giovedì 12 gennaio 2017
Chi sono i Giusti di oggi? Quelli che resistono al terrorismo predicando il dialogo, quelli che non cedono a un contesto che incita alla chiusura in nuovi nazionalismi. Ciclo di incontri a Milano
Fiori e bambole nel luogo della strage di Nizza del 14 luglio 2016 (Lapresse)

Fiori e bambole nel luogo della strage di Nizza del 14 luglio 2016 (Lapresse)

Si intitola “La crisi dell’Europa e i Giusti del nostro tempo” il ciclo di incontri organizzati al Teatro Franco Parenti di Milano con Gariwo - La foresta dei giusti. Martedì 17 (ore 18, come tutti gli altri incontri) gli storici Marcello Flores e Yair Auron e il filosofo Gérard Malkassian discutono su “La prevenzione dei genocidi”. Martedì 14 febbraio “La battaglia culturale contro il terrorismo fondamentalista islamico” è al centro del dibattito tra il politologo Olivier Roy, l’inviato del Sole 24 Ore Alberto Negri, la guida del museo del Bardo di Tunisi Hamadi ben Abdesslem e lo scrittore Hafez Haidar. Giovedì 30 marzo a tema c’è “La crisi dell’Europa”. con il filosofo Massimo Cacciari e i giornalisti Ferruccio de Bortoli e Konstanty Gebert. Giovedì 18 maggio, infine, “I Giusti dei nostri tempi” con il presidente di Gariwo Gabriele Nissim, il filosofo Salvatore Natoli, la scrittrice Gabriella Caramore e Milena Santerini.


Sappiamo chi sono stati i Giusti del passato: coloro che nei tempi oscuri dell’umanità, dal genocidio degli armeni, alla Shoah, ai gulag staliniani, alle atrocità di massa in Ruanda, in Cambogia, nell’ex Jugoslavia, hanno sentito un’empatia nei confronti delle vittime e hanno cercato – nella maggior parte dei casi in solitudine – di salvare delle vite e di difendere la dignità umana.

Ma chi sono i Giusti del nostro tempo? È corretto riproporre oggi questa categoria per indicare che abbiamo bisogno di uomini che possano di nuovo salvare l’umanità dai pericoli di un nuovo imbarbarimento, provocato dall’emergere dei nazionalismi, dalla crisi dell’Europa, dalla scia sanguinosa degli attentati suicidi da parte di coloro che sognano l’apocalisse islamica – come scrive Oliver Roy ne Le Djihad et la mors, il suo recentissimo libro.

Cercheremo di dare una risposta a questo interrogativo nel ciclo di conferenze “La crisi dell’Europa e i Giusti del nostro tempo”, in programma a Milano dal 17 gennaio, che Gariwo ha organizzato in collaborazione con il Teatro Franco Parenti, con il patrocinio dell’Università degli Studi e della Fondazione Corriere della Sera. Due cose però possiamo indicarle subito. Tra i Giusti di ieri e di oggi c’è un’affinità: essi si assumono una responsabilità personale in tempi anormali, quando si manifesta un vuoto politico, morale e istituzionale che rischia di fare emergere i lati peggiori dell’uomo. Il loro esempio ha un effetto benefico, non solo perché questi uomini sono protagonisti di azioni esemplari nello spazio umano e politico in cui sono sovrani, ma perché diventano un fattore di emulazione per l’intera società. Lo spiegò molto bene Spinoza, quando nella quarta parte dell’Eticaargomentò quanto fosse importante per l’uomo circondarsi di persone virtuose, perché potevano rinforzare il suo desiderio a vivere secondo ragione e creare così una reazione a catena: «Il bene che l’uomo desidera per sé e ama, lo amerà con maggiore costanza se vede che anche altri lo amano; e perciò si sforzerà affinché altri lo amino… e farà di tutto perché tutti ne godano».

Inoltre è la forza di attrazione del Bene che sul piano politico, quando gli uomini sono preda di idee sbagliate e vedono nell’altro un nemico contro cui combattere, o rimangono indifferenti alla sofferenza degli esseri umani, può determinare una rivoluzione dal basso in grado di cambiare non solo l’orientamento morale, ma anche il funzionamento delle istituzioni.

Fu questa la grande intuizione politica di Václav Havel, quando a Praga lanciò il movimento di Charta 77. Egli riunì persone di diversa estrazione, socialisti, comunisti, liberali, cattolici, ebrei, e li invitò a sfidare il Potere totalitario non con la forza e la violenza, ma attraverso dei comportamenti morali, con cui ognuno si doveva impegnare a salvaguardare la dignità umana, il gusto della pluralità contro il pensiero unico di stato, il piacere del dialogo e della diversità. Egli poi indicò un metodo di discussione ai partecipanti della Charta: nessuno doveva imporre all’altro in modo autoritario il proprio punto di vista, ma la verifica di un’opinione corretta poteva risultare soltanto da un dialogo ininterrotto e da un confronto continuo in un’esperienza comune. Erano le buone opere che testimoniavano la validità o meno del proprio pensiero. Havel, in questo modo, non solo metteva in discussione, come aveva fatto Gotthold Ephraim Lessing nell’illuminismo tedesco, l’idea che ci potessero essere uomini portatori di una verità definitiva, ma immaginava che il totalitarismo si sarebbe vinto soltanto quando gli uomini avessero capito che il mondo migliore era quello di una democrazia di amici, che finalmente eliminava l’idea del nemico politico.

Ci vorremo ispirare proprio a questa esperienza, che ha rappresentato un grande laboratorio di un comune agire etico, per proporre una Carta dei valori che possa ispirare un codice di comportamento per persone di diversa appartenenza politica, religiosa, culturale, nella crisi morale che rischia di distruggere l’Europa.

La sfida dell’oggi richiede infatti un movimento plurale condiviso e non solo la testimonianza di pochi. Essere giusti oggi significa prima di tutto non farsi risucchiare dalla cultura dell’odio e del nemico che è ritornata prepotentemente sulla scena pubblica e internazionale, e farsi invece promotori del dialogo e della condivisione con l’altro, in un contesto dove una grossa fetta dell’opinione pubblica europea, in buona fede, è convinta che la chiusura in se stessi, nei muri invalicabili della propria nazione, della propria religione, della propria identità, sia la strada maestra per superare l’ansia e la paura verso un futuro incerto, generato dai problemi irrisolti della globalizzazione.

Basta dare un occhio ai social network, come intuì qualche anno fa Zygmunt Bauman in Conversazioni su Dio e sull’uomo, per vedere come molte persone amino sfogarsi con anatemi, rifiutino il dialogo e la riflessione e cerchino nel primo interlocutore il proprio nemico da demonizzare, per affermare la sovranità assoluta del proprio io.

Ma l’espressione più grave della cultura dell’odio e del nemico è rappresentata da un nuovo male estremo che avvelena i rapporti tra gli uomini: è il terrorismo che si legittima in nome dell’islam con una visione apocalittica della storia per mettere alla gogna gli infedeli – dai laici, agli ebrei, ai cristiani, a musulmani accusati di farsi contaminare dall’apertura al mondo. Questa nuova forma di terrorismo, che massacra gente presa a caso e invita i suoi adepti a praticare “piccoli genocidi” che possono diventare sempre più grandi, potrà essere sconfitta solo se se si verificheranno due condizioni.

Un movimento culturale di uomini giusti nel mondo arabo e musulmano che diventi un punto di riferimento morale in quelle società, come dimostra il grande esempio del tunisino Hamadi ben Abdesslem, che non solo ha salvato decine di italiani al Museo del Bardo durante l’attacco del Daesh, ma si è proposto di diventare un educatore al dialogo con gli altri, in un Paese da cui proviene il maggior numero di terroristi partiti per l’Europa e la Siria. Ma soprattutto un movimento plurale di ebrei, cattolici, musulmani, senza distinzione alcuna, che riaffermi il valore del comandamento più importante del nostro vivere civile: non uccidere. Purtroppo questa unità da Gerusalemme a Parigi a Istanbul stenta a crearsi, perché troppi pensano che ci possono essere dei terroristi con dei buoni obiettivi. Ecco la prova più difficile dei Giusti del nostro tempo.

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