giovedì 29 settembre 2016
Più giovani perché più evoluti

Non mancano quotidiane tirate contro l’immaturità dirompente dei trentenni o quarantenni incapaci di prendersi sul serio o di assumersi responsabilità. E non manca neppure l’irrisione di pensionandi che agiscono e vestono da adolescenti. Al tempo stesso però accade di frugare tra fotografie d’antan e sorprendersi al pensiero che il vecchietto immortalato, pur avendo solo qualche anno più di noi, sembra davvero molto più in là con l’età.

Non è che i vituperati bamboccioni e la stupire di quanto siamo giovani rispetto ai nostri coetanei del passato siano facce di una stessa medaglia? E se la condizione giovanile prolungata nel tempo non fosse un difetto ma una condizione propizia allo sviluppo della cultura umana? Lo pensa Robert Pogue Harrison docente di letteratura italiana all’università di Stanford e autore di L’era della giovinezza. Una storia culturale del nostro tempo appena pubblicato dall’editore Donzelli (pagine 224, euro 25,00). Il protrarsi dell’immaturità non sarebbe il colpo da maestro della società dei consumi ma una manifestazione della neotenia della specie umana: in al- tre parole il fenomeno per cui un organismo raggiunge la maturità continuando a conservare caratteristiche giovanili.

Il dantista americano si rifà al biologo olandese della prima metà del Novecento Louis Bolk e soprattutto a Stephen Jay Gould secondo cui il ritardo nella crescita sarebbe la matrice fondamentale dell’evoluzione umana. «Solo una creatura che abbia uno sviluppo enormemente ritardato – glossa Harrison – giunge ad affidarsi più all’apprendimento che all’istinto, o persegue modalità di sopravvivenza che dipendono principalmente dall’educazione, dalla memoria e da capacità apprese. E solo una creatura nata all’interno delle strutture di sostegno della società umana può concedersi il lusso di prolungare il proprio sviluppo giovanile in misura così estesa. In definitiva, il nostro specifico genio di esseri umani risiede nella nostra riluttanza a crescere». Insomma la neotenia umana non costituisce né una regressione né una battuta d’arresto.

È un tipo di sviluppo modificato che porta alcune caratteristiche giovanili a nuovi livelli di maturità. Estendendo in modo straordinario, e in alcuni casi indefinitamente, il processo di apprendimento lo sviluppo ritardato consegna il destino degli uomini al loro stesso ingegno, alla capacità di elaborazione culturale e progettuale. Ritardare il ritmo di sviluppo non è riluttanza a crescere.

È invece, secondo Harrison, il rifiuto di riprodurre in maniera stanca forme culturali senili, obsolete e poco adattive nei confronti di una realtà in continua trasformazione. Così la neotenia sarebbe all’origine della libertà della specie umana dai vincoli genetici del passato per sviluppare nuove, e ancora non realizzate, possibilità. Mantenendo la plasticità giovanile per periodi prolungati, e talvolta per l’intero arco della vita, aumentano le opzioni evolutive, rendendo gli uomini più agili, pronti e disposti all’avventura. Insomma, una specie più intelligente e giovane.

O ancor meglio, una specie più intelligente perché più giovane. E proprio per questo gli uomini sono aperti alla storia. Spazio e tempo diventano il teatro dell’ingegno e della creatività purché la giovinezza non rimi con infantilismo facendosi carico delle proprie responsabilità. Etiche ma soprattutto storiche. «Il dono più prezioso che una società può elargire ai suoi giovani – ammonisce l’italianista di Stanford – è farne degli eredi, e non degli orfani, della storia.

Ed è anche il dono migliore che può fare a se stessa, poiché gli eredi ringiovaniscono il lascito che ricevono rinnovandone in modo creativo gli elementi. Chi è orfano, al contrario, si rapporta al passato come a un continente estraneo e inavvicinabile, ammesso che riesca ad avere con esso un qualsiasi rapporto». Purtroppo la nostra epoca sta trasformando il mondo intero in un orfanotrofio dove ognuno, come un novello barone di Münchausen, si sente figlio di se stesso e non di chi lo precede negli anni. Se l’ipotesi di Harrison suona interessante, appare invece discutibile e forse propagandistica la sua analisi del successo planetario dell’americanismo ovvero dell’american way of life.

La sua diffusione globale non dipenderebbe dalle teorie del soft power difese da Joseph Nye qualche anno fa e dal primato conquistato dalla cultura statunitense nell’ultimo secolo. L’americanismo invece farebbe aggio sui tratti neoterici degli uomini e da qui deriverebbe la sua fortuna odierna. «L’americanismo – conclude Harrison –, trova delle modalità per penetrare negli strati più profondi del substrato neotenico della psiche umana collettiva».

Insomma tutta colpa della genetica. Un tempo si diceva che se tutte le rane cominciano la propria vita come girini, non tutti i girini diventano rane. In certi ambienti controllati artificialmente, e chi potrebbe negare che i nostri non siano sempre più artificiali, alcuni girini rimarranno tali per tutta la vita. Speriamo solo di non imbatterci nella loro sorte e che la storia continui a essere teatro di nuove forme di vita promosse dalla neotenia umana.

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