martedì 5 maggio 2020
A 100 anni dalla nascita e a 40 dalla morte, lo scrittore sarebbe stato al centro della Fiera di Bologna con l’idea di farlo riemergere da cliché riduttivi e sminuenti. A colloquio con Pino Boero
Gianni Rodari

Gianni Rodari

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Sarebbe stato festeggiato alla Fiera del Libro per ragazzi di Bologna, e non solo, perché questo 2020 con tre anniversari pieni a lui era dedicato. A cento anni dalla nascita, a cinquanta dall’assegnazione del prestigioso Premio Andersen e a quaranta dalla morte, per ricordare Gianni Rodari ci sarebbero stati convegni, letture, spettacoli, mostre, concorsi e premiazioni. Incontri ora con tanti punti interrogativi per riportare in primo piano, e in qualche modo risarcirlo, un autore variegato, troppo a lungo collocato con superficialità al- l’interno di una letteratura considerata di serie B.

Dentro quello stereotipo di bizzarro e divertente autore di filastrocche e di favole moderne per bambini, che certo non lo rappresentava in toto, anche se in questo ambito ha dato il meglio di sé. Rodari era molto di più. «Un intellettuale raffinato e completo, a tutto tondo, che ha vissuto i rivolgimenti, le crisi e le speranze del secolo scorso, prodotto testi per bambini, ma che in virtù del mestiere di giornalista ha scritto brillantemente di temi di politica e di problemi sociali, di attualità, di scuola e pedagogia, di letteratura, filosofia e di arte».

Uno sperimentatore con la passione per la la parola e la scrittura. Pino Boero, già docente di Letteratura per l’infanzia e Pedagogia all’Università di Genova, da una vita appassionato studioso di Rodari (è in uscita per Einaudi Ragazzi una nuova edizione del suo Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari) ne racconta il bagaglio culturale di tutto rispetto, le letture formative, la lezione illuminante del surrealismo francese, la sensibilità artistica, il carattere schivo e riservato, persino tormentato ma non privo di entusiasmo. E ancora la convergenza dell’impegno civile e del pensiero libero con la scrittura per bambini in una visione di rinnovamento sociale in cui non sono estranee le voci dell’infanzia. Quelle che devono tornare al centro dell’attenzione degli adulti. «È la chiave di lettura delle sue favole e filastrocche – spiega Boero – il bambino al centro da guardare non più dall’alto al basso ma da osservare al suo stesso livello con uno sguardo rispettoso e ascoltare con quell’orecchio acerbo proprio come racconta il vecchio signore, protagonista della nota poesia che ha mantenuto un orecchio bambino per capire le voci che i grandi non stanno mai a sentire e capire anche i bambini quando dicono cose che a un orecchio maturo sembrano misteriose».

I temi della centralità dell’infanzia e dell’immaginazione, del rispetto per l’altro e per ogni diversità, della partecipazione solidale, della libertà dai pregiudizi coniugati a una scrittura ironica e lieve attraversano tutte le raccolte di Rodari, dalle Favole al telefono a Filastrocche in cielo e in terra a La torta in cielo, per citare solo le più note, «dove non c’è mai una morale a priori da mettere in rima o trasformare in storia – continua Pino Boero – ma dove accanto alla vita vera che irrompe nel mondo della fantasia sempre traspaiono la tensione civile, la sensibilità e la tolleranza di chi considera la parola uno strumento di libertà e democrazia e l’arte con il suo linguaggio universale un ponte tra culture diverse».

Ma dove nulla è mai casuale o occasionale. I bambini sono il suo pubblico, per loro porta la vita vera dentro la poesia; spesso li incontra e li coinvolge come succede con La torta in cielo, nata dalla collaborazione con la classe della maestra Maria Luisa Bigiaretti nella scuola della borgata romana del Trullo. Maestro lui stesso per un breve periodo in gioventù, formato dalla militanza nel Movimento di cooperazione educativa di Celestino Freinet, sulla scia di Mario Lodi e Bruno Ciari, Rodari crede alla serissima scuola del fare e della partecipazione, non autoritaria, liberata dal tema prescrittivo e dalla rigidità della valutazione, piena di testi prodotti sul lavoro fatto insieme. La scuola seria dove si impara dagli errori e perché c’è una comunità che lavora sodo, legge tanto, fa ricerca e conta sull’esercizio della creatività come strumento di democrazia. La scuola in cui ci si educa alla vita e più ancora alla passione per la vita e la verità. Dove bisogna imparare a fare le cose difficili. «È difficile fare cose difficili: – ammoniva – parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco. Bambini, imparate a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi».

Punto fermo, sintesi delle sue riflessioni sui meccanismi dell’invenzione fantastica, sull’arte di inventare storie, sulle regole del processo creativo, binomio fantastico di due parole solo apparentemente alternative «La Grammatica della fantasia – conclude Boero – è il segno della cultura alta di Rodari, della sua capacità di consegnarci, con l’unica preoccupazione che non venisse trasformata in un banale ricettario, un Artusi delle favole, una lezione di grande profondità attraverso un linguaggio semplice fondato sul valore liberatorio dalla parola». «Tutti gli usi della parola a tutti – scriveva Rodari – mi sembra un bel motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siamo artisti, ma perché nessuno sia schiavo».

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