venerdì 23 giugno 2017
Il poeta, morto a New York nel 1931, per sua volontà è stato sepolto nella Valle Sacra. Qui si trova anche il museo, dove scoprire qualcosa di più
L’eremo di Mar Sarkis, oggi museo dedicato a Khalil Gibran

L’eremo di Mar Sarkis, oggi museo dedicato a Khalil Gibran

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«Se soltanto tu conoscessi l’eremo che ho scelto per te e per me in Libano, [...] mi diresti: “Andiamoci subito!” Si tratta di un vero e proprio chiostro, Misha, e non di un’imitazione come questo studio… È un piccolo monastero abbandonato, poco distante da Bisharri, il mio villaggio natale. Il suo nome è Mar Sarkis (San Sergio, ndr).[...]. La sua cappella e alcune celle sono scavate direttamente nel fianco calcareo della montagna. Il terreno terrazzato, che vi si trova di fronte, digrada a precipizio giù per la gola ed è perennemente lussureggiante [...]. Perfino in Paradiso si stenterebbe a trovare un luogo più incantevole e tranquillo». Così nel novembre 1922 Kahlil Gibran, l’autore i cui libri passano di mano in mano generazione dopo generazione, confidava all’amico Mikhail Naimy (“Misha”), il suo bisogno di fuggire dal caos di New York, indicando con nostalgia il luogo dove aveva trascorso l’infanzia prima di emigrare dodicenne negli Usa. Dieci anni più tardi, nella biografia del compagno da poco scomparso, Naimy avrebbe commentato: «Parlammo a lungo di Mar Sarkis, ma le Parche, ascoltandoci, devono certamente aver riso di noi, perché sapevano che Gibran non sarebbe mai entrato in quel chiostro, se non da morto». E, di fatto, oggi Mar Sarkis non solo, dopo l’acquisto dai Carmelitani eredi degli eremiti che l’abitarono in secoli lontani (si legga l’altro articolo in pagina), è stato trasformato nel “Gibran Museum”, ma qui, nella cripta scavata nella roccia dell’eremo, il poeta ha trovato la sua agognata dimora (l’epitaffio recita: «Sono vivo, come te, e sono ora al tuo fianco. Se chiudi gli occhi e ti volti, mi vedrai dinanzi a te»).

Una sorta di laico santuario in cima alla gola di Kadisha, nella Valle Sacra, tappa a pieno titolo nei tour del Libano, dopo i lavori che nel 2003 hanno dotato il luogo (già ristrutturato a metà anni ’70 e ampliato a metà anni ’90) di una vera strada e di un parcheggio, ma, soprattutto, dopo che sono diventati un ricordo i combattimenti (nel 2007) fra esercito regolare e miliziani del gruppo palestinese Fatah al-Islam asserragliati nei campi profughi a nord di Beirut. La meta, a un centinaio di chilometri dalla capitale, è appena fuori Bisharri – con le sue case ottomane dai tetti rossi, oggi roccaforte del cristianesimo maronita – dove l’autore de Il Profeta nacque il 6 gennaio del 1883. Ci si arriva seguendo la via principale del paesino accolti dal busto del poeta su una roccia e salendo lungo un sentiero. Ed ecco l’ingresso dell’ex monastero di pietra chiara su cui campeggia, l’iscrizione«'O beata solitudo/ O sola beatitudo», motto che si trova in un poeta la- tino del XVI secolo, Corneille Muys.

L’ingresso dell'eremo

L’ingresso dell'eremo

Qui il visitatore può rileggere i versi del poeta direttamente dai manoscritti esposti, sostare innanzi ai suoi quadri – moltissime opere figurative tra disegni, oli, acquerelli, tempere, con diversi nudi maschili e femminili (recentemente “censurati” nella mostra a Sharjah negli Emirati Arabi), vedere la biblioteca privata, e gli arredi dello studio-appartamento newyorkese spediti quassù. Insomma, un incontro virtuale con lo scrittore nel suo ambiente, respirando la sua capacità di armonizzare le influenze più disparate ricevute: dal Vangelo a Nietzsche, dal Corano agli artisti rivoluzionari di Parigi e New York, da Dante alle Upanishad, da Avicenna a Beethoven, dai Preraffaelliti a Blake. Influenze purtroppo ancora ignorate da chi lo chiude nello stereotipo del “maestro spirituale”, duro a far cadere come cerca di fare, ad esempio, da tempo, il gibranista Francesco Medici. Uno dei pochi a sottolinearne in diversi saggi l’indole vulnerabile nelle sue anime – orientale e occidentale, spirituale e mondana – riflessa nei suoi scritti e nelle opere esposte al Gibran Museum. «Vicino all’Islam e alle grandi religioni d’Oriente – per certi versi anche allo Zarathustra nietzschiano – spiega – Gibran nacque in una famiglia di fede maronita, cristiani di rito orientale. Sviluppò da adulto un personale credo, da alcuni definito gibranismo». Un sincretismo, insomma.

«Si definiva un praticante della “Religione della Vita”», continua Medici, che aggiunge: «Resta tuttavia Gesù, per Gibran, il sommo Maestro di Luce, mito ineguagliabile di bellezza spirituale». Già: solo un mito. Il mito di un autore di testi che ancora si sentono nelle chiese tra battesimi, matrimoni, funerali, spesso come schegge di un esotico breviario di verità consolatorie a buon mercato. Il mito di un autore che pure ha scritto «Gesù, il Figlio dell’Uomo». Un Gesù lontano da quello vero. Sintetizza Medici: «Il suo Gesù è incarnazione dell’Uomo Perfetto (concetto caro ai “sufi”), colui cioè che ha conseguito lo stato più elevato di prossimità a Dio, e insieme prova certa dell’assoluta presenza di Dio nell’uomo». Nel Museo di Mar Sarkis anche un antico arazzo armeno – assai caro a Gibran – dice molte cose. Raffigura una scena di crocifissione. Ma vi appare un Cristo assai sereno. Dalle ferite, a mani, piedi e costato, non una goccia di sangue. Un po’strano. La stessa stranezza di stare nella valle di Kadisha in un tranquillo pomeriggio d’ inizio primavera, dimenticando di essere a trenta kilometri dalla Siria. O di sentir parlare arabo in un posto così pieno di campanili e chiese da far concorrenza a certi angoli di Roma. Un posto da salvaguardare. Come i suoi cedri formidabili, celebrati nei Salmi.

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