sabato 25 novembre 2017
In una lettera del luglio 1953 il grande artista lamenta di essere stato estromesso dalla committenza, sia in Italia che in Francia. E contesta “l’audacia folle” dei domenicani dell'Art Sacré
Gino Severini negli anni Cinquanta

Gino Severini negli anni Cinquanta

La lettera di Gino Severini che pubblichiamo qui è inedita e proviene dall’archivio GASC - Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei in Villa Clerici, a Milano, fondata nel 1955 da Dandolo Bellini, il destinatario della lettera. Bellini è una figura ancora poco nota, ma è stata centrale in Italia nel legame tra Chiesa e arte contemporanea, anche grazie al ruolo svolto in Vaticano al fianco di Paolo VI, che lo aveva conosciuto negli anni milanesi. Le altre personalità citate da Severini sono monsignor Giovanni Fallani, allora segretario della Pontificia commissione centrale per l’arte sacra, mentre «i domenicani di Parigi» sono padre Couturier e padre Régamey: grazie alla loro committenza Matisse aveva concluso nel 1951 la cappella di Vence, mentre il cantiere di Le Corbusier a Ronchamp nel 1953 era in piena attività. Bellini e Severini avevano avuto modo di incrociarsi almeno una decina di anni prima, quando sul numero del gennaio-marzo 1943 “Il Regno” (di cui Bellini curava i temi artistici e la grafica) erano stati pubblicati un bozzetto di una Pietà e un testo dell’artista sull’arte sacra. In una lettera del 27 luglio, sempre conservata presso la Gasc, Severini ringrazia Bellini per la «amabilità, prontezza e comprensione» con cui aveva risposto e inviato il bozzetto. Quella qui pubblicata è molto interessante perché da una parte si presenta come sintesi del pensiero di Severini sull’arte sacra (esplorata soprattutto tra gli anni '20 e '30 dopo la convesione seguita all'abbandono del futurismo) ma testimonia anche la fase di nuovo interesse tra arte e religione negli anni prima del Concilio; dall’altra fa emergere, nello sfogo amaro, una serie di tensioni e problematiche ancora di piena attualità. (Alessandro Beltrami)


Albergo Locarno

via della Penna

Roma, 20 luglio 1953

Egregio signor Dandolo [Bellini],

ho potuto finalmente, essendo per breve tempo a Roma, conferire con l’avvocato Vismara in merito ai miei bozzetti che l’ho incaricato di ritrovare. Egli mi ha messo al corrente delle sue pratiche, e mi ha detto fra l’altro, che lei era meravigliato di ricevere la richiesta di restituzione da un avvocato, invece di riceverla da me.

Ora le dico subito che ciò è dovuto al fatto che Don Giovanni Fallani, quando gli scrissi in merito a questo affare, si rifiutò di occuparsene e non mi diede nessuna informazione per facilitarmi. Come potevo scriverle non sapendo dove lei fosse? Perciò incaricai questo avvocato amico (...)

Non so se l’avvocato Vismara glielo ha detto, ma lo scopo per il quale cerco di riunire i miei bozzetti di pittura murale, è di fare un’esposizione di lavori d’arte sacra, a Parigi e forse altrove; ed è per me di una grande importanza perché dei miei lavori di questa forma d’arte si è molto parlato, e spesso favorevolmente, ma sia in Italia (perché sto in Francia) sia a Parigi e in Francia (perché sono italiano), di lavori non me ne danno, e di quel che ho fatto in Svizzera si tiene poco conto perché non si conoscono. Intanto si è fatto un certo interesse, in questi ultimi tempi, intorno all’arte sacra, soprattutto a Parigi, e se ne sono molto occupati i padri domenicani di Parigi, ma non andiamo affatto d’accordo, perché, da troppo prudenti che erano, sono divenuti follemente audaci, ed è sotto il segno del peggior snobismo che hanno affidati dei lavori d’arte sacra a dei nomi importanti del nostro mondo delle arti, ma quasi tutti atei, nemici della Chiesa, e senza alcuna esperienza di questo genere di lavori.

Io penso che si deve essere moderni, cioè attuali, ma si deve rispettare anche la principale esigenza di questa forma d’arte e che è relativa alla destinazione dell’opera ma la mia posizione è difficilissima, e non sono aiutato da nessuno. Don Giovanni ha dato tanti lavori a pittori mediocri, a me mai.

Ora le ho spiegato la ragione per la quale Le domando di ridarmi il mio bozzetto, e perché non posso venderlo. Le sarei quindi molto grato se me lo mandasse qui al più presto, perché devo partire da Roma il 30. Le darò poi il mio indirizzo a Parigi, e se lei lo desidera, le manderò delle fotografie di opere recenti. È sempre in Svizzera che le ho eseguite, in Italia e in Francia non avrò fatta nemmeno una sacrestia... Nella speranza di leggerla presto, mi creda cordialmente suo.

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