affreschi del Romanino, strepitose testimonianze di un Rinascimento vernacolare e sanguigno. A Verolanuova, ormai nella piana dell’Oglio, c’è invece l’opera più grande di uno dei più grandi artisti del Settecento. Nella parrocchiale non si possono non notare due tele larghe cinque metri e alte dieci. Rappresentano La raccolta della manna e Il sacrificio di Melchisedek. Le eseguì Gian Battista Tiepolo tra il 1738 e il 1740. Bernini è il grande regista del barocco. A chi (ma non solo) avesse visto tutto o quasi quello che ha lasciato a Roma, consigliamo una gita nei Castelli Romani. Ad Ariccia, ad esempio. La mano di Gian Lorenzo a partire dal 1661 ha trasformato il volto del borgo. Piazza di Corte è una grande quinta scenografica animata da due fontane su cui si affacciano la collegiata di Santa Maria Assunta, capolavoro del Bernini architetto, e il Palazzo Chigi, ampliato dall’artista e affrescato dal Baciccio. Al suo genio si devono anche la facciata del santuario di Santa Maria di Galloro e la Porta Napoletana. A Castel Gandolfo berniniana è invece la chiesa di San Tommaso di Villanova (la pala d’altare è di Pietro da Cortona). E il rivale Borromini? Lo si può trovare nel viterbese, a San Martino al Cimino. Ma non in una chiesa o in un palazzo. L’architetto fece di più. Ridisegnò tutto il centro secondo una pianta ellittica costituita da una serie di villette "a schiera". Inventando con quattrocento anni di anticipo le prime case popolari.
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