sabato 24 settembre 2016
​L'autobiografia del missionario giornalista che ha narrato alcune delle più grandi tragedie del terzo mondo nel Novecento.
«Dove Dio piange», Gheddo si racconta
​Sono stato educato «nel tempo delle certezze» e vere crisi di fede non le ho mai avute, ma anch’io ho vissuto momenti di difficoltà, affrontato rischi e prove. In più occasioni ho visto da vicino la miseria più disumana, le atrocità delle guerre e delle violenze. Qualcuno mi ha chiesto: «Non ti è mai salito, da dentro, il grido “Dio, dove sei?” davanti a certi tragici spettacoli?». Nel 1969 visito per la prima volta l’Uganda con Paolo VI. Sono ospite dei comboniani, che mi portano nel Karamoja, la regione che gli inglesi non hanno colonizzato, lasciandola nella condizione ancestrale, quasi un museo antropologico a cielo aperto. È un anno di siccità e la gente fa la fame. Nella «capitale» Moroto, un villaggio nato da pochi anni, nel vasto terreno cintato della missione sono ospitati mille o più Karimojong.Ho già visto la fame in India, ma non in questa spaventosa situazione: uomini, donne, bambini, anziani, seduti per terra in tutte le costruzioni, nei corridoi, nelle stanze, nel cortile sotto un sole impietoso, per avere due volte al giorno una fetta di polenta di mais con un po’ di peperoncino e un litro d’acqua per famiglia. La fame autentica (che poi proverò in Angola) torce lo stomaco, rende l’uomo disumano. Ho pensato a Gesù crocifisso. Questi poveri scheletri umani sono in croce con Gesù. Mi sento colpevole, responsabile di quella tragedia. Penso a tutto quel che Dio ha dato a me e nulla a quei poveri in croce con Gesù. Provo vergogna, piango e prego per loro. Nel 1985 visito per Avvenire il Burkina Faso. Sono gli anni della grande siccità e carestia nel Sahel, appena sotto il Sahara. Vedo schiere di contadini in fuga verso il Sud e i campi profughi della Croce Rossa, dell’Onu e della Caritas. Un missionario francese mi porta in jeep verso il grande Nord: villaggi abbandonati, pozzi senz’acqua, campi bruciati dal sole. Giungiamo alla fattoria-scuola di Nanorò, nella steppa predesertica, dove da mezzo secolo i Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri (To) insegnano alla gente a trattenere l’acqua con canali e laghetti artificiali.Un mattino, nel cortile della missione vado con un fratello verso la chiesa per celebrare la Messa quando, nella luce del sole nascente, due uomini e una donna anziana con un fagottino in braccio vengono verso di noi. Hanno camminato per ore nella notte. La donna apre gli stracci del fagottino: c’è un bambino tuareg di pochi mesi che sta morendo, perché, morta la mamma da alcuni giorni, non ha più avuto il latte. Le suore accolgono la nonna e i due uomini, danno da mangiare e da bere agli adulti e due suore immergono il bambino in una vaschetta d’acqua tiepida, lo frizionano per farlo sorridere, mettono nella sua boccuccia un po’ di zucchero e poi il biberon con il latte, gli fanno un’iniezione di acqua nelle vene.Il piccolo ha qualche reazione e sorride, ma poi muore nel pomeriggio. Mentre lo osservo impotente nella sua agonia, povero ragnetto pelle e ossa, mi commuovo e prego: «Padre nostro che sei nei Cieli, l’hai creato tu questo povero bambino, come hai creato me. Perché a me hai dato tanto e a questo piccolo uomo hai dato niente? Non siamo tutti e due figli tuoi allo stesso modo? Io ho ricevuto tutto e lui niente… Ma tu, Padre santo, vuoi bene anche a lui come vuoi bene a me?».Crisi e sofferenze a volte le ho patite per attacchi personali. Sono cose passate, quasi non meritano di essere ricordate. Però, dopo il primo viaggio in Vietnam (1967-1968), la pubblicazione dell’Humanae vitae di Paolo VI (1968) e il «Sessantotto», ero contestato aspramente, deriso e, a volte, insultato e umiliato come «papalino», perché davo sempre ragione al papa e ai vescovi. Andavo controcorrente e ne pagavo il prezzo. Nel 1972 chiesi a monsignor Aristide Pirovano, superiore generale del Pime, di poter andare in missione, poiché mi contestavano anche non pochi confratelli. Pirovano mi disse di andare avanti: ero d’accordo con Paolo VI e con lui e questo doveva bastarmi.Da sacerdote ho attraversato la forte crisi dell’attivismo: mi sono lasciato trascinare in un tale inarrestabile ingranaggio di attività, sempre più urgenti, da mettere in secondo piano la preghiera e la ricerca dell’intimità con Gesù Cristo. Verso la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta presi troppi impegni. Le mie attività frenetiche divennero espressione più di me stesso che non di un fuoco interno, amore a Cristo e alle anime. Dopo il primo viaggio in Vietnam pubblicai Cattolici e buddisti nel Vietnam, la mia opera più impegnativa (tradotta in inglese, francese e tedesco e, ridotto, in vietnamita). In quegli anni era acceso il dibattito sulla guerra vietnamita e i servizi che mandavo da laggiù per L’Italia (poi Avvenire) venivano pubblicati con risalto.Due i fattori della crisi: il super-lavoro di quegli anni e poi fatti come questo, che indicano tendenze minimaliste nel clero sulle pratiche di pietà. Nel gennaio 1968 sono nelle Filippine con padre Secondo Einaudi, superiore del Pime di Hong Kong, inviati da monsignor Pirovano. Andiamo alcuni giorni in una casa di religiosi sulle rive dell’Oceano Pacifico. Il lunedì nessun prete celebra la Messa: è il «day off», giorno di riposo assoluto; la Messa, il breviario e il rosario sono fuori discussione. Quel fatto mi scandalizza molto, ma inocula in me il dubbio che la mia mentalità non sia del tutto adeguata ai tempi che stiamo vivendo.Dal 1968 fin verso il 1973-74 mi capita di trascurare il breviario, il rosario, la confessione, di non celebrare tutti i giorni la santa Messa… Sono talmente pressato dagli impegni che mi pare logico non dare troppo peso alle pratiche di pietà, perché mi illudo pensando: Gesù sa che prima o poi a queste pratiche ci ritorno! Per grazia di Dio e intercessione dei miei santi in cielo (papà e mamma anzitutto), non credo di aver mai avuto dubbi sulla fede e nemmeno sull’autorità della Chiesa di parlare in nome di Gesù Cristo.
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