sabato 6 maggio 2023
Lo scrittore inglese, cattolico, aveva una questione aperta col divino, se ne sentiva come spiato e in una intervista affermò che sperava che non togliesse mai lo sguardo su di lu
Lo scrittore inglese Graham Greene

Lo scrittore inglese Graham Greene

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Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Zaccuri al libro di Fulvio Fulvi Graham Greene. Il tormento e la fede (Ares, pagine 208, 16,80).

L’aggettivo inglese catholic può essere inteso in due accezioni. La prima, più immediata e diffusa, descrive l’appartenenza alla Chiesa di Roma e trova un sinonimo dispregiativo in papist, termine che dall’età elisabettiana in poi non ha mancato di svolgere una funzione cruciale nella propaganda politico-religiosa. Ma catholic ha anche un’altra sfumatura, più raffinata e sottile. Ne è consapevole il poeta W.H. Auden, che nei suoi saggi fa appello all’etimologia greca e si serve dell’aggettivo per alludere all’universalità di un concetto o di un’esperienza. Alla lettera, infatti, è cattolico ciò che è kath’ólou, “secondo l’intero”. Catholic in entrambi i sensi fu senza dubbio Graham Greene, il grande scrittore inglese del quale Fulvio Fulvi traccia un convincente, documentato e appassionato ritratto critico-biografico.

Nato nel 1904 e morto nel 1991, l’autore di Fine di una storia e di tanti altri capolavori è stato protagonista e testimone dell’ultima epoca in cui essere cittadino britannico significava essere cittadino del mondo. Non solo in conseguenza dell’estensione ancora ragguardevole dell’Impero, ma più che altro per via di un’attitudine mentale curiosa e duttile, attratta dall’esotico e restia a prendere le scorciatoie dell’esotismo. Viaggiatore nei cinque continenti, Greene osservava molto più di quanto non giudicasse, si sporgeva sull’“orlo pericoloso delle cose” e da lì, da quella posizione scomodissima, escogitava le trame dei suoi romanzi.

«Ha paura dell’inferno?», gli chiede Marie-Françoise Allain nel 1979, durante una lunga intervista apparsa in Italia con il titolo Il tenero omicida. «No, non ci credo», risponde lo scrittore, «credo piuttosto a una specie di purgatorio». L’interlocutrice insiste, domandando che cosa sia esattamente il purgatorio. «Quello che stiamo vivendo, io e lei, per esempio…», conclude Greene.

Com’è noto, la contraddizione è il tema centrale della sua opera. Seguendo le vicende dei suoi personaggi (uno per tutti: l’innominato sacerdote ubriacone di Il potere e la gloria) non si può non tornare con la mente alle parole di san Paolo nella Lettera ai Romani: «io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Non enim quod volo bonum, hoc facio: sed quod nolo malum, hoc ago, per citare il passo nella versione della Vulgata, che Greene molto amava. Non per niente, nel 1971, lo scrittore fu tra i firmatari del cosiddetto “Indulto di Agatha Christie”, il documento con cui un ampio gruppo di autorevoli personalità inglesi (compresa la celebre inventrice delle avventure di Poirot) chiedeva a Paolo VI che fosse conservata la possibilità di celebrare la messa secondo il rito tridentino.

In apparenza, siamo ancora nel territorio della contraddizione. I rapporti di Greene con Roma hanno conosciuto momenti di tensione, i suoi libri hanno rischiato di finire all’Indice, ma questo non gli impedisce di schierarsi a favore della liturgia tradizionale. Il motivo va cercato, ancora una volta, nella latente duplicità insita nella nozione di catholic. «Dopo la conversione», confida Greene nel Tenero omicida, «tutta la mia educazione è legata alla messa in latino. Potevo assistere a una funzione religiosa, e capirla, perfino in Cina, a Chungkink. Adesso, quando viaggio, non riesco a seguire le messe celebrate ogni volta in una lingua diversa. Il latino era un cemento prezioso». Non diversamente, in Confessioni di un convertito (1913) Robert Hugh Benson ricordava di aver iniziato a nutrire dubbi sull’anglicanesimo durante il suo soggiorno in Egitto, dove aveva avuto modo di constatare quanto fosse scarsa fuori dalla Gran Bretagna l’autorevolezza della Chiesa d’Inghilterra. La verità, pensava, non poteva essere confinata in un ambito così ristretto.

Le due dimensioni dell’aggettivo catholic restano destinate a sovrapporsi e nulla lo conferma meglio della vicenda umana e intellettuale di Greene. Tutto quello che gli accade, tutto quello che fa (magari in contraggenio rispetto al suo istintivo desiderio di bene), ricade sotto questa categoria universale e insieme esclusiva. Sì, ma proprio tutto? Le molte amanti, i molti tradimenti, le molte infedeltà politiche e sentimentali?

Nel braccio di ferro che la lingua inglese intrattiene con l’eredità del cattolicesimo c’è un’espressione giustamente famosa, incastonata da William Shakespeare in una memorabile scena di Re Lear. La tragedia sta per compiersi, ma il vecchio monarca continua a vagheggiare un futuro nel quale lui e la prediletta figlia Cordelia vivranno «pregando, cantando, narrando vecchie storie, e ridendo delle dorate farfalle, e sentendo poveri sciocchi dare notizie della corte; […] e avremo su di noi il mistero delle cose come se fossimo le spie di Dio». Ora, God’s spies è molto più di una metafora suggestiva. Shakespeare adotta qui la definizione riservata ai missionari gesuiti incaricati di mantenere viva la fede cattolica nell’Inghilterra protestante: compito pericoloso, ancora una volta, da assumere nella non remota prospettiva del martirio.

Sulla soglia dei quarant’anni Greene aveva riferito l’espressione a sé stesso nella raccolta dei suoi Saggi cattolici, forse alludendo alla propria condizione di collaboratore dei servizi segreti britannici. Più tardi, pentitosi di quell’eccesso di compiacimento, lo scrittore sembrava semmai intenzionato ad assegnare il ruolo di spia a Dio. «Non sento molto la sua presenza, ma spero che mi stia sempre alle calcagna», dice a Marie-Françoise Allain, la quale lo incalza con la richiesta di ulteriori informazioni. «A cosa assomiglia Dio?», vuole sapere l’intervistatrice. «A un mistero, a una forza inesplicabile», afferma Greene, subito aggiungendo: «L’amore umano non è che un pallido riflesso dell’emozione che Dio deve provare nei confronti del creato».

Scrittore popolarissimo in vita, nel nostro Paese Greene è attualmente oggetto di una riscoperta che intende rendere giustizia a una maestria e a un magistero di natura letteraria precedentemente poco percepiti proprio in conseguenza del conclamato successo di pubblico. Un successo, andrà ribadito, nel quale ebbe una parte importante anche la promiscuità – non sempre felice, eppure mai irrilevante – con il cinema, fino all’apice di Il terzo uomo, un film che, in sostanza, precede la stesura del romanzo da cui è tratto.

Il lettore di oggi ha la fortuna di accostarsi a Greene senza farsi mettere in soggezione dalla mitologia, un tempo assai ingombrante, dell’agente segreto cosmopolita, del frequentatore di Capri e della Costa Azzurra, del cattolico intemperante e devotissimo («Ho infranto delle regole. Sono regole che rispetto, quindi non mi comunico sicuramente più da vent’anni», dichiara con asciuttezza nel Tenero omicida).

I libri di Greene si spalancano davanti a noi in tutta la loro grandezza, che è la grandezza di uno scrittore che non arretra davanti al mysterium iniquitatis. «Quando il male è talmente perfetto da sembrare soprannaturale», spiega, «può risvegliare la fede, appunto, nel soprannaturale. Ma anche l’estrema bontà ha questo potere». A spiarci, in fondo, è sempre il Dio dell’Incarnazione, che non si stanca di tallonarci, così da essere pronto ad accoglierci nella salvezza. C’è chi si arrende non appena scorge la Sua ombra proiettarsi in un vicolo, c’è chi si sottrae ostinandosi a fuggire e c’è chi, come Graham Greene, passa la vita intera a inseguire il proprio inseguitore.

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