venerdì 17 dicembre 2021
Il sogno del “giardino dell’Eden” non ha mai smesso nei secoli di rappresentare uno status symbol per ricchi e potenti che in alcuni casi li realizzavano perché ne beneficiasse la comunità
Panorama della città di Funchal dall’Orto Botanico

Panorama della città di Funchal dall’Orto Botanico - Maurizio Fantoni Minnella

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Esistono città che per una particolare morfologia e posizione geografica, unita a determinate circostanze storiche, scoprono la propria vocazione di città-giardino. Fra queste, e ve ne sono poche in Europa, c’è Funchal la città capoluogo dell’isola atlantica di Madeira. Un nome che a pochi se non pochissimi risveglierebbe qualcosa alla memoria, eppure la sua lunga storia e il cosmopolitismo di cui si fece artefice tra il XIX e il XX secolo ha lasciato tracce assai apprezzabili anche all’odierno visitatore. Il concetto di città giardino venne per la prima volta elaborato in un famoso scritto del 1898 dall’urbanista inglese Ebenezer Howard: L’idea della città giardino, pubblicato in Italia nel 1962, nell’ambito di una cultura, quella anglosassone, che aveva messo a punto, per prima, il cosiddetto giardino romantico, all’inglese, destinato a diventare un modello universale del giardino moderno. Esso, dunque, traeva ispirazione dagli scritti utopistici di Charles Fourier e di Robert Owen (1771-1858), ma al tempo stesso nasceva come reazione all’inarrestabile sviluppo edilizio connesso all’evolversi della città industriale e delle sue periferie urbane. E proprio dalle aree suburbane di maggior attrattiva paesistica e rurale, non ancora intaccate dall’ampliamento selvaggio delle città, prendeva le mosse una progettualità oggi diremo 'alternativa' che avrebbe dovuto corrispondere agli ideali ma anche ai bisogni dei cittadini in materia di qualità della vita, qualità dell’aria e della presenza dell’elemento naturale (con ampie proporzioni di giardino, bosco, pineta) e al contempo, relativa vicinanza ai centri urbani mediante adeguate infrastrutture. Un ideale che in fondo si vorrebbe perseguire anche oggi sebbene i risultati, in assenza di una reale volontà politica e collettiva, siano invero piuttosto limitati, nonostante gli sforzi di uno Stefano Boeri nel dotare la piatta Milano di un 'bosco verticale'. Al concetto sopraenunciato di città giardino si vorrebbe perfino giustapporre se non addirittura contrapporre, quello di 'città in un giardino', a opera di un noto agronomo varesino, Daniele Zanzi, quasi a voler intendere il rovesciamento dell’abituale rapporto tra natura e costruito. In altre parole, è la città a costituire l’elemento aggiuntivo rispetto alla natura che sarebbe l’elemento dominante. La teorizzazione della città giardino deve essere messa, in virtù di una natura utopica e insieme pratica, in una sorta di relazione simmetrica con un’altra esperienza fondante della modernità, ma che al tempo stesso ad essa si opponeva, non a caso anch’essa anglosassone, quella dell’Art and Craft di William Morris e John Ruskin. Infatti, sia la grande produzione industriale di massa che l’edilizia intensiva e a macchia d’olio che hanno invaso le città europee, dando un’impronta ancor più marcata a quelle del cosiddetto 'terzo mondo', hanno altresì contribuito a vanificare lo sforzo di migliorare la vita dei cittadini portando la natura nelle città, nonostante gli esempi presenti sul territorio anglosas- sone nelle periferia londinese o, ad esempio, in quello italiano dove sussistono ancora testimonianze, talora residuali, di tale esperienza di urbanizzazione del territorio, e qualche esempio di città, con una cospicua presenza di giardini privati, solo in piccolissima parte trasformati in proprietà pubbliche. Del resto il sogno del 'giardino dell’Eden' inseguito a Oriente come a Occidente fin dall’antichità e nelle epoche successive sino ad oggi, non ha mai smesso di rappresentare uno status sociale prima dell’aristocrazia e poi della grande borghesia e via discendendo verso strati più ampi di popolazione. Ma una cosa è reclamare il giardino come legittimo paradiso individuale e un’altra, invece, è crearne uno o cento per la comunità. Nel primo caso gli esempi sono molteplici, e per restare in ambito italiano, troviamo due figure di donne, la polacca Edwige Toeplitz e la russa Antonietta di St. Leger, le quali, in epoche diverse, tra la fine dell’800 e la prima metà del secolo scorso, in Lombardia ( Varese) e nel Canton Ticino (Isole di Brissago), fecero dell’arte dei giardini una vera e propria vocazione e una pratica costante e quotidiana (sebbene la Toeplitz, moglie di un banchiere polacco trapiantato in Italia, fosse anche una viaggiatrice nei Paesi d’Oriente e si dilettasse pure di astronomia). Quanto alla St. Léger, fu proprietaria di un’isola su cui diede corpo, negli anni, a un giardino botanico ricco delle più esotiche essenze, e a un cenacolo di uomini illustri, finché il sogno dell’Eden privato, del paradiso in terra, non s’infranse nella solitudine, nei debiti e infine, nella povertà.

La cattedrale di Funchal

La cattedrale di Funchal - Maurizio Fantoni Minnella

Oggi quel paradiso è a disposizione di qualsiasi sguardo di visitatore o di colui o colei che trattando di giardini, nutrano anche la nostalgia di un tempo in cui si creavano queste cattedrali vegetali. A Funchal la presenza fin dal XIX secolo, di un discreto numero di rappresentanti facoltosi dell’aristocrazia europea, specialmente inglese, e di una natura generosa, presente nell’intero territorio urbano la cui morfologia collinare tormentata ma estremamente panoramica, quindi foriera di suggestioni, con spazi naturali non urbanizzati, ha certamente contribuito alla formazione di parchi e di giardini botanici, talora collegati alla presenza di grandi alberghi o delle cosiddette Quinte: residenze signorili ubicate in posizioni elevate, perlopiù circondate da grandi parchi romantici, arricchiti a loro volta da laghetti e giochi d’acqua come ad esempio quello del Jardim tropical Monte Palace, dal nome del grande albergo preesistente, situato nel quartiere Monte. Qui aleggia il ricordo dell’imperatore Carlo I d’Asburgo che finì esiliato sull’isola portoghese, raggiungibile con una teleferica dal tracciato ripido e lungo o da una strada altrettanto ripida e a tornanti. Monte è una di quelle località fuori porta dalla natura esuberante e rigogliosa (come in Italia lo sono, ad esempio, Brunate sopra Como, Righi sopra Genova, Campo dei Fiori sopra Varese, etc.) che conservano, sebbene solo in parte, l’atmosfera di un’epoca che ci appare sempre più lontana, quella fin de siècle dalle cui spire non riusciamo mai del tutto a liberarci. Le vicende che hanno portato alla creazione di questo luogo di delizia hanno fatto si che nell’ultima e attuale fase della sua storia, il nuovo proprietario, Joe Berardo, un emigrante arricchitosi cercando oro in Sudafrica, l’abbia, con un colpo di genio economico, trasformata in una costosa attrazione turistica, sfruttando l’antica presenza di una vegetazione lussureggiante dove a dominare sono diverse tipologie di conifere e interi boschi di eucalipti. Al contrario, i parchi e i giardini botanici andrebbero visitati e contemplati in solitudine con lo sguardo rivolto alle singole specie e ai grandi alberi, alle pergole fiorite, ai canali e ai lunghi viali silenziosi come invece accade nello splendido Jardim Botânico de Madeira risalente al 1881 oppure passeggiando senza fretta nell’immenso e appartato giardino ad est della città, i Palheiro Gardens che da antica tenuta di campagna (con ampi e suggestivi scorci sull’oceano) del primo conte de Carvalhal, verrà, negli anni ’30 acquisita dal console inglese a Madeira Mildred Blandy e successivamente, trasformata in un superbo giardino botanico nel quale si avverte un’ineffabile armonia tra la natura e le architetture esistenti, eleganti dimore di campagna lontane dal clamore della città. Se oggi a Funchal l’ampio arco urbano, che può richiamare alla memoria la città di Genova, con la moltiplicazione delle strutture alberghiere s’infittisce di nuove costruzioni, le due vie del vecchio quartiere dei pescatori di fronte all’antico arenile, oggi completamente stravolto, e diventato una sorta di 'Barceloneta' dove non passa anima viva se non quando le decine di ristoranti che hanno sostituito le abitazioni della gente del porto, spalancano le porte ai turisti, e le antiche case ottocentesche del quartiere di São Pedro soprastante il centro storico, restano come preziosi gusci vuoti, allora non ci resta altro che immaginare come potesse davvero essere questo piccolo 'paraiso de Atlantico' prima dell’era dell’affarismo e della globalizzazione.

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