sabato 16 gennaio 2021
In un contributo inedito del 1945 l'autore di "1984" ribatteva a chi sosteneva che una conoscenza di massa delle discipline scientifiche avrebbe reso gli uomini più intelligenti e il mondo migliore
George Orwell in un murale a Southwold Pier, nel Suffolk

George Orwell in un murale a Southwold Pier, nel Suffolk - Michael Ely / Creative Commons

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Pubblichiamo per gentile concessione dell'editore uno dei saggi, inediti in Italia, di George Orwell raccolti ora in Fuori dalla balena. Testi inediti su letteratura, poesia, polemiche, pittura, politica, scienza, società e cucina (a cura di Marco Settimini, Aspis, pagine 254, euro 24,00).

Sul 'Tribune' della settimana scorsa c’era un’interessante lettera del signor J. Stewart Cook nella quale questi suggeriva che la maniera migliore per evitare il pericolo di una “gerarchia scientifica” sarebbe far sì che ogni membro del pubblico generico fosse per quanto possibile scientificamente educato. Nel contempo gli scienziati dovrebbero esser tirati fuori dal loro isolamento e incoraggiati a partecipare di più alla politica e all’amministrazione. (…)

Sottintesa nella richiesta di più educazione scientifica è l’affermazione del fatto che se si è stati formati scientificamente l’approccio a tutte le materie sarà più intelligente rispetto a chi non ha avuto una tale formazione. Si presuppone che le opinioni politiche di uno scienziato, le sue opinioni sulle questioni sociologiche, sulla morale, sulla filosofia, forse persino sulle arti, saranno più valide di quelle di un profano. Il mondo, in altre parole, sarebbe un posto migliore se gli scienziati fossero al comando. Ma come abbiamo appena visto “scienziato” indica in pratica uno specialista in una delle scienze esatte. Ne consegue che un chimico o un fisico in quanto tale è politicamente più intelligente di un poeta o di un profano in quanto tale. E in effetti ci sono già milioni di persone che ci credono.

Ma è veramente vero che sia più probabile che uno “scienziato” in senso stretto approcci più frequentemente di altre persone i problemi non scientifici in maniera oggettiva? Non ci sono grandi ragioni per pensarla così. Si prenda un semplice test – l’abilità di opporsi al nazionalismo. Spesso si sente dire in modo vago che “la Scienza è internazionale”, ma all’atto pratico gli operatori scientifici di tutti i paesi allignano dietro i loro governi con meno scrupoli di quanti ne abbiano gli scrittori e gli artisti. La comunità scientifica tedesca, nel suo complesso, non ha opposto alcuna resistenza a Hitler. Hitler avrebbe potuto rovinare le prospettive a lungo termine della scienza tedesca, eppure c’erano ancora molti uomini di talento a svolgere le necessarie ricerche su cose come il petrolio sintetico, i jet, i missili e la bomba atomica. Senza di loro la macchina bellica tedesca non avrebbe mai potuto esser costruita.

D’altronde che cos’è successo alla letteratura tedesca quando i nazisti andarono al potere? Credo che nessuna lista esaustiva sia stata pubblicata, ma immagino che il numero di scienziati tedeschi – ebrei a parte – che si sono volontariamente esiliati o che sono stati perseguitati dal regime sia stato molto minore del numero di scrittori e giornalisti. Fatto ancor più sinistro, un gran numero di scienziati tedeschi ha preso sottogamba la mostruosità della “scienza razziale”. (…)

Ma, in termini leggermente diversi, ovunque il quadro è lo stesso. In Inghilterra larga parte dei nostri scienziati di punta accetta la struttura della società capitalistica, come si può vedere dalla relativa libertà con cui vengono dati loro i titoli di cavalieri, baronetti e persino di pari. Da Tennyson in poi a nessuno scrittore inglese meritevole d’esser letto – forse l’unica eccezione è Sir Max Beerbohm – è stato dato un titolo. E gli scienziati inglesi che non accettano semplicisticamente lo status quo sono spesso comunisti, il che significa che per quanto intellettualmente scrupolosi possano essere nella loro linea di lavoro, sono pronti ad essere acritici e pure disonesti su certe tematiche.

Il fatto è che una mera formazione in una o più delle scienze esatte, pur combinata con grandissimi talenti, non è garanzia di una visione umana o scettica. I fisici di mezza dozzina di grandi nazioni, che stanno tutti ferventemente e segretamente lavorando alla bomba atomica, ne sono una dimostrazione.

Ma tutto ciò significa che il pubblico generico non dovrebbe essere più istruito scientificamente? Al contrario! Significa soltanto che l’educazione scientifica per le masse produrrà pochi benefici e probabilmente un mucchio di danni, se si riducesse semplicemente a più fisica, più chimica, più biologia, ecc., a detrimento della letteratura e della storia. Il suo probabile effetto sull’essere umano medio sarebbe di ridurre la portata dei suoi pensieri e di renderlo più che mai sprezzante verso tale conoscenza come se non la possedesse; e le sue reazioni politiche sarebbero probabilmente in qualche modo meno intelligenti di quelle di un contadino illetterato che abbia immagazzinato una qualche memoria storica e un senso estetico sufficientemente solido.

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